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mercoledì , 20 settembre 2017
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Segnali da Washington

Abbiamo visto tutti in questi giorni il Presidente americano Barack Obama stringere la mano al Presidente cubano Raul Castro, in occasione del Vertice di Panama. Obama ha chiesto la fine dell’embargo contro il popolo cubano e la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. E’ il riconoscimento definitivo del ruolo vittorioso della Rivoluzione Cubana, di un’idea di società che oltre 50 anni di criminale embargo ed isolamento non hanno mai affievolito.

A margine della giornata storica di Panama, il presidente americano si è incontrato anche con Maduro, il leader del Venezuela bolivariano, il quale ha riferito di un incontro cordiale che potrà portare frutti in futuro.

Anche l’accordo tra Usa e Iran sul nucleare va delineandosi. Esso prevede la revoca delle sanzioni imposte alla Repubblica islamica ed al suo popolo. Permangono legittimi sospetti da parte della diplomazia iraniana sui tempi e modi di attuazione dell’accordo (tutti ricordiamo i trattati che i cowboys in divisa firmavano con i popoli indiani, prontamente stracciati ogni volta), ma la voglia di pace e normalità, in un contesto di continue minacce e accerchiamenti, è assolutamente comprensibile.

Sono immagini che segnano di speranza le aspettative di tutti i popoli amanti della pace.

Non sono però le sole che giungono ai nostri occhi. Il Venezuela stesso è continuamente destabilizzato e l’opposizione interna, finanziata dalle oligarchie Usa, pianifica colpi di stato.

Vediamo anche immagini che mostrano potentissimi monopoli come Chevron impadronirsi del gas ucraino per accendere la rivolta golpista, mentre a Kiev il senatore repubblicano John McCain sostiene politicamente il colpo di Stato oligarchico e le sue bande armate nazifasciste.

Assistiamo, poi, ad immagini scattate in Siria che mostrano il solito McCain complottare con i vertici del sedicente Califfato islamico1 (Isis) nel ruolo di referente politico e mediatore d’affari per finanziamenti e armi a stelle e strisce, con lo scopo di rovesciare il governo di Assad, balcanizzando l’area per meglio sottometterla.

Ci sono poi droni americani che stanno sventrando il Medio Oriente.

Negli stessi momenti in cui Obama cercava di tenere a freno Israele, ferocemente contrario a qualsivoglia riconoscimento del ruolo iraniano nella Regione, una coalizione araba diretta da Usa-Israele e guidata da Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi, appoggiati dall’Egitto e dal Marocco, bombardava ferocemente lo Yemen, dove la guerriglia sciita Houti aveva deposto il presidente fantoccio Abd-Rabbu Mansour Hadi.

Un’aggressione criminale che rappresenta due cose: una minaccia diretta al popolo yemenita e una interposta alla Repubblica islamica dell’Iran che sostiene ideologicamente la guerriglia sciita.

Ma allora cosa diavolo succede, forse c’è confusione a Washington? Forse Obama trucca le sue carte da gioco?

Assolutamente no.

E’ evidente che si è palesata fin dall’inizio una contraddizione tra l’area politica facente capo all’attuale Presidente americano e l’apparato militare-industriale dei complessi monopolistici che determinano la politica statunitense.

Il tentativo governativo di ridimensionare Wall Street e l’assolutismo delle oligarchie finanziarie2 ha generato un forte contrasto che si è manifestato anche a livello politico, non solo con il Partito Repubblicano (vedasi ad esempio la durissima battaglia sulla sanità e la clamorosa lettera di 47 senatori repubblicani indirizzata a Teheran, che di fatto annuncia l’invalidità dell’accordo sul nucleare in caso di vittoria repubblicana alle prossime presidenziali) ma anche con una parte stessa del Partito Democratico che, su posizioni fortemente interventiste, ha mal digerito la riluttanza generale di Obama ed il suo rifiuto ad impegnarsi direttamente in Siria (vedasi le pericolose posizioni oltranziste di Hillary Clinton in politica estera3 e le sue dure critiche al Presidente proprio sulla questione siriana).

Nondimeno, questa sua debolezza si è manifestata sul piano sovrastrutturale con le votazioni di Novembre per il rinnovo del Congresso americano, quando la maggioranza è andata ai repubblicani4 .

La storia delle assurde sanzioni alla Russia sembra rispondere alle esigenze dei monopoli energetici Usa di imporre il loro gas sul mercato europeo.

L’accordo sul nucleare Usa-Iran e la contemporanea aggressione Usa-Arabia Saudita allo Yemen (e indirettamente all’Iran) manifestano una contraddizione devastante ed una condizione di estrema debolezza dell’Amministrazione Obama rispetto ai settori repubblicani più retrivi (e parte del suo Partito Democratico) che sono il riflesso degli intenti aggressivi e guerrafondai delle elitès industriali e finanziarie.

Una profonda contraddizione che trova le sue radici storiche nel secondo dopoguerra, quando, nel celebre Discorso d’addio alla Nazione del 1961, il presidente repubblicano Dwight Eisenhower arrivò a denunciare pubblicamente il rischio di un’ingerenza illiberale del complesso militare-industriale sulle decisioni del governo.5

Il presidente americano non controlla più l’apparato politico.

Tutte queste vicende, dunque, sembrano essere l’interfaccia delle contraddizioni, seppur non definite compiutamente, tra i settori più democratici della società americana e le oligarchie speculative finanziarie e i monopoli transnazionali.

L’attuale contesto generale è figlio della crisi capitalista, che è nella sua fase monopolista. La trasformazione della società contemporanea non si deve alla decadenza dell’egemonia Usa, come superficialmente si afferma anche a sinistra, ma nasce appunto dalla crisi del monopolismo.

Non gli Stati, ma le classi sono le matrici dello sviluppo e del processo storico, in senso positivo o negativo a seconda dei rapporti di forza nella produzione.

La violenza della polizia americana è un ulteriore riflesso a conferma della struttura di classe della società capitalista americana e dello scontro di classe in corso: essa si comporta con i lavoratori, le masse popolari e gli afroamericani statunitensi come l’esercito di occupazione Usa si comportava in Vietnam, o come si è comportato a Falluja, ed in tutti i territori illegittimamente occupati nei confronti dei popoli: mostrando immane ferocia e violenza, repressioni, esecuzioni arbitrarie ed illegali. Il comportamento della polizia Yankee è coerente con il suo ruolo di tutela e protezione del vero potere dominante, cioè della borghesia monopolista: un organo di repressione apparentemente fuori da ogni regolamentazione perché incaricato di uno specifico compito repressivo di classe, il quale si intensifica man mano che la crisi alimenta e ingigantisce le ingiustizie e le disuguaglianze.

Quale sarà il ruolo definitivo dell’apparato imperialista Usa, se arretrerà o si intensificherà, lo deciderà lo scontro di classe in corso, non solo in America.

Le masse vogliono muovere verso il cambiamento, ma senza un’organizzazione consapevole e politica, le forze popolari del progresso saranno facilmente divise, disperse e represse, come già sta accadendo.

In questo grande ed epocale scontro di classe, l’unica via di progresso sembra essere la lotta della classe operaia per il controllo della produzione da un lato, e per un Fronte democratico e antimonopolista contro la guerra, per la pace e la democrazia dall’altro. Due momenti, facenti parte un’unico processo di trasformazione, che dovranno necessariamente trovare la loro più stretta sinergia, secondo l’irrinunciabile dialettica classe-masse. Allo stato attuale, infatti, sembrano essere due le possibili vie d’uscita alla crisi: da una parte una mobilitazione reazionaria delle masse, sotto la direzione frastornante della borghesia monopolista, dall’altra un impegno democratico e progressivo delle stesse, forti della guida leale e solidale della classe operaia.

Una lotta congiunta su due fronti che, dunque, presuppone una solida coscienza politica da parte della classe operaia e dei lavoratori, gli unici capaci di soddisfare e tutelare gli interessi di tutte le altre classi sociali, contro l’avido potere accentratore e antisociale della borghesia monopolista.

ERMAN DOVIS

 


NOTE

http://www.lastampa.it/2014/08/28/blogs/underblog/isis-le-foto-del-senmc-cain-obama-i-neocon-e-altri-retroscena-PX0lTKSMjngBesC1x9t0JI/pagina.html

http://www.giornalettismo.com/archives/1713033/barack-obama-tasse-ricchi/ – http://archivio.panorama.it/economia/Attacco-alla-Casa-Bianca-Wall-Street-contro-Obama

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/01/obama-contro-bonus-manager-wall-street.shtml?uuid=99c024bc-ee9c-11dd-9c9c-821

http://www.huffingtonpost.it/2014/08/12/clinton-obama-politica-estera-america_n_5670992.html

http://www.repubblica.it/esteri/elezioni-usa/midterm2014/2014/11/05/news/elezioni_usa_la_sconfitta_di_obama_il_congresso_nelle_mani_dei_repubblicani-99785273/

http://mcadams.posc.mu.edu/ike.htm : Nei councils of government, dobbiamo stare in guardia contro l’acquisizione di ingiustificata influenza, voluta o non richiesta, del complesso militare-industriale. Il potenziale per la disastrosa ascesa di potere male assegnato esiste e persisterà. Noi non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici. Non dovremmo dare nulla per scontato. Solo una popolazione in allerta e informata può costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina industriale e militare della difesa con i nostri metodi ed obiettivi di pace, in maniera tale che sicurezza e libertà possano prosperare insieme 

Fonte: http://www.laricostruzione.org/?p=307

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