Se la riforma Fornero favorisce la disoccupazione e fa calare la produttivitàTribuno del Popolo
mercoledì , 29 marzo 2017
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Se la riforma Fornero favorisce la disoccupazione e fa calare la produttività

Due rapporti degli ultimi giorni stroncano il mercato del lavoro in Italia. Secondo la Ilo (ONU) le politiche degli ultimi anni hanno incrementato il precariato e svantaggiato i giovani. Più duro uno studio della Sapienza che accusa la riforma Fornero: blocca le assunzioni dei giovani, incrementa il costo del lavoro e abbassa la produttività.

Fonte: Oltremedianews

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Frena il turn over, incrementa la disoccupazione giovanile, favorisce l’aumento dell’età media lavorativa e tende a ridurre la capacità innovativa e la produttività. No non stiamo parlando di un provvedimento economico introdotto dallo sprovveduto di turno; si tratta degli effetti della riforma delle pensioni targata Fornero.

A sentenziarlo sono due studi condotti da istituti molto lontani sia per vocazione che per collocazione territoriale, ma molto vicini quando si è trattato di analizzare il contesto economico italiano ponendo una lente d’ingrandimento sullo stato del mercato del lavoro e sugli effetti delle recenti riforme pensionistiche. Il risultato è un coro di denuncia pressoché unanime: in un mercato che si contrae si è scelto di “far quadrare i conti” aumentando l’età di pensionamento creando però ulteriori difficoltà per gli outsider, i giovani, sempre più lontani da qualsiasi fonte di reddito stabile.

Prof. contro prof. insomma. Ci va giù duro il prof. Felice Roberto Pizzuti che ha curato uno studio per conto della facoltà di Economia dell’Università Sapienza di Roma intitolato “Rapporto sullo Stato sociale 2013” e specificamente rivolto proprio ad analizzare tanto i primi effetti riscontrabili della riforma Fornero, quanto quelli futuri, visto che si tratta di una misura destinata ad avere efficacia permanente nel tempo. ”Nell’attuale situazione di crisi strutturale, e particolarmente in quella italiana – si legge nella premessa – la congenita difficoltà di creare posti di lavoro fa sì che l‘aumento dell’età pensionabile tenda a ridurre il turn over, ad aumentare la disoccupazione giovanile, ad aumentare l’età media e il costo della forza lavoro, a ridurre la capacità innovativa e la produttività e ad ampliare la fascia di popolazione in età matura che ha difficoltà a mantenere o ritrovare il posto di lavoro mentre e’ sempre più lontana dalla pensione”. La stroncatura è dietro l’angolo. “’E’ stato valutato – continua il rapporto – che il forte aumento dell’età di pensionamento deciso nel dicembre 2011 (con la Riforma Fornero, ndr), aumentando il costo del lavoro e riducendo la produttivitàinciderà negativamente sul tasso di disoccupazione, aumentandolo di circa un punto percentuale”. Niente male per un paese nel quale l’inoccupazione dei giovani si avvicina di anno in anno pericolosamente al tasso del 40%. Senza contare una riflessione sotto i profili etici che la scelta di un eccessivo aumento dell’età per il pensionamento pone come necessaria: con la riforma Fornero in vigore ogni anno di vita aggiuntiva conquistata dovrà essere interamente impiegata a fini lavorativi. Ciò non è giusto e a dirlo non siamo solo noi, ma, come ricorda il prof. Pizzuti, è la stessa Comunità Europea a suggerire che il rapporto dovrebbe valere solo per i due terzi.

Più rivolto al contesto economico italiano in generale, ma non meno incisivo, è il secondo rapporto uscito in questi giorni diramato dalla Ilo, agenzia internazionale sul lavoro che fa capo all’ONU. Ebbene secondo l’istituto sovranazionale “la percentuale dei contratti a tempo determinato sull’insieme dei contratti precari – si legge letteralmente nel rapporto – è probabilmente aumentata a seguito della riforma Fornero”. Di seguito, poi, una serie di dati impressionanti sugli effetti della crisi in Italia. Si calcola, infatti, secondo lo studio, che al partire dal 2007 – e quindi in epoca pre-crisi – il numero dei lavoratori precari sia crescito di 5,7 punti percentuali sino a raggiungere il dato vertiginoso che attesta al 32% la fetta di occupazione “a tempo” rispetto all’intero mondo del lavoro. Ancora più nero il quadro che riguarda l’occupazione in termini assoluti, con 600mila posti di lavoro persi in meno di 5 anni e circa un 1,1 milioni di nuovi soggetti in età lavorativa (gli attuali ventenni) che non hanno trovato impiego. Il totale fa 1,7milioni. E’ questo il numero (quasi) esatto di posti lavorativi da ritrovare per tornare a livelli pre-crisi.

La colpa, secondo la Ilo, non sta solo nella congiuntura economica, ma anche e soprattutto nelle politiche condotte dai governi succedutisi in questi anni. “L’Italia – si insiste nel rapporto – deve monitorare le forme atipiche di occupazione. [...] Sono necessari maggiori sforzi per incentivare la trasformazione dei contratti a tempo determinato in posti di lavoro fisso”. Guai a dirlo a Brunetta. Di più, l’agenzia Onu vede la ricetta nella creazione di nuovi posti di lavoro che non siano solo a sostituzione dei giovani ai danni degli anziani, bensì la necessità è che si tratti di nuovi posti nel senso pieno del termine. “Il governo dovrebbe considerare altri mezzi per sostenere l’occupazione giovanile”. Un intervento diretto dello Stato nell’economia, quindi, per sostenere crescita ed occupazione a vantaggio sei soggetti più deboli e dei giovani più svantaggiati?  Fortuna che l’hanno detto loro…

Michele Trotta

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