Serbia. A Belgrado 16 anni fa le bombe della NatoTribuno del Popolo
lunedì , 22 maggio 2017
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Serbia. A Belgrado 16 anni fa le bombe della Nato

Sono passati 16 anni da quando la Nato cominciò i bombardamenti sulla Serbia ma a Belgrado sembra essere ancora impossibile dimenticare. I bombardamenti della Nato cominciarono senza mandato dell’Onu per forzare Belgrado a ritirarsi dal Kosovo, dove infuriavano combattimenti tra l’esercito serbo e le milizie indipendentiste albanesi. I raid sarebbero cessati poi solo il 9 giugno 1999, lasciando un bilancio di almeno 2500 morti. 

A Belgrado nessuno potrà mai dimenticare quello che successe alle 19,00  del 24 marzo 1999 dopo che la Nato inviò un durissimo ultimatum a Slobodan Milosevic, allora capo del governo serbo, ingiungendogli di ritirare le truppe dal Kosovo dove erano scoppiati aspri combattimenti tra l’esercito regolare e gli indipendentisti albanesi. Le bombe della Nato lacerarono Belgrado colpendo duramente palazzi istituzionali e non, il tutto senza che la Nato avesse ottenuto un mandato dall’Onu per cominciare le ostilità contro Belgrado. Fu una guerra nel cuore dell’Europa, una guerra durata 78 giorni nella quale vennero colpiti obiettivi militari, ma anche civili, con un bilancio del tutto provvisorio di circa 2.500 morti e almeno 12.500 feriti. Solo il 9 giugno del 1999 cessarono i bombardamenti e il giorno successivo sarebbero stati firmati gli accordi di Kumanovo, in Macedonia, che posero le basi all’indipendenza del Kosovo sotto l’occupazione diretta della Nato e dell’Ue. Si trattò della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza dell’Onu con il quale venne presa la controversa decisione di porre il Kosovo sotto controllo internazionale e di inviare truppe Nato sul posto. Solo diversi anni dopo, nel 2008, il Kosovo proclamò infine l’indipendenza dalla Serbia, ovviamente incontrando l’approvazione dei paesi Nato ma non certo quello di Russia e Cina. Vi è poi qualcosa d’altro che in Serbia si rifiutano di dimenticare oltre alle bombe piovute su Belgrado, ovvero le violenze subite dalla popolazione serba nel cosiddetto “pogrom di marzo”, quando cioè la popolazione serba del Kosovo subì in tre giorni un vero e proprio massacro con centinaia di morti e feriti che però sembrano quasi non interessare a nessuno. E invece tra il 17 e il 19 marzo vennero incendiate qualcosa come 900 case appartenenti a serbi ed etnie non albanesi, mentre almeno 35 chiese e monasteri ortodossi vennero profanati. Almeno 4000 serbi lasciarono le loro case per sempre, e un certo numero di città e villaggi vennero letteralmente sottoposti a pulizia etnica. A scatenare il pogrom le voci dei media albanesi che la comunità serba avesse gettato un giovane nel fiume Ibar, annegandolo; peccato che poi si sarebbe scoperto che si trattava di un episodio montato ad arte. Molti analisti vedono in quanto successe in Serbia nel 1999 una premessa al rinnovato conflitto Usa-Russia dal momento che a Pristina si verificò un incidente internazionale che per poco non poteva portare a una vera e propria escalation militare. Stiamo parlando del cosiddetto incidente di Pristina quando 200 soldati russi occuparono l’Aeroporto Internazionale di Prisitina, la capitale del Kosovo, per protestare contro il fatto che il governo russo fosse stato estromesso dalla gestione di un settore indipendente da quello delle forze della Nato. Subito dopo il generale americano Wesley Clark avvertì il segretario generale della Nato Solana e ordinò a un contingente di 500 paracadutisti britannici e francesi di occupare l’aeroporto anche con la forza se necessario. Secondo la “leggenda” però fu l’ufficiale britannico James Blunt a decidere di non attuare l’ordine assieme al generale Mike Jackson che avrebbe risposto direttamente a Clark dicendo: “Non ho intenzione di iniziare la terza guerra mondiale per voi”. Secondo molti potrebbe essere proprio a partire da quell’episodio che Mosca cominciò a percepire la Nato come una minaccia reale.

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