Sempre più vi-CinaTribuno del Popolo
lunedì , 25 settembre 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Sempre più vi-Cina

L’occasione della visita del premier cinese, Li Keqiang, è stata inaspettatamente colta da una parte dell’informazione nazionale per porre una lente d’ingrandimento sulle relazioni economico-commerciali tra Italia e Cina. Ma a che punto è lo sviluppo di questa partnership?

Fonte: Oltremedianews

“L’allargamento al mercato cinese può essere per l’Italia di oggi dello stesso segno e importanza di quello che fu l’allargamento dell’Italia di ieri al mercato europeo e americano”. Così esordisce nel suo editoriale di martedì 14 ottobre il direttore del giornale di Confindustria, Roberto Napoleone. Si sa che lo stile giornalistico impone che nell’introduzione di un articolo debba essere racchiuso il cuore, il messaggio sintetico del testo. Se così è, le parole scritte da Napoleone sul Sole24Ore non possono che essere prese nella considerazione più giusta. A farci comprendere meglio l’importanza attribuita alla visita in Italia del premier della Repubblica Popolare Cinese, Li Keqiang, di alcuni giorni fa è addirittura l’edizione  del 13 ottobre dello stesso giornale, il quale ospita in prima pagina ed in evidenza una lettera inviata dal premier cinese al quotidiano ed, ovviamente, il suo contenuto. Li Kequiangn, nel solco della cultura orientale che permea l’immaginario collettivo e la sensibilità del popolo cinese, definisce le relazioni tra Italia e Cina “l’albero sempre verde”.

In effetti, sebbene tra i due Paesi le relazioni non abbiano brillato nel tempo in termini quantitativi, esse datano assai indietro nel tempo: non è necessario evocare Marco Polo e il suo celeberrimo viaggio verso oriente, lungo la via della seta, nell’200 per descrivere un’attenzione riservata all’Italia da parte della Cina: tra i fattori decisivi vi sono indubbiamente le caratteristiche storiche del tessuto produttivo italiano (o, potremmo dire, di quello che è stato), vale a dire un articolato complesso di piccole e medie imprese.  Non secondaria è stata la presenza nel nostro Paese di una sinistra comunista e socialista di dimensioni ed influenze notevoli che in uno scenario globale bipolare ha saputo intessere negli anni rapporti di tipo molto stretto con la RPC.

ITINERARIO STORICO DELLE RELAZIONI ITALO-CINESI

Il primo atto che ha inaugurato il lungo corso di relazioni diplomatiche tra Italia e Cina è rappresentato dal riconoscimento della Repubblica Popolare di Cina il 6 novembre 1970 (dopo 21 dalla proclamazione della RPC), un accordo raggiunto dopo 21 mesi di negoziato.  Nel corso degli anni le relazioni commerciali tra i due Paesi sono andate consolidandosi anche se non brillando particolarmente per quantità (nel 2003 ci siamo assestati come quinta nazione esportatrice in Cina tra i Paesi dell’Unione europea) ma di uno spessore comunque considerevole, tanto da far dire a Giorgio Napolitano, in un’intervista a Radio Cina Internazionale nel 2010 (in occasione del 40° anniversario della formalizzazione dei rapporti Cina-Italia): “Negli ultimi 40 anni, con la Repubblica Popolare Cinese abbiamo avuto un’evoluzione sempre più intensa di relazioni che adesso si sta avvicinando ad un livello mai raggiunto” ed aggiunse “soprattutto questo è il momento in cui, grazie alla straordinaria crescita della Cina, si aprono le possibilità che mai c’erano state per arricchire queste relazioni”.

Tra il 1979 ed il 2003, circa 2136 (secondo l’Ambasciata cinese in Italia) sono stati i progetti sviluppati da imprese italiane in Cina per un corrispettivo di ammontare contrattuale pari a 3,82 miliardi di dollari. Nel 2011, l’Italia si classifica ventesima nella classifica dell’import cinese, con un volume d’affari di circa 19 miliardi, per il 40% formato da meccanica di precisione,  macchinari per l’industria (da notare una flessione dell’export italiano tra il 2011 e il 2012, che passa da 4.5118,88  mln a 3,495,77, secondo i dati ministeriali di InfoMercatiEsteri, dovuta per lo più ad uno sviluppo notevole della produzione cinese nel campo e, maggiormente, alla chiusura di molti stabilimenti italiani del settore), veicoli industriali e sistemi di automazione.

