Schiavi del XXI secolo. Un business da 10 miliardi di euro all'anno | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
sabato , 22 luglio 2017
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Schiavi del XXI secolo. Un business da 10 miliardi di euro all’anno

La schiavitù, fortunatamente, è stata debellata e sconfitta nel XX secolo in gran parte del mondo. Questa almeno è stata la versione raccontata dai più, una versione che, purtroppo, non collima con la realtà. In Italia, nel cuore dell’opulento Occidente, il business del caporalato in nero è stimato intorno ai 10 miliardi di euro all’anno. Esiste un vero e proprio esercito di “schiavi” che lavorano per due euro all’ora, senza le più palesi misure di sicurezza. Un mondo nascosto che sembra non poter essere a pochi chilometri da noi, ma un mondo che esiste.

Gelsomino Del Guercio, giornalista del quotidiano online Lettera43, ha firmato di recente un’inchiesta molto interessante che squarcia il velo ovattato di bugie e mezze verità fin qui raccontato sul mondo del capolarato agricolo. Con l’arrivo dell’estate, come ogni anno, un’esercito di lavoratori stagionali viene arruolato dagli “schiavisti” che hanno bisogno di manodopera a buon mercato per raccogliere i loro pomodori, le loro angurie e le fragole.  Tanto per dare qualche cifra in modo da far riflettere i lettori, secondo le recenti stime di uno studio pubblicato dall’osservatorio Placido Rizzotto di Flai-Cgil, i lavoratori stagionali interessati da questo settore sarebbero 400.000, tra i quali almeno 60.000 sarebbero costretti a vivere in alloggi di fortuna sprovvisti di qualsiasi requisito minimo di vivibilità e sicurezza. Una situazione drammatica che sta peggiorando anche per colpa della crisi economica, capace di rimpolpare mese dopo mese le schiere dei disperati in cerca di un qualsiasi impiego, portando stipendi e tutele ancora al ribasso.  Secondo le stime effettuate il business del caporalato genererebbe in Italia un business da oltre 10 miliardi di euro all’anno. Pensare però che il “nero” sia diffuso solo al Sud sarebbe un grave errore, anche se nel Mezzogiorno almeno il 90% del lavoro agricolo sarebbe interessato da pratiche di questo tipo, contro il 50% delle regioni del Centro, e il 30% delle regioni del Nord. Sindacati e associazioni interessate ad avere finalmente giustizia per i gli schiavi del XXI secolo stanno però cercando di far modificare l’articolo 603 del codice penale, il quale stabilisce  il delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Questa modifica sarebbe un passo in avanti molto importante verso il contrasto del capolarato e permetterebbe finalmente alle autorità di colpire le aziende che ne fanno larga pratica. Il fenomeno inoltre sarebbe in continua espansione. Con la crisi infatti a finire nelle maglie dei caporali non sono più solamente gli extracomunitari, ma anche gli italiani che si ritrovano senza lavoro in età ormai avanzata. Si parla di italiani 50-55enni espulsi dal mercato del lavoro e che condividono la loro triste sorte gomito a gomito con gli immigrati. I caporali continuano quindi il loro arruolamento di disperati, smistandoli poi verso le aree agricole dove procedono alla raccolta di frutta e ortaggi nonostante le aziende interessate ufficialmente smentiscano la loro esistenza e il ricorso al caporalato. Come ricorda l’inchiesta di Del Guercio inoltre, sarebbe quantomeno ingenuo pensare a un tale traffico di uomini senza il coinvolgimento attivo della criminalità organizzata. Secondo un responsabile della Flai di Caserta ci sarebbe stata un’evoluzione nella gestione dei caporali: prima erano italiani collegati ai clan della camorra, oggi la criminalità organizzata preferisce delegare questo improbo incarico direttamente ad altri immigrati.  Intanto ogni mattina sotto il sole senza scampo del Salento o della Campania, centinaia di moderni schiavi si alzano all’alba per essere smistati sui campi, dove lavorano per due euro all’ora senza pause. Il vero dramma però non è che uomini nel pieno dell’età accettano di diventare schiavi e di lavorare dodici ore al giorno per due euro all’ora, ma che questa pratica sia ritenuta del tutto “normale”. Questi elementi ci indicano che per vincere la lotta contro il capolarato non basterà piegare le organizzazioni criminali e punire le aziende, ma bisognerà anche fare un lavoro culturale per far percepire questo lavoro per quello che è: schiavitù.




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