“Serve uno ius soli: l’attuale legge toglie diritti”. Intervista al Portavoce Unicef Italia: Andrea IacominiTribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

“Serve uno ius soli: l’attuale legge toglie diritti”. Intervista al Portavoce Unicef Italia: Andrea Iacomini

Oggi in Italia non tutti i bambini sono uguali: 1 milione di loro è senza cittadinanza, circa 2 milioni vivono in condizioni di povertà relativa. Andrea Iacomini, Portavoce Unicef Italia, ci parla di come lavora l’Unicef attraverso la campagna “IO COME TU” e di quello che dovrebbe fare il governo a riguardo.

Photo Credit

Fonte: Oltremedianews

Partendo dalla attuale norma vigente in Italia: quando possono prendere la cittadinanza i bambini nati in Italia da genitori stranieri?

Oggi si diventa italiani per ius sanguinis, dunque nascendo da genitori italiani. Nel caso in cui si nasca da genitori stranieri bisogna innanzitutto attendere i 18 anni, ma la cittadinanza non viene conferita automaticamente. Al compimento del diciottesimo anno bisogna presentare una serie di documenti che attestino la presenza continua sul territorio italiano. Dunque possono passare anche diversi anni poiché devono essere svolte delle verifiche sulla documentazione presentata, che allungano di molto le procedure. Ad esempio se io non ho un atto scritto che spiega la motivazione per la quale mi sono assentato dal Paese, i tempi si dilazionano. È un problema prettamente legato al tipo di documentazione richiesta: non è solo un semplice certificato di residenza o d’anagrafe, quanto piuttosto una lunga serie di atti che vanno da quando si frequenta l’asilo fino alla maggiore età.

Il neo ministro dell’integrazione Cècile Kyenge inizialmente non aveva specificato, ora invece ha spiegato che non parlava dell’approvazione di ius soli puro. Quale ritiene possa essere la norma più efficace? Uno ius soli puro o temperato?

Il ministro Kyenge ha sollevato la questione nella maniera corretta, dicendo che c’è bisogno di fare una legge. Credo poi che quando ha parlato di intervento tramite decreto abbia fatto una affermazione molto forte: una legge così importante che riguarda i nostri bambini deve essere condivisa. Il criterio migliore è quello che sancisce che un diritto vada dato a tutti. L’Unicef non decide cosa sia migliore o peggiore. È importante per noi che si tenga conto della permanenza sul territorio, del grado di integrazione, dell’istruzione; tutti questi diritti sono importanti purchè non ci si dimentichi di un diritto fondamentale: quello della cittadinanza, quello che fa sentire i ragazzi più legati al Paese in cui vivono. La norma più efficace secondo l’Unicef è quella che tutela i diritti dei bambini, cioè la norma più fedelmente vicina ai dettami della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ratificata da quasi tutti i Paesi del mondo. La legge italiana 91 del 1992 è anacronistica perché toglie dei diritti: ci sono bambini nati in Italia, che frequentano qui la scuola – italiani come gli altri dunque – ma che godono di meno diritti poiché nati da genitori stranieri.

Ci sono stati dibattiti su questo tema durante il governo Monti che poi non hanno avuto seguito; d’altronde non sono riusciti a fare una legge elettorale, era difficile pensare che potessero farne una di questo tipo. Avendo partecipato a quelle discussioni penso che una mediazione però si possa trovare, ad esempio conferendo la cittadinanza al termine di un ciclo scolastico. L’importante è che la norma venga fatta perché anche l’ONU si è raccomandato che vengano eliminate le disparità tuttora vigenti.

C’è una normativa a livello europeo dalla quale prendere spunto?

C’è il doppio ius soli alla Francese che prevede la cittadinanza per bambini nati da genitori stranieri a loro volta già nati in Francia. Ci sono il modello Irlandese e Tedesco che sono i casi di ius sanguinis più avanzati: in Germania si concede al minore il cui genitore soggiorna da almeno 8 anni ed abbia il permesso permanente da almeno 3 anni. Ogni Paese ha realizzato una norma più vicina a quelle che sono le sue caratteristiche. Ma non bisogna guardare troppo all’estero altrimenti si rischia di non calarsi abbastanza nella nostra realtà. In Italia c’è 1 milione di bambini senza cittadinanza, di cui 700mila frequentano le scuole: lo ius sanguinis non è adatto, dobbiamo trovare la forma di ius soli più corretta per questo Paese. Tenendo sempre conto che ci sono ragazzi del Burkina Faso, della Nigeria, nati qui a tutti gli effetti e che parlano solo la nostra lingua e il nostro dialetto.

Quali problematiche deve affrontare nello sport agonistico un bambino nato in Italia ma senza cittadinanza? Può partecipare ai campionati?

Sia per essere tesserati, sia per fare trasferte all’estero, sia per fare trasferimenti da una società all’altra, serve una mole davvero considerevole di documenti. Non basta il semplice cartellino come per i bambini italiani: in questo in qualche modo c’è discriminazione. La mancata omologazione legislativa tra le varie Federazioni e le pratiche burocratiche rischiano spesso di danneggiare la pratica agonistica dei bambini senza cittadinanza: a maggior ragione anche per questo bisogna intervenire.

Uno studio Unicef dimostra che “mentre il 35,9% degli adulti intervistati attribuisce la responsabilità del razzismo ai comportamenti erronei degli stranieri che vivono in Italia, il 35,8% degli adolescenti attribuisce la responsabilità all’ignoranza degli stessi italiani”. Come agisce l’Unicef? C’è una strategia comunicativa più efficace per creare consapevolezza su un tema, quale quello del razzismo, in cui c’è molta disinformazione?

Innanzitutto puntiamo sui giovani e sugli adolescenti che, come emerge dal sondaggio, essendo a contatto con i loro coetanei, sono più calati nella situazione ed hanno una percezione maggiormente obiettiva rispetto ad un adulto che non frequenta gli ambienti in cui si convive e ci si confronta. Con la campagna “Io come tu: mai nemici per la pelle” cerchiamo di dare un approccio diverso, anche solo partendo dalle terminologie, dal linguaggio. L’Unicef sostanzialmente promuove buone pratiche con campagne di sensibilizzazione. Non basta solo un’opera comunicativa che faccia capire che siamo tutti uguali. Serve intervenire massicciamente con leggi, assistenza sanitaria, istruzione, un sistema del welfare insomma che accompagni questo processo evitando che l’insofferenza cresca. Dunque il lavoro della nostra associazione si muove su due fronti: campagne di sensibilizzazione e un’opera di pressione sui governi affinché leggiferino su queste materie. I nostri politici, molto probabilmente, sono molto più indietro di quanto non sia la società sul tema dell’integrazione. Noi abbiamo il compito di far dialogare la società civile, le istituzioni e i governi per trovare delle soluzioni ai problemi.


Una importante associazione come Emergency sta iniziando a lavorare anche sul territorio italiano, aprendo ospedali. L’Unicef può fare qualcosa di simile?
Emergency lo può fare perché è una ONG e può operare ovunque. Noi siamo una organizzazione delle Nazioni Unite con mandato specifico per i Paesi in via di sviluppo. Magari potessimo fare di più in Italia. Al momento possiamo far notare che ci sono 1 milione e 800 mila bambini in condizioni di povertà, non in grado di fare un secondo pasto giornaliero, che non hanno l’ambiente giusto dove studiare e giocare. Possiamo far notare che l’infanzia è una questione che deve essere considerata in sé, che le politiche dei bambini vanno prese nella loro essenzialità, non nel novero delle politiche per la famiglia in generale.

Bisogna intervenire oggi. Perché il bambino disagiato, che sia italiano o figlio di immigrati, sarà una persona disagiata che peserà sulle spalle dello Stato anche domani. Ecco perché noi chiediamo allo Stato ed al Governo delle misure di welfare sui bambini. Oggi, non domani: sarebbe troppo tardi.

 Gianmarco Dellacasa

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top