Se Renzi con le mani in tasca rottama anche i sogniTribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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Se Renzi con le mani in tasca rottama anche i sogni

Cosa farà Renzi come nuovo primo ministro? Ecco come il “sindaco d’Italia” si prepara a cambiare le categorie culturali del nostro Paese. 

Fonte: Oltremedianews

L’antipasto lo abbiamo già avuto nel week end, quando su Repubblica il ‘sindaco d’Italia’ ha pubblicato quello che sarebbe dovuto essere il suo manifesto politico. ‘’Innovazione ed uguaglianza, la mia idea di destra e sinistra nell’Europa della crisi’’, questo il titolo di una lunga disserzione in cui Renzi cerca di dare una sua definizione delle due grandi matrici di pensiero che connotano da sempre il panorama politico. Ma già leggendo le prime righe si evince un disperato bisogno di rivolgersi al popolo della sinistra, un popolo con cui il sindaco sin dagli albori della sua storia politica vive una profonda dialettica. C’è puzza di un ennesimo boccone amaro da inghiottire. E il piatto è presto servito.

Prima un lungo giro di parole in cui il neopremier cita in maniera un po’ ruffiana filosofi, esperienze e miti cari alla tradizione socialdemocratica, sottolineando più volte che, nonostante quel che avrebbe scritto di lì a qualche riga, il suo sguardo sarà sempre e comunque rivolto agli ultimi. Poi il richiamo al tema della solidarietà cristiana tanto in voga nella dialettica di Papa Francesco. Infine la sorpresa: ‘’(in una società complessa come quella odierna) tiene ancora lo schema basato sull’eguaglianza come stella polare a sinistra?’’. La risposta di Renzi, a quanto sembra, è no. ‘’Venti anni dopo il monito di Bobbio (che aveva trovato proprio nell’uguaglianza il confine fra destra e sinistra, ndr.) è maturo il tempo per superare i suoi confini, modificati e resi frastagliati dal mondo globale’’. ‘’Serve una narrazione temporale, – continua il sindaco di Firenze – dinamica, più ricca. Che non dimentichi radici e origini, sempre da mettere in questione, da problematizzare, ma che, soprattutto, faccia i conti con i tempi nuovi che ci troviamo a vivere, ad attraversare. Aperto/chiuso, dice oggi Blair. Avanti/indietro, chissà, innovazione/conservazione’’.

‘’E, perché no, movimento/stagnazione’’ azzarda il premier. ‘’La sinistra cara a Bobbio, – prova a spiegare Renzi – quella socialdemocratica e anticomunista, (con la creazione del welfare state, ndr) ha vinto la sua partita. Ma oggi ne stiamo giocando un’altra. Quei blocchi sociali che prima rendevano tutto più semplice non ci sono più. [...] La Sinistra deve accettare di vivere il costante movimento dei tempi presenti e accoglierlo come una benedizione e non come un intralcio. È questo straordinario, irrefrenabile movimento che sfonda la vecchia bidimensionalità della diade destra/sinistra e le dà temporalità e nuova forza’’.

Insomma, la sinistra, come movimento. Più che una definizione si tratta di un approccio metodologico sicuramente auspicabile, ma che senza la prospettiva di fondo del superamento delle disuguaglianze, senza una base culturale solida capace di elaborare gli strumenti adeguati per il riconoscimento della giusta via, appare più come una resa storica al relativismo.

Ed infatti non tardano ad emergere nel movimento continuo che è il pensiero renziano tendenze estranee rispetto ad una visione del mondo che voglia guardare ai problemi dalla prospettiva ‘’degli ultimi’’. Parlare di merito ed ambizione in un mondo dove gli interessi economici globali fanno venir meno i confini nazionali, dove la politica cede il passo all’economia per questo premiando sufficientemente chi già parte da una condizione avvantaggiata, significa rinunciare sin dall’inizio ad un programma politico volto a superare le diseguaglianze. Inutile, poi, soddisfare la pancia di qualcuno citando il grande Bobbio, se poi si pensa di neutralizzare gli strumenti che hanno reso vincente l’esperienza socialdemocratica: ridurre la spesa pubblica, liberalizzare, rendere più flessibile il mercato del lavoro, sono o non sono temi cari al pensiero renziano? Difficile trovare una prospettiva in cui la negazione degli strumenti keynesiani possa consentire un mantenimento di quel welfare state che ha consentito l’attenuazione di tante storture del capitalismo.

E’ così che i discorsi di Renzi diventano terribilmente sinceri. La telefonata con la Merkel, la scelta dell’ennesimo tecnico – Padoan – come ministro dell’economia, la rinuncia alla patrimoniale, le critiche ad un mondo del lavoro ritenuto troppo ingessato, il sogno di imporre al paese un sistema bipartitico che neghi la rappresentanza, e poi quella battuta sulla scuola dal retrogusto amaro: ”La cultura e’ una cosa con cui si mangia. Bisogna avere il coraggio di aprirsi agli investimenti privati e ai posti di lavoro”. Sono minacce?

Ebbene il mondo sarà pure cambiato, la società più complessa ed i problemi enormemente più grandi. Ma ciò non significa che sia giustificata una rottamazione dei sogni nel segno di una sbandierata esigenza di movimento; un movimento che appare supino, inutile e piegato alle logiche dei poteri forti se visto dalla prospettiva dei più deboli, un formidabile approccio camaleontico capace di garantire ampi consensi per chi invece da posizioni di vantaggio miri a garantirsi il potere.

Infine una considerazione, sarà un caso, ma oggi da Renzi a Grillo, tutti parlano di movimento. All’alba di un secolo che vede gli interessi economici riorganizzarsi in gruppi di potere capaci di schiacciare il ruolo degli Stati nazionali e di negarne la stessa esistenza, riprende piede il tema del movimento. Un tema apparentemente nuovo eppure terribilmente vecchio se pensiamo ai filoni culturali d’inizio novecento che accompagnarono la nascita delle grandi dittature in Europa e nel mondo. Che sia di cattivo presagio?

Michele Trotta

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