Se l'acqua finisse prima del petrolioTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Se l’acqua finisse prima del petrolio

L’allarme lanciato da Peter Brabeck, Ceo di Nestlé, risveglia il dibattito sul possibile esaurimento dell’acqua potabile entro i prossimi vent’anni. Causa dell’inaridimento delle falde: incremento demografico, consumi domestici, ma soprattutto attività produttive, inquinamento e inefficienza degli impianti di distribuzione. 

Fonte: Oltremedianews

E se l’acqua finisse prima del petrolio? A porre l’inquietante interrogativo non sono i movimenti per l’acqua pubblica che da anni si battono chi per uno sviluppo sostenibile, chi per la tutela delle risorse idriche dalla speculazione privata. Meglio di qualunque sensibilizzazione o politica integrativa di sorta, il solo pensiero circa il possibile esaurimento della risorsa più preziosa per l’Uomo mette d’accordo proprio tutti. Con diversi obiettivi finali.

‘’Non ci si rende conto che stiamo per finire l’acqua molto prima del petrolio’’ il grido d’allarme più recente è di Peter Brabeck, presidente della Nestlé. Non che il suo j’accuse aggiunga qualcosa ai fiumi di ricerche ed approfondimenti che da decenni corredano i moniti dei più attenti ambientalisti e studiosi del settore, ma a ragion veduta, detto da chi è a capo della principale multinazionale mondiale del settore alimentare, l’effetto è quello di un’entrata a gamba tesa nel dibattito globale sullo sfruttamento delle risorse naturali rinnovabili e non.

numeri però sono più veritieri delle parole di un Ceo. Del 71% di superficie terrestre ricoperta da acqua, solo il 2,53% è costituito da acqua dolce e solo lo 0,008% di questa è potenzialmente utilizzabile a costi accettabili per soddisfare il fabbisogno mondiale. Da sempre siamo stati abituati a pensare all’acqua come al tipico esempio di risorsa rinnovabile, purtroppo però non solo si tratta di una supposizione scientificamente scorretta, ma anche di un approccio ormai superato vista l’inarrestabile crescita demografica dell’ultimo secolo.
Sotto il primo aspetto, l’acqua dolce non è più una risorsa rinnovabile: se infatti per i fiumi il tempo necessario per un riciclo completo è di circa 20 giorni, per le falde acquifere si stima che potrebbero volerci più di mille anni. Non di secondaria importanza è l’impatto della crescita demografica sulle risorse disponibili. Come già detto, di una dotazione totale di 32milioni di km3 di acqua dolce, l’uomo può usufruirne ogni anno di poco più di 9mila km3, di cui, secondo un recente rapporto della Fao, già 5950 km3 sarebbero già impiegati dalla natura stessa e da attività antropiche. A pesare maggiormente sui consumi idrici mondiali ci sono l’industria e l’agricoltura. Quest’ultima, secondo l’Onu, assorbe il 70% delle risorse utilizzate, mentre il 22% viene destinato all’industria; solo l’8% è invece da attribuire agli usti domestici.
Cifre che, se si tiene conto della disomogeneità della distribuzione di risorse e consumi, diventano ancora più impetuose: da una parte l’Oms che ha fissato a 50 litri giornalieri il fabbisogno necessario per vivere un’esistenza dignitosa (l’Onu ha stabilito essere di 40litri il diritto minimo di accesso all’acqua), dall’altra i consumi dei paesi del nord del mondo che variano dai 175litri a testa giornalieri degli europei ai 350litri pro capite consumati dai nord americani. Il punto è che il raggiungimento della soglia di 50litri giornalieri è, per molti abitanti della terra, un vero miraggio: circa il 40% della popolazione mondiale vive in condizioni igieniche non accettabili, mentre nell’Africa rurale il 60% degli abitanti non ha accesso ad acqua potabile; il risultato è che mentre noi italiani con circa 40litri facciamo una doccia, in Madagascar la disponibilità di acqua pro-capite non supera i 10litri giornalieri. Oggi un miliardo di persone soffre la sete.

Non solo il consumo, resta infatti da dire che, oltre il fabbisogno umano appena considerato, un impatto considerevole sulle risorse idriche giacenti viene dalle attività produttive: l’alterazione di ecosistemi causata dalla costruzione di dighe e deviazione di corsi d’acqua (principale cause dalla salinizzazione di molte falde), l’inquinamento derivante da attività agricole, produzione industriale e da nuove tecniche di produzione di gas ed idrocarburi (come il fracking), sono solo alcuni aspetti di un fenomeno vasto di inquinamento che contamina anche le riserve di luoghi della terra dove di acqua non ce n’è in abbondanza. Se si considera poi che produzione e consumi globali sono inevitabilmente destinati a crescere esponenzialmente, visto l’emergere del nuovo ceto medio nei paesi in via di sviluppo, si capisce come la portata del fenomeno rasenti l’insostenibilità.
A questo punto sorge una domanda: cosa succederà entro il 2030 quando la popolazione mondiale ammonterà a 8miliardi di individui?

In realtà la risposta per i più attenti è già nelle cronache quotidiane. Ci sono due modi di guardare al problema: il primo è quello di chi, preoccupato, vede nella crisi idrica un ulteriore fattore di destabilizzazione di aree del mondo già di per sé piegate da conflitti e carestie; il secondo è di chi individua in quell’1-2 miliardi di individui che andranno di qui a breve ad integrare il ceto medio globale, i numeri giusti per la nascita di un fiorente mercato.

Soprattutto per quanto riguarda il secondo punto di vista, quello delle multinazionali che fiutano l’affare, per intenderci, è lo stesso Peter Brabeck, Ceo di Nestlé, ad esporre in maniera illuminante il suo pensiero in una recente intervista: ‘’L’acqua è la materia prima più importante sulla terra. Il punto è capire se occorra privatizzare o no il suo consumo [...]. Se la si considera una derrata alimentare essa, come ogni altra derrata, ha un valore di mercato. E’ preferibile dare un valore ad una derrata alimentare affinché noi tutti diventiamo coscienti che essa ha un costo e affinché possiamo prendere le misure adeguate per le frange di popolazione che non hanno accesso a quest’acqua’’. L’affermazione, sulla quale Nestlé ha diramato alcune precisazioni (clicca qui), ha scatenato le fantasie dei complottisti globali ma in realtà il ragionamento non fa una piega: finché un bene è presente in quantità infinite rimane gratutito, nel momento in cui diventa una risorsa scarsa, costosa da ricavare, acquista valore. Al di là delle implicazioni morali o di giustizia sociale che un tale approccio può comportare, le quali non sono né oggetto dell’argomentare, né il vero problema visto che Brabeck (che pure in altri ambiti si è dichiarato favorevole al riconoscimento di un diritto di accesso all’acqua) fa solo il suo mestiere, il vero tema focalizzato dal Ceo di Nestlé è proprio la scarsità dell’acqua.

C’è chi, coerentemente con le responsabilità di un Ceo, si preoccupa di ‘’assicurare e preservare un avvenire di profitti e colmo di successo alla propria impresa’’ riducendo gli sprechi di risorse che hanno un costo (l’acqua ndr) e progettando per il futuro di vendere l’acqua a chi se la potrà permettere (non senza sacrosanti propositi filantropici per i meno fortunati), ec’è chi invece già combatte con le armi per la stessa. Non è un’esagerazione, infatti, individuare tra le principali ragioni del conflitto israelo-palestinese proprio le modalità di sfruttamento delle falde in un’area da sempre povera di risorse idriche ed oggi sotto il vigoroso controllo delle forze israeliane anche nei territori occupati. Così mentre gli Stati cominciano a litigare, ci sono alcune multinazionali che abbattono i costi della produzione proprio con accorgimenti tecnici finalizzati al risparmio idrico: se Google raffredda i propri server con l’acqua marina finlandese, Rio Tinto e Bhp hanno investito in Cile 3miliardi di dollari per un dissalatore che darà acqua alle loro miniere, per finire poi con Coca Cola e la stessa Nestlé che hanno impiegato diverse risorse per adeguare i propri cicli produttivi.

Piccoli esempi in qualche modo positivi in un mare di sprechi e di colpevole noncuranza. Non resta allora che concludere con un auspicio. L’aspirazione, cioè, affinché anche nella gestione dell’acqua, come nella salute, nell’istruzione e in tutti i campi dei diritti civili e sociali lo Stato non si tiri indietro tornando ad una posizione di subordinazione di odore ottocentesco. Che si attuino delle politiche volte alla riduzione degli sprechi, alla sanzione degli inquinanti, all’ammodernamento del sistema di distribuzione e alla garanzia circa il mantenimento di livelli qualitativi di vita accettabili e coerenti con lo sviluppo civile ed economico rispetto al quale pretendiamo di ergerci come esempio globale.

M. T.

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