Semaforo rosso sul WelfareTribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
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Semaforo rosso sul Welfare

Un excursus che mette in rilievo le politiche sociali dello scenario europeo fino alla crisi dei sistemi di sicurezzasociale nel mondo contemporaneo, in particolare nel contesto italiano, dove l’attuale modello di Welfare appare lontano dal garantire equità, efficienza ed equilibrio.

Fonte: Oltremedianews

Il Welfare State o Stato del benessere indica un sistema di politiche sociali in grado di garantire alla cittadinanza tutti quei servizi fondamentali, cioè quelle prestazioni di protezione sociale relativi al sistema pensionistico, al mondo del lavoro, alla Sanità e all’Istruzione. Il termine trova le proprie origini nel concetto di Sozialstaat nato nella Germania di Bismarck che ha rappresentato il primo caso di politiche di “sicurezza sociale” con la sua legislazione centrata sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie e gli infortuni sul lavoro, costituendo vere e proprie casse sociali. Lorenz von Stein, contemporaneamente, si esprimeva così in merito ai compiti dello Stato: “Salvaguardare con il suo potere l’assoluta eguaglianza del diritto contro tutte le differenze a favore della singola persona, é in questo senso che noi lo chiamiamo Stato di Diritto; promuovere il progresso economico e sociale di tutti i suoi appartenenti in quanto il progresso dell’uno é sempre la condizione, e spesso la conseguenza del progresso dell’altro, é in questo senso che noi parliamo di Stato Sociale.”

Tra la seconda metà dell’Ottocento e il secondo decennio del ventesimo secolo, il Welfare si è caratterizzato come un insieme di politiche sociali, utilizzate dalle élites nazionali, per rispondere all’incremento dei bisogni di coesione e di sicurezza sociale, richiesti dai processi di industrializzazione e urbanizzazione. È a partire dal “patto sociale” tra la borghesia industriale e la classe operaia,via via emergente, che sono scaturite le politiche e le istituzioni dello “Stato Sociale”. Lo sviluppo dei programmi di Welfare si é innestato nelle dinamiche socio-economiche occidentali portando alla teorizzazione di diversi modelli welfaristici: in un primo momento questi hanno costituito una risposta alle disparità dovute alla questione sociale nello scenario del progresso industriale, successivamente, al capitalismo, con le sue divisioni e diseguaglianze, fino ad arrivare alla situazione del post-conflitti mondiali che ha posto la problematica di nuove contromisure.

Dagli anni Sessanta e Settanta, le politiche, riguardo gli schemi di protezione sociale, hanno avuto il loro pieno sviluppo beneficiando del clima generale del boom economico. Mentre attualmente, subendo il clima della recessione, il tema del rapporto tra pubblico e privato ha conosciuto una profonda crisi e un cronico squilibrio. Infatti il pensiero economico dominante del neoliberismo, che ha guidato le politiche europee e nazionali negli ultimi decenni, ha generalmente acuito l’impoverimento del tessuto socialedeterminando una distribuzione del reddito iniqua, già di per sé alimentata dalla crisi economica mondiale, dilagata a partire dagli anni 2007-2008.

Nel contesto europeo, nonostante gli obiettivi di “Europa 2020”, la povertà e le divergenze nella distribuzione della ricchezza sono tuttavia aumentate: l’indice di Gini (indicatore della disugaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza), come documentato dal Rapporto della Sapienza del 2013, per i paesi della “periferia” europea, tra cui Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia e Italia, é superiore allo 0,30. Mentre per i restanti Paesi quest’ultimo é sempre inferiore alla medesima soglia. Inoltre, in base ai più recenti dati elaborati da Eurostat, si parla di un costante aumento del numero di cittadini europei a rischio povertà: 119,6 milioni nel 2011, il 24,2 per cento della popolazione totale, mentre era il 23,6 per cento nel 2010.

È in questo scenario che torna ad essere  rilevante la necessità di un riordino del sistema di Welfare,  attraverso dei programmi di risanamento concreti, che garantiscano politiche sociali ai loro destinatari. La ricetta europea dell’austerity, in questo senso, non ha rappresentato la strategia vincente. Nel lontano 1937 Keynes scriveva in una lettera al Presidente degli Stati Uniti F.D. Roosevelt: “Il momento giusto per l’austerità al Tesoro è l’espansione, non la recessione.” Ora questa stessa istanza, ben stigmatizza la situazione attuale, in cui il rigore finanziario, promosso dalle istutizioni europee, ha colpito gli investimenti nel sociale, sempre piu’ subordinati ad altre logiche. Ecco alcuni dati statistici che avallano tale affermazione: il Fondo nazionale per le politiche sociali, come evidenziato dal Rapporto sui Diritti Globali 2013, ha perso il 90 per cento delle risorse soltanto negli ultimi tre anni, passando dallo stanziamento di 435 milioni di euro nel 2010 a quello di soli 43 milioni nel 2012.

Nel quadro di profonda instabilità economica e sociale che ha caratterizzato, e continua a caratterizzare l’Italia, sono tutte le categorie sociali ad averne risentito, prima fra tutte quella dei pensionati, infatti per  un totale di 16,7 milioni, quasi 8 milioni percepiscono meno di 1.000 euro mensili, mentre oltre 2 milioni meno di 500 euro. Se la loro situazione é critica lo é ancor di piu quella dei precari: sono oltre 3,3 milioni e guadagnano in media 836 euro netti al mese. Inoltre, la nostra spesa sanitaria pro-capite risulta essere inferiore del 22 per cento, rispetto alla media europea; in Italia si stanziano 438 euro pro-capite ogni anno per una persona disabile, la media Ue è 531, 754 nel Regno Unito, 703 in Germania. Anche in merito all’Istruzione, l’Italia risulta agli ultimi posti, secondo i dati elaborati da Eurostat, nel 2012 il 17,6 per cento degli studenti ha abbandonato la scuola secondaria (la media europea é del 12,8 per cento), mentre la percentuale di laureati rispetto agli iscritti é addirittura la più bassa d’Europa non raggiunge neanche il 25 per cento, al contrario, in Irlanda e in Gran Bretagna, raggiunge quasi il 50 per cento.

A fronte del progressivo peggioramento della nostra situazione nazionale risultano sempre più urgenti incisivi interventi di Welfare, per un miglioramento della qualità della vita di quelle fasce medio-basse che maggiormente hanno risentito dellaspending review. Ad esempio attraverso: fondi per l’infanzia, redditi minimi di inserimento, ammortizzatori per i lavoratori precari, misure per le pari opportunità e di integrazione delle minoranze, e non ultima la tutela del diritto alla casa. Il tutto può essere possibile soltanto con un’equa politica fiscale e  con un reindirizzamento della spesa pubblica a favore delle politiche sociali.

Luisa Lupo

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