Shutdown per il governo americano. Ma davvero gli Usa falliranno?Tribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Shutdown per il governo americano. Ma davvero gli Usa falliranno?

Il Congresso americano non è riuscito a trovare l’intesa sulla legge di bilancio. Il pomo della discordia è stata la discussa riforma sanitaria di Obama su cui i repubblicani hanno posto un aspro veto. Da domani governo a regime ridotto e 800mila americani a casa, ma parlare di fallimento rischia di essere fazioso e fuorviante.

Fonte: Oltremedianews

Il governo americano fa i conti con lo shutdown: ai turisti davanti ai musei verrà detto di tornare a casa, i turisti del nord o della Cina non potranno avvicinarsi alla Statua della Libertà, i parchi e gli zoo saranno chiusi, verranno interrotti i campionati tra college universitari, molti siti ufficiali saranno oscurati e persino la pagina twitter del governo non è più attiva. Con questo scenario decisamente ricco di pàthos il New York Times apre la sua rassegna sull’arresto (o shutdown) dei lavori del governo americano. La motivazione del blocco di molte attività pubbliche, quelle che da noi equivalgono più o meno alla pubblica amministrazione, risiede nel mancato accordo tra democratici e repubblicani nel Congresso che avrebbe dovuto approvare il bilancio di Washington. Secondo i repubblicani i budget di spesa previsti non sarebbero sostenibili per l’economia americana e in particolare la riforma sanitaria di Obama, anche chiamata “Obamacare”, va assolutamente rimossa dalle voci della spesa pubblica. Durante tutta la notte di lunedì scorso il Congresso ha dibattuto ampiamente sulla questione, ma i democratici sono stati irremovibili: la “Affordable Care Act” è legge e non si tornerà indietro. La causa del mancato accordo ha fatto che sì che il nuovo anno fiscale (iniziato ieri negli Usa) si sia aperto senza un approvazione del bilancio di spesa, cosa che ha portato al cosiddetto shutdown del governo. Per intenderci è come se l’arbitro fischiasse l’inizio della partita senza che l’allenatore gli abbia ancora comunicato la formazione. E tra le conseguenze del blocco, oltre a quelle inquadrate dal NY Times, c’è anche la drammatica sospensione dal lavoro e il conseguente blocco dei salari per oltre 800mila impiegati pubblici. Come sempre quando si verificano dissesti finanziari, i primi a risentirne saranno i cittadini comuni che dovranno fronteggiare le spese consuete senza poter beneficiare dei servizi – già di per sé carenti – pubblici. Fanno eccezione i servizi essenziali come la sanità e il lavoro delle forze armate, che si cimenteranno persino in alcune funzioni civili rimaste scoperte.

Per evitare questo scenario decisamente poco piacevole e che potrebbe influenzare a catena l’economia mondiale sarebbe necessario alzare il budget per la spesa oppure, come proponevano i repubblicani, depennare qualche capitolo di spesa, come la riforma sanitaria. Da Washington fanno sapere che, per non sforare le spese previste, il Tesoro ha i fondi necessari per le manovre contabili straordinarie solo fino al 17 ottobre. E dopo? I giornali di mezzo mondo rispondono “default”, ma secondo molti economisti la questione è decisamente meno preoccupante a livello pratico e più complessa a livello teorico. Vediamo perché.

Riducendo l’analisi economica a termini oltremodo elementari è possibile sintetizzare la situazione americana in questo modo. Attualmente molte delle attività di governo sono sospese perché non si hanno i fondi per finanziarle e questo blocco, a sua volta, ha un costo che gli esperti stimano di circa 200milioni al giorno. Se entro il 17 Ottobre il Parlamento non approverà l’innalzamento dei massimali di spesa, il governo americano si troverà nella situazione di non poter più ottemperare ad almeno il 30% dei suoi impegni finanziari. Per l’Italia, o un qualsiasi altro Paese dell’eurogruppo, ciò si tradurrebbe nel defaultfinanziario dal momento che mancherebbero materialmente i fondi per adempiere ai debiti, ma gli Usa hanno dalla loro parte un dato non di poco conto: la sovranità monetaria.

Non è un caso che la scorsa estate il premio Nobel Joseph Stiglitz, parlando delle possibilità di un fallimento degli States, ha evidenziato che è un’eventualità del tutto irrealistica. “Pensateci un secondo”, dice Stiglitz, “Il debito americano è una promessa di pagamento in dollari americani entro 10, 20, 30 anni, oppure 1 anno, o ancora 6 mesi, ma il fatto rilevante è che noi stampiamo quelle banconote! Quindi ripagheremo il debito. Non c’è alcuna possibilità che si possa verificare il default”. Dunque, chiosa l’economista, ha senso scommettere sull’entità dell’inflazione o sugli effetti arrecati sui tassi di cambio a seguito dello stampo massiccio di moneta, ma l’ipotesi di un default americano è del tutto non plausibile.

Un’ultima suggestione per il lettore. La riforma di Obama, che pare sia il vero ago della bilancia del dibattito del Congresso, costerà all’erario 7,5 miliardi di dollari l’anno per dieci anni [1]; di contro ogni anno il Pentagono spende 86 bilioni (86mila miliardi) per la guerra in Afghanistan [2]. L’economia non funziona per osmosi, e dunque trasferimenti ex abrupto da una parte all’altra sono spesso impossibili tecnicamente, ma alla luce di queste cifre la questione assume anche una valenza squisitamente politica. Se è vero, come dice Stiglitz, che il problema monetario non esiste, chissà che la riforma latamente sociale di Obama non intralci gli interessi delle lobbies economiche americane, a cui dai tempi di Reagan è stata di fatto demandata una buona fetta della politica economica [3]

Fabrizio Leone

[1] http://www.corriere.it/esteri/09_settembre_10/obama_riforma_sanitaria_9b7e808c-9dd3-11de-8f8c-00144f02aabc.shtml

[2] http://www.usatoday.com/story/news/politics/2013/08/30/pentagon-war-costs-syria/2748985/

[3] Rimandiamo una disamina più esaustiva di questa ultima questione al saggio “Shock Economy” di Naomi Klein, con particolare attenzione ai capitoli in cui si esaminano gli strettissimi rapporti tra la politica economica di Bush e gli interessi delle lobbies delle armi e della sicurezza nazionale. Situazioni diverse ma con lo stesso principio attivo.

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