Se il mito è Steve JobsTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
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Se il mito è Steve Jobs

Viaggio allucinante fra i perversi nuovi simboli della putrescente età del capitalismo.

Ogni epoca ha i suoi “angeli” e i suoi “demoni”; se guardiamo agli “angeli” di questa nostra epoca, è naturale propendere per quelli che ora sono considerati “diavoli”.

In ogni dove, dal web a qualsivoglia spazio in cui la cultura contemporanea si esprime, assistiamo a un’opera precisa, metodica ma assai deplorevole di esaltazione di veri e propri mostri della contemporaneità e del recente passato. In tempi non distanti, i “miti” più apprezzati dalle larghe masse e dai giovani erano donne e uomini che avevano dimostrato il proprio valore ma soprattutto la propria bontà e corretta predisposizione al bene comune e individuale tramite battaglie e lotte sia nel campo dialettico sia in quello sociale e politico. Nel campo scientifico erano elogiati quegli uomini che, con spirito di abnegazione, avevano sacrificato la propria salute per il soccorso a masse sterminate di sofferenti e malati; nel campo invece economico, erano gli studiosi del sistema alternativo al capitalismo a primeggiare sulle scrivanie e sui comò di ragazze e ragazzi. Penso ad esempio allo studioso di economia politica Evgenij Varga, che ha fornito a tutti noi pagine preziose e scientificamente avanzate per combattere non solo il liberismo ma anche tutte le tendenze mascherate però asservite a quest’ultimo.

Oggi, nell’era della putrescenza del capitalismo, sono altri soggetti a farla da padroni: sono le buie armate del pensiero, le larve dell’ideologia e della mente. Individui che andrebbero messi alla gogna ideologica e fatti sparire, attraverso adeguate battaglie politiche, d’inchiesta e di critica.

Nel campo della cultura è l’individualismo e la suprema ascensione del singolo, distaccato dai bisogni della collettività, a prevalere e a dettar legge. Sugli scaffali delle librerie più famose, scrittori di dubbia qualità inondano di libercoli “leggeri” e nei fatti mistificatori; mi sovviene per esempio Fabio Volo. Purtroppo, sembra assurdo solamente pensarlo, ma costui rientra nella schiera “angelica” dei nuovi beati che in realtà ottenebrano la mente di tanti giovani. La storpiatura che subiscono alti concetti come amicizia, amore, fratellanza e disagio personale nelle sue pagine è raccapricciante e nel momento in cui tutto ciò si unisce al buonismo e all’analisi personalistica di fatti, eventi ed emozioni diviene un mostruoso conato dal sapore dolciastro facilmente smerciabile in tali frangenti. A tale schiera si uniscono poi i “libri” scritti da “scrittori fantasma” per altri osceni figuri i quali a suon di barzellette, storielle sconce, mediocri rappresentazioni farsesche della tragica realtà ci donano veri e propri veleni impaginati capaci di infettare con la risata – cosa difficile da ottenere come insegna il grande Totò – le menti di moltissimi. Badate bene: io, personalmente, ammiro ciò che fa ridere e mi considero un individuo disponibile al divertimento e all’intrattenimento. Certamente ciò è possibile quando l’ilarità, seppure solo apparentemente fine a se medesima, comunica grandi concetti e preziosi valori.

Passiamo ora velocemente al cinema: qui la distruzione continua. Le trame con grandi significati, a volte così complessi da renderli inenarrabili attraverso le semplici battute, sono ormai acqua passata; lo stesso dicasi per gli effetti e i trucchi frutto di veri artisti del trucco e della scenografia, oramai defraudati da dei computer in grado di far materializzare qualsiasi cretineria. Anche dove la trama sembra trattare temi scottanti e vicini ai tabù, come il razzismo, il sessismo, la mala politica e i fenomeni peggiori della nostra età, su tutto regna incontrastato il buonismo e l’ottica da “telefoni bianchi” (ndr: nome con cui s’indicano i film manieristici e distaccati dalla realtà dell’epoca fascista). Se Monicelli, per esempio, esaltava sullo schermo le tinte dei difetti italiani per schernirli e porli alla pubblica gogna, oggi tali difetti sono ingigantiti e resi ridicoli da situazioni completamente irreali e frutto di sceneggiature deboli e utili – sottilmente – a irretire tutti in una gabbia fatta di vacuità e risate che coprono in realtà la necessaria e attenta analisi che determinati fenomeni meriterebbero. In tal epoca capita anche che film demolitivi come “La grande bellezza”, che personalmente apprezzo, siano adoperati dagli uomini di regime e dai loro ciambellani come opere di propaganda per esaltare la gratia artis raggiunta dal regime medesimo: una bassa mossa, che segue il concetto “se non puoi batterli, unisciti a loro”; insomma politicanti e maggiordomi della disinformazione si sono sperticati in giudizi trionfalistici sul predominio dell’italianità alla serata degli Oscar quando invece l’italianità è stata giustamente oggetto di forti critiche nel film. Chissà se l’avranno mai visto quel film…

Oggi, con i moderni strumenti di comunicazione, la cultura potrebbe essere agevolmente uno strumento di assoluta salvazione per le masse: un tempo era indispensabile possedere grandi basi umanistiche per accedere al sapere che oggi potrebbe esser esposto ai molti senza difficoltà di trasmissione. C’è però un grande ostacolo a tutto questo: ai “comunicatori” non interessa educare le masse né tantomeno salvarle e acculturare. Il business, l’orrido termine che usò al Processo di Norimberga anche il capitalista proprietario della “Bayern” che produsse lo Zyklon-B per assassinare milioni di vittime nelle docce letali dei campi di sterminio nazisti, punta a massimizzare i profitti e ciò si può realizzare solo trasformandoci in consumatori decerebrati, in schiavi ossequenti e sintonizzati sul canale della perdizione, della vuotezza e della superficialità reazionari.

Il qualunquismo, elevato a valore assoluto, si è fuso alla sete di potere individuale portando tantissimi giovani a credere nella menzogna ciclopica della “conquista personale”, della “sete continua”, della “competitività”. Persino gli anziani, sperano di migliorare le proprie misere sorti solo grazie ad un maledettissimo gratta e vinci. Perciò è così possibile che Steve Jobs, un uomo con un’idea forse anche buona ma che ha frodato il fisco di mezzo Mondo occidentale e ha sfruttato persino dopo la sua morte migliaia di cinesi nella fabbriche-carcere della nuova Cina , può assurgere a modello assieme a mostri del calibro di Marchionne, di Elkann (sceglietene uno voi dal bestiario) o Gates.

Un mio caro amico mi dice sempre che “… sino a quando i jeans costeranno poco e ci sarà della pasta da mangiare, mai ci sarà la Rivoluzione” (e uso la R maiuscola per differenziarla da quelle false come quella liberale, civile e panzane simili). Come dargli torto, sebbene l’avanguardia di un intero popolo e quindi di un’intera nazione possa vedere lontano e smuovere la coscienza dei più svegli e meno ipnotizzati. Tanto per continuare con le citazioni, nell’ambito cinematografico, in “Essi vivono” del geniale Carpenter è un semplice operaio sottopagato a scoprire l’orrore nascosto dietro ai cartelloni pubblicitari, ai programmi tv e ai giornalacci scandalistici. È lui che, con coraggio e decisione frutto della sua condizione e della sua voglia medesima di riscatto e giustizia, trova il modo di mobilitare a costo della sua stessa esistenza tutti gli altri per liberarli.

photo credit: <a href=”http://www.flickr.com/photos/jamesmitchell/2565317822/”>James Mitchell</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/”>cc</a>

Ferluci

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