Scozia. I pro e i contro di questo referendumTribuno del Popolo
lunedì , 24 luglio 2017
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Scozia. I pro e i contro di questo referendum

La Scozia è abbastanza grande per andare avanti da sola? Quali possono essere le conseguenze della vittoria dei «sì» all’interno dell’ex-Regno Unito e di che portata le ripercussioni sui moevimenti secessionisti europei? Globalizzazione e indipendentismo, antitesi storiche o due facce della stessa medaglia? Il giorno del referendum scozzese oltre ai sogni porta con se inevitabili ed irrisolvibili domande. Proviamo a fare un po’ di chiarezza.  

Fonte: Oltremedianews

Comunque vada sarà l’ennesima lezione di democrazia impartita dai britannici alla storia ed al resto del mondo. Trovare un esempio contemporaneo che valga a testimoniare un tentativo di secessione pacifico ed impostato sulla base di una consultazione popolare è impresa assai ardua. Bisognerebbe in proposito tornare indietro al 1995 quando in Quebec ilreferendum indipendentista si concluse con una vitoria di misura dei «No» senza per questo mai sopire il dibattito sulla specificità della provincia francofona in Nord America; immediatamente però lo sguardo sarebbe distratto dalle vicende contemporanee ben differenti rappresentate dalla questione catalana, dove il referendum indetto per novembre non è nemmeno riconosciuto da Madrid, finendo con la drammatica contesa nell’est-Ucraina.

Vicende lontane anni luce da quella britannica dove senza neanche una costituzione scritta è stato fissato nel 2012 un referendum popolare per l’indipendenza della Scozia che ha innescato un sano dibattito tra inglesi e scozzesi. Una disputa tutta politica nella quale non senza qualche trepidazione la Regina e il governo di Londra si sono ritrovati immersi e i cui contenuti traggono certamente inevitabili caratterizzazioni dalle specificità interne, ma la cui portata storica pone in maniera evidente la questione del ruolo degli stati al tempo della globalizzazione, evidenzia, se ancora ce ne fosse bisogno, l’essenzialità dell’elemento del consenso per la vigenza di un ordinamento giuridico, infine apre, non senza dubbi e timori, numerose questioni anche di carattere tecnico sulle modalità con cui possa avvenire un divorzio tra due stati, sulla divisione del debito, la ricollocazione sul piano internazionale (adesione ai trattati e organizzazioni come Ue, Nato, Onu), il peso dell’economia e della finanza globale sulle libere aspirazioni di una comunità.

Insomma, ancora una volta è la Gran Bretagna a fare da apripista nella storia del vecchio continente anticipando per tempi e modalità di risoluzione questioni che saranno evidentemente centrali nel XXI secolo. Abbandonando però per un momento la prospettiva storica ed internazionale, la prima domanda che suscita la curiosità un po’ di tutti è: ce la può fare la Scozia da sola? Una risposta data oggi deve certamente scontare tutte le incertezze tipiche delle ‘prime volte’. Non ci sono esempi analoghi negli ultimi decenni per cui ogni analisi qui fatta non può essere presa che per una semplice previsione suscettibile di possibili smentite. Ebbene ad un primo impatto, guardando la cartina politica mondiale, la risposta sarebbe sì. La Scozia ha poco più di 5milioni di abitanti, tanti quanti la Danimarca, la Norvegia, la Finlandia e la vicina Irlanda; in più per dimensioni non sarebbe più piccola della stessa Eire, dell’Olanda, e della Svizzera per fare degli esempi geograficamente prossimi. Inoltre dal punto di vista storico, politico e culturale quella scozzese è una comunità ben definita, con una propria specificità ed un proprio peso già in seno alla Gran Bretagna. Anche dal punto di vista economico-politico le statistiche sono dalla parte degli indipendentisti. Secondo indici forniti dalla World Bank le popolazioni dei paesi più piccoli sono in media più ricche rispetto a quelle dei paesi più grandi. Per fare un esempio la ricca Germania risulta essere molto più povera rispetto ai piccoli stati di lungua tedesca quali l’Austria, Svizzera per esempio; stesso discorso se confrontiamo la Francia con la medesima Svizzera, Monaco, Belgio e Lussemburgo. La Danimarca e in genere tutti i paesi scandinavi non sono nemmeno confrontabili con la Russia e, avvicinandoci alle isole britanniche, anche la stessa Irlanda ha un indice di sviluppo molto più elevato rispetto all’Inghilterra. Insomma, almeno dal punto di vista statistico le argomentazioni con cui gli USA sostengono l’infattibilità dell’ipotesi scozzese non reggono: sovente i paesi più piccoli sono più facili da amministrare, sono più democratici, tutelano maggiormente gli interessi dei territori, meno violenti ed in genere più ricchi.

Focalizzando però lo sguardo sul caso scozzese le valutazioni non possono essere così facilmente liquidabili in termini positivi in quanto occorre tener presente di tutte le problematicità che un divorzio di tale portata possono rappresentare. La Scozia dovrà accollarsi una parte del debito pubblico britannico ed aprire una disputa presumibilmente annosa sulla ripartizione delle riserve auree in possesso della Banca d’Inghilterra. In più non si troverà più sotto l’ombrello della stessa banca centrale, scoperta rispetto a possibili attacchi speculativi e priva dell’intero comparto industriale inglese che, almeno in teoria, avrebbe garantito – a detta degli unionisti – presunte politiche redistributive negli ultimi anni. Infine le incognite sulla moneta collegate con la questione riguardante l’adesione alle organizzazioni e ai trattati internazionali: se l’adesione all’Onu è fatto solo formale, quella alla Nato non appare scontata (non sarebbe un dramma), mentre ancora più tortuoso sarebbe il percorso di avvicinamento alla UE. Qui Londra, come in suo diritto, potrebbe opporre un veto che metterebbe immediatamente in difficoltà il governo di Edimburgo: chiusa la porta dell’Euro e negata la possibilità di mantenere la Sterlina, dovrebbe creare una nuova moneta con una nuova Banca Centrale; i tassi sarebbero più alti ed i prestiticosterebbero di più agli scozzesi. Insomma un bel rompicapo. Sull’altro piatto della bilancia, però, hanno un certo peso le entrate da gas e petrolio provenienti dal Mare del Nord e per il 91% scozzesi, che potrebbero garantire più di 7miliardi di euro l’anno. Da indipendente la Scozia potrebbe praticare una politica fiscale autonoma e competitiva tale da arginare lo spauracchio agitato dai media inglesi e statunitensi riguardante la possibile fuga di capitali, di sicuro il governo di Edimburgo virerebbe a sinistra: i laburisti sono sembre stati in schiacciante vantaggio e tanto le politiche thatcheriane quanto il permanente euroscetticismo inglese non sono mai stati digeriti dagli scozzesi. Una Scozia nell’euro e con un modello di sviluppo sullo stile socialdemocratico scandinavo come promesso da Salmond, leader degli indipendentisti, sarebbe un vero smacco per Londra ed aprirebbe un vero dibattito tra gli inglesi sulle politiche degli ultimi decenni, magari stimolato dalla cancellazione di 20anni di crescita del Pil che la secessione potrebbe comportare.

Allargando invece lo sguardo al contesto europeo si capisce il motivo per il quale, a differenza degli Usa, la Ue non abbia mai preso una ferma posizione sulla questione scozzese; ed il motivo sarebbe che essa avrebbe tutto da guadagnarci. Una Scozia nell’euro metterebbe gli inglesi con le spalle al muro. Dall’altro lato però i singoli governi nazionali sono in allerta: il referendum scozzese potrebbe aprire il vaso di pandora dei nuovi movimenti di indipendenza. Gli occhi di baschi, catalani, corsi, sardi, veneti, nord irlandesi e chi più ne ha più ne metta, sono tutti puntati sugli esiti del referendum scozzese. Il problema preoccupa gli esecutivi europei, ma visto da un’altra ottica, non fa che riproporre la questione tra globalizzazione e governabilità dei territori. Apparentemente, infatti, i movimenti indipendentisti sembrano essere antistorici, folcloristici, dannosi e settari. Da una parte si osserva la limitazione della sovranità degli stati nazionali, la preponderanza dei centri di potere sovra-nazionali, dall’altra un riemergere dei localismi in apparente contraddizione gli uni con gli altri. Niente di più sbagliato. A ben vedere, infatti, si tratta di due facce della stessa medaglia: la globalizzazione porta con sé lo spostamento dei luoghi decisionali sul piano sovranazionale da una parte, ma dall’altra rafforza quelle forze centrifughe rappresentate dalle comunità con forti identità storiche politiche e territoriali le quali, non riscontrando più nei governi nazionali la capacità protettiva delle proprie specificità, riconoscono una maggiore legittimazione nelle esperienze di integrazione regionali. Così, man mano che aumentano le competenze dell’Ue, ad esempio, sempre più difficile diventa per i governi nazionali tutelare gli interessi dei propri territori: il caso delle quote latte in italia è emblematico, ma si potrebbero fare tantissimi esempi a riguardo. Del resto le comunità esistono da secoli, mentre il carattere immanente degli stati-nazione così come li conosciamo nella forma moderna è ancora tutto da verificare: in molte parti d’Europa si sono visti solo dalla fine del XVII secolo (in alcuni casi con ben 200 anni di ritardo). Appare allora più naturale che tanto maggiore diventi il grado di integrazione a livello europeo, tanto più le comunità guardino a Bruxelles piuttosto che al proprio tradizionale governo.

Aspirazioni logicamente e storicamente comprensibili, quindi, ma dai risvolti difficilmente prevedibili. Guardare ai fenomeni dei movimenti d’indipendenza come ad un aspetto della globalizzazione aiuta a confutare la tesi romantica del mito dell’isola felice e di un ritorno ad un glorioso passato. Il mito storico campeggia solo nel mondo ideale di ognuno, e difficilmente trova un riscontro nel reale. Guardare a tali fenomeni con la consapevolezza della specificità inedita di questo singolo contesto storico significa infatti percepire tutti i pericoli che si nascondono dietro le narrazioni entusiastiche degli indipendentisti del terzo millennio: i rapporti di forza sono cambiati, e l’incapacità dei governi nazionali di affrontare i complessi problemi del mondo di oggi può diventare la medesima criticità per i giovani governi di eventuali stati nascenti. Così, la riscontrata incapacità degli stati di giocare un effettivo ruolo nei rapporti di forza che determinano l’andamento del mondo di oggi, può diventare la debolezza tanto del governo di Londra quanto del corrispettivo di Edimburgo, sempre più piccoli e sempre più vulnerabili dinanzi al capitalismo globale capace di spostare risorse, industrie e le stesse personeda un luogo all’altro della terra incidendo su equilibri geopolitici e sulla vita delle comunità.

Essere consapevoli dei pericoli della globalizzazione in agguato non significa agitare gli spauracchi propagandistici dei giornali inglesi di questi giorni; vuol dire bensì inserire il fenomeno indipendentista nel contesto storico odierno e dotarlo degli unici strumenti che i popoli hanno per avere una qualche voce in capitolo nel governo globale: l’integrazione politica.

   Michele Trotta

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