UN’ATTENZIONE CRESCENTE

Se, dunque, è vero che le relazioni economiche tra Italia e Cina datano da diversi decenni, per quale motivo sembra che l’attenzione concentrata sulla visita di Li Keqiang in Italia sembra essere assolutamente superiore rispetto ad altri incontri istituzionali precedenti, come la visita nel 2004 di Wen Jiabao (occasione in cui fu istituito il Comitato intergovernativo Italia-Cina) o quella del 6 luglio 2009 di Hu Jintao? Per almeno due motivi: il primo è che, nonostante quanto si può ancora leggere sul Sole24Ore (“L’Italia deve trasformare l’interesse che proviene dalla seconda economia più importante del pianeta e dal suo immenso mercato in un’opportunità per le nostre imprese” scrive nel suo editoriale Giuliano Noci il 15 ottobre scorso), la Cina non è più la seconda potenza mondiale, ma la prima. Il sorpasso degli USA è oramai riconosciuto ed uscito dall’ufficiosità.

In secondo luogo, sarebbe superficiale non considerare più una modificazione significativa che l’immagine della Cina ha subito nel senso comune: non più il Paese dal costo del lavoro favorevole all’impresa, del lavoro sottopagato, del dumping sociale dilagante. Si prende, finalmente, atto dell’evoluzione velocissima e tuttora in corso a ritmi sostenuti dell’economia cinese: si tratta di un modello di sviluppo che sta facendo dell’innovazione tecnologica e degli investimenti su questo terreno una sua linea strategica. I dati parlano chiaro: il numero degli occupati in ricerca e sviluppo sono passati dai 670 mila del 1991 ai 3,2 milioni del 2012 (fonte OCSE). In Italia, sulla base dei dati forniti dall’Istat aggiornati a gennaio 2014, questi sono circa 228 mila (secondo il Conto annuale della Ragioneria dello Stato, assistiamo ad una stabilizzazione del numero complessivo degli occupati nello stesso settore nel pubblico impiego, considerando le voci “enti di ricerca” e “università”, quindi indici sufficientemente generosi per un calcolo numerico, gli occupati in queste due voci del pubblico risultano stabili intorno alle 125 mila unità). Nessun sensibile progresso in patria quanto a innovazione, ricerca e sviluppo.

Le stesse cifre del GERD (Gross Expediture on Research and Developement), cioè l’ammontare totale delle spese in ricerca e sviluppo) rimarcano la crescente intensificazione degli investimenti: da 7,5 miliardi del 1991 a 243 miliardi del 2012. Impossibile far paragoni con l’Italia che assesta la sua spesa pubblica in R&S su di un modesto 1,25% del PIL nel 2011, con una flessione rispetto all’anno precedente, corrispondente a circa 26 milioni di euro. Gli stessi Paesi “più all’avanguardia” in questo tipo di investimenti non tengono il passo: se l’incremento annuo dello GERD in Cina si aggira intorno al 18% (ancora fonte OCSE) Usa, Giappone e Germania inseguono, molto distanti, con rispettivamente 5%, 3,7% e 4,5%.

Secondo pratico esempio di quanto, al mutare dell’opinione dominate rispetto alla funzione storica esercitata dalla Cina nelle sorti dell’economia mondiale si modifichi anche la qualità della interlocuzione, sta la posizione sempre più rilevante assunta dalla RPC nell’ambito del nostro mercato finanziario: non da oggi, ma ben dal 2011 (governo Berlusconi) lo Stato italiano si è impegnato per favorire una massiccia sottoscrizione di Btp italiani (come rivelato dal Financial Times nel settembre 2011) attraverso un incontro tra l’allora direttore generale del tesoro, Vittorio Grilli a Pechino, dove incontrò i vertici della China State Admninistration of Foreign Exchage, che amministra il grosso della montagna di riserve in valuta straniera pari a 3.200 miliardi di dollari. Tuttora è rilevante la presenza cinese nelle quote di Debito pubblico italiano detenuto da agenti esteri.

