Siamo sicuri che i tedeschi vogliano la "germanizzazione" dell'Europa?Tribuno del Popolo
venerdì , 20 ottobre 2017
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Siamo sicuri che i tedeschi vogliano la “germanizzazione” dell’Europa?

Austerity, spread btp-bund, spending review, riduzione del debito pubblico e flessibilità, sono queste le parole più frequenti dell’attuale scenario storico. Da qualche anno a questa parte le istanze rigoriste della Germania della Merkel martellano e schiacciano l’Europa mediterranea, ritenuta improduttiva e affetta da lassismo. Ma c’è stato un passato, nemmeno troppo remoto, in cui furono proprio i ferrei e virtuosi tedeschi ad impedire la “germanizzazione” dell’Europa.

Fonte: Oltremedianews

Il modello tedesco è spesso considerato l’emblema del rigore economico e della ferrea organizzazione a cui dobbiamo assomigliare per evitare il tracollo. Da molti mesi infatti l’allarme del dissesto economico viene paventato da tutti i canali di comunicazione e, da altrettanto tempo, assistiamo ad appelli pubblici che evocano una necessaria “germanizzazione” di tutta l’Eurozona. Grecia, Irlanda, Spagna e Italia stanno sperimentando ormai da molto sulla propria pelle questa reingegnerizzazione dell’assetto civile ed economico, ma fino ad ora non sembra che la cura si stia rivelando un male necessario per il raggiungimento della tanto agognata stabilità. Volendo riferirci all’Italia, ad esempio, il bilancio del governo Monti parla di un peggioramento tout court della situazