Scuola pubblica. E' di nuovo pericolo privatizzazione. Ma con il ddl Aprea si rischia il punto di non ritorno | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
giovedì , 19 ottobre 2017
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Scuola pubblica. E’ di nuovo pericolo privatizzazione. Ma con il ddl Aprea si rischia il punto di non ritorno

La mobilitazione degli studenti medi e dei professori sembra essere entrata nel vivo e continua ad allargarsi. Per questo abbiamo deciso indagare su uno dei principali motivi delle rimostranze: la legge ex-Aprea in corso di approvazione alla Camera ed al Senato. “Con questa legge – dicono gli studenti – i privati entreranno nella amministrazione delle scuole”. Vediamo come…

http://www.oltremedianews.com/8/post/2012/11/scuola-pubblica-continua-lo-smantellamento-indagine-sul-disegno-di-legge-aprea.html

Ogni giorno che passa diventa sempre più difficile notare una qualche differenza tra il vecchio esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi e l’attuale governo tecnico guidato dal “sobrio” e “presentabile” Mario Monti. Perlomeno negli ambiti veramente strategici su cui il nostro paese dovrebbe assolutamente investire se intendesse seriamente uscire da questa drammatica crisi economica e sociale da cui è attraversato.

Come è ormai ben noto, un sistema paese che si rispetti per uscire da drammatici periodi di crisi non può prescindere dall’investire, in primis, nel più importante settore “strategico” e “vitale” per il proprio sviluppo e progresso: i saperi e la cultura.

Bene, di quanto questi temi fossero considerati (per nulla, anzi) dal governo del Cavaliere è ormai cosa più che risaputa. Dopodiché una volta disarcionato Berlusconi, non pochi si attendevano, dal governo dei tecnici “professori”, una decisiva svolta in positivo su cultura e istruzione pubblica, pur se magari non in modo netto. Sappiamo adesso che anche su questi temi le aspettative di molti sono andate in un modo che definire delusione è un eufemismo.
Non è il momento qui di ricordare l’inizio dello sfascio della scuola pubblica partito in via definitiva dall’ex ministro Mariastella Gelmini a pochi mesi dalle elezioni del 2008, la quale con la “famosa” legge 133/2008, ha introdotto un taglio pluriennale di ben 8 miliardi alla scuola pubblica e di 150.000 posti, con conseguente formazione coattiva di classi pollaio di 30 e più alunni, la riconversione al sostegno di molti docenti perdenti posto nella propria disciplina ed una trascuratezza davvero allarmante per ciò che concerne l’edilizia scolastica.

Dopo l’avvento dei tecnici si è continuato a proseguire con la linea dei tagli lineari stile Tremonti anche sull’Istruzione. Ne sono prova la spending review di luglio-agosto di quest’anno e le disastrose misure sugli insegnanti previste dalla legge di Stabilità in discussione in Parlamento in questi giorni, con l’aumento dell’orario d’insegnamento di 6 ore settimanali, naturalmente a parità di stipendio, se va bene.

Ma ad una più attenta analisi non sfugge che, nonostante tutte le misure elencate in precedenza siano totalmente inaccettabili per un paese che voglia definirsi democratico, avanzato e “civile”, il punto di non ritorno è tuttavia un altro, su cui anche quest’anno l’attenzione è risultata piuttosto modesta, al di là degli “addetti ai lavori”.
Vale a dire il famigerato disegno di legge 953 (ex)Aprea, dal nome dell’ex sottosegretario all’Istruzione con i ministri Gelmini e Moratti, Valentina Aprea. Il provvedimento in questione, intitolato “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche statali”, ha già ricevuto lo scorso 10 ottobre, sotto un assoluto e colpevole silenzio, l’approvazione a larghissima maggioranza della VII commissione Cultura della Camera, ha ora un testo che è frutto di una sintesi tra una serie di proposte di legge presentate, in materia, dalla attuale maggioranza “allargata”, tra cui appunto Aprea (Pdl), prima firmataria, Cota(Lega), Luisa Capitanio-Santolini(Udc) e Letizia De Torre(Pd).

Il testo originario prevedeva una sezione sulla carriera del personale docente (articolata in tre livelli: iniziale, ordinario ed esperto) e sul reclutamento attraverso il concorso di istituto (in pratica, chiamata diretta da parte dei dirigenti). Dopodiché, una volta emendati tali elementi, ecco le novità apportate:
a) si costituirà un Consiglio dell’Autonomia, organo che sostituirà l’attuale Consiglio d’Istituto. Di tale organo, rispetto al Consiglio d’Istituto, non farà più parte alcun rappresentante del personale  ATA, ma entreranno a farne parte “membri esterni, scelti fra le realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi, in numero non superiore a 2” (art.6). Nessuna indicazione viene peraltro fornita riguardo la modalità attraverso cui i membri verranno individuati. Sarebbe in sostanza un passaggio dall’attuale situazione dove l’intervento di esterni (i privati) viene deliberato e autorizzato da Collegio dei Docenti e Consiglio di Istituto, ad un’entrata degli esterni addirittura nell’ambito dell’organo di indirizzo della scuola. E’ lecito chiedersi quanto da questo intervento verrà messo a rischio in termini di trasparenza delle relazioni tra scuola e territorio, nonché di reale svincolamento delle proposte da logiche di convenienza e clientela;

b) questo Consiglio dell’Autonomia elaborerà uno “Statuto autonomo”, che sarà quindi diverso da scuola a scuola, relativo alle regole riguardanti sia la sua gestione dell’istituto, sia l’organizzazione degli organi interni, sia il delicato rapporto delle diverse componenti che ne fanno parte. Finora tali materie sono state regolate da leggi dello Stato, che hanno stabilito criteri identici su tutto il territorio nazionale. Lo Statuto Autonomo e di conseguenza l’autonomia statutaria di ciascun istituto, determinerà vari piani di differenze, minando i principi che sovrintendono all’unitarietà del sistema scolastico nazionale, minacciandone la conservazione: pericolose deroghe alla garanzia da parte dello Stato di pari opportunità per tutti gli studenti nell’esercizio del diritto allo studio.
Inoltre sarà lo Statuto a definire per ogni singola scuola le modalità attraverso le quali genitori e studenti avranno il diritto di partecipare: un colpo di spazzola al D.p.R. 416/74, accolto nel d.lgs 497/94(il Testo Unico sulla Scuola), che norma gli atti collegiali.
Oggi la sovranità su tutto ciò che attiene alla didattica spetta al Collegio dei Docenti. In futuro, se questa legge venisse approvata in via definitiva, sarà lo Statuto autonomo della singola scuola a dettare invece le norme su questioni delicatissime tra cui “la composizione e le modalità della necessaria partecipazione degli alunni e dei genitori alla definizione e raggiungimento degli obiettivi educativi di ogni singola classe (art.6 comma 4)”: una pericolosa intrusione in materia di libertà d’insegnamento.

Poi ci sono le norme rimaste tal quali rispetto alla prima formulazione. Ai fini della valutazione della qualità complessiva della scuola è previsto un nucleo di autovalutazione della stessa scuola composto da uno o più membri esterni, i cui criteri di scelta rimangono avvolti dal più stretto riserbo, in collaborazione con l’invalsi: sì, proprio quelli degli odiosi ed inutili, famosissimi test.

E “dulcis in fundo”, come se non bastasse, all’art.10 si trova un’inauspicabile soluzione al problema “carenza risorse” in cui versa ormai la maggior parte delle scuole italiane, grazie ai debiti accumulati dallo Stato, che ammontano a circa 1,5 miliardi: si prevede la possibilità di “ricevere contributi da fondazioni finalizzati al sostegno economico della loro attività”, e si sottolinea che tali fondazioni “possono essere soggetti sia pubblici che privati, fondazioni, associazioni di genitori o di cittadini, organizzazioni no profit” (art.10 c.2). I soggetti in questione avrebbero il proprio posto, tutt’altro che di scarso rilievo, nel Consiglio dell’Autonomia: chi garantirà allora che l’erogazione di fondi non implichi anche precise direttive in merito alle scelte formative che la scuola dovrebbe adottare? Mistero.

Ma infine, questione affatto secondaria, desta una certa preoccupazione il fatto che fin dallo scorso 4 aprile, la Camera ha approvato la proposta di trasferimento in sede legislativa, o deliberante, del testo unificato alla VII Commissione Cultura; ciò significa che il testo in questione è stato approvato a ottobre direttamente in commissione e non “in Aula”, essendo stato allora sottoposto alla procedura dei progetti di legge privi di speciale rilevanza di ordine generale o che rivestono particolare urgenza. Non ravvisandosi naturalmente i termini per la seconda ipotesi, questo testo potrebbe anche nel passaggio in Senato diventare legge in virtù della semplice approvazione di una commissione parlamentare, ossia nonstante configuri di fatto un ulteriore vero e proprio stravolgimento della Costituzione, verrà molto probabilmente trattato anche lì come fosse pura questione tecnica.

Si tratta comunque di un ddl presentato anch’esso nel 2008 all’epoca di Berlusconi e della Gelmini; tuttavia in quell’occasione e per almeno tre anni rimase a “giacere” in Parlamento a causa dell’allora tenace e netta opposizione del Partito Democratico, che anche in questo caso, dopo la sostituzione di Berlusconi con Monti,  si è  improvvisamente dimenticato del passato accontentandosi di qualche ritocco di facciata. Non rimane quindi che sperare in extremis in un “ravvedimento operoso”.

Federico Lauri

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