GLI ACCORDI SOTTOSCRITTI

La visita di Li Keqiang, nell’ambito del vertice ASEM (Asia Europe Business Forum) tenutosi a Milano, ha portato alla sottoscrizioni di 14 accordi commerciali, validi per un trentennio, per un valore di circa 8 miliardi. Nello specifico: 3,8 è il valore dell’accordo di Partnership strategica tra Cassa depositi e prestiti e China Developement Bank, 1,34 miliardi quello ancora di Partnership strategica tra Enel e Bank of China, 645 milioni il memorandum di coinvestimenti tra Fondo Strategico Italiano e China Investment Corporation,  1,03 miliardi quello per la vendita di navi da crociera tra IBC e Silversea Cruise Holding, solo per elencare i più rilevanti. Già confrontando questi dati con la breve analisi sopra riportata a proposito della natura della cooperazione commerciale tra Italia e Cina, si può notare un ampliamento dello spettro delle relazioni tra i due Paesi. E, tuttavia, non si può non notare, analizzando più nei dettagli  i contenuti degli accordi più rilevanti, quanto questo genere di accordi non puntino ad una partnership veramente strategica tra i due Paesi, ma, soprattutto per le posizioni assunte dall’Italia, ad un graduale (e nemmeno troppo) incremento di quote cinesi in settori strategici nazionali, il tutto volto non ad una integrazione dei mercati ma a far cassa, verosimilmente per l’ansia di operare una riduzione sul debito pubblico per mezzo di una dismissione della presenza del pubblico nell’economia nazionale.

E, probabilmente, non potrebbe essere altrimenti se si pensa al danno ingentissimo all’economia nazionale dovuto alle sanzioni economiche operate dalla UE nei confronti della Russia, un altro Paese dell’oriente con cui l’Italia ha legato relazioni economiche di rilievo, tale da portare il nostro Paese ad essere il secondo partner commerciale dell’UE ed il quarto nel mondo. I danni stimati da Coldiretti, alcune settimane fa individuati attorno ai 200 milioni l’anno, vendono oggi puntualmente quantificati in un crollo del 63% delle esportazioni di produzione agricola in Russia. C’è tuttavia da credere che il danno di immagine e di perdita di mercato siano destinati a far crescere le cifre di danno complessivo. Un Paese, dunque, l’Italia che non riesce, nonostante rapporti esistenti da tempo con i cosiddetti mercati emergenti, a stabilire una partnership strategica con queste aree del mondo. Anzi, si appresta a sostenere incondizionatamente la creazione di un’area di libero scambio tra Usa e Ue in cui i rapporti commerciali saranno volti, più che alla cooperazione, alla predominanza dei mercati più forti (quello Usa) ai danni delle prospettive del Paese.

Sempre sul Sole24Ore, Giuliano Noci evoca in un editoriale del 15 ottobre una “discontinuità nel metodo e nei contenuti. Nel metodo, con al definizione di un progetto-Paese rispetto alla Cina, una strategia propositiva che grazie al coinvolgimento di università e mondo delle imprese, con la regia del Governo, dia continuità al processo di internazionalizzazione avviato. Nel merito (…)è importante tener conto dell’orizzonte plurale dei prodotti industriali italiani: non solo il made in Italy, che pure fa brillare la stella della nostra immagine nel mondo ma anche le eccellenze tecnologiche che contraddistinguono larga parte del nostro manifatturiero, eccellenze importanti per i cinesi e che dobbiamo saper proporre affermando la logica dello scambio del nostro know-how con l’accesso al loro mercato”. Ironia della sorte , sembra una implicita confessione: se si evoca una discontinuità si riconosce che nel tempo è stato, da un lato, rifiutato un processo di irrobustimento delle relazioni internazionali con la Cina (“l’internazionalizzazione”), dall’altro lo scarso sfruttamento di alcune eccellenze tecnologiche nella manifattura (ma quanto sopra esposta a proposito di Ricerca&Sviluppo dovrebbe far riflettere su quale reale capacità di insinuarsi in un’ economia cinese, che si orienta sempre all’innovazione, possano avere le nostre tecnologie).

E dunque, se è vero che questa visita del premier cinese assume un’importanza tale da far scrivere al principale  giornale economico nazionale che l’estensione del nostro mercato nazionale a quello cinese è di pari importanza all’allargamento operato nei confronti di  quello americano ed europeo, cosa impedisce all’Italia di affrontare il tema di come liberarsi dalla zavorra di un “occidente” che nel nostro Paese pare esportare da anni, più che ricchezza e benessere, le miserie di un fondamentalismo neoliberista che fa dei suoi assi portanti esattamente l’opposto di quelli che hanno permesso proprio alla Cina di divenire la prima potenza economica del mondo? Una domanda da un milione di dollari, si direbbe ma è bene sapere che, per il momento, questa vale comunque più di una ventina di miliardi.

 Francesco Valerio della Croce

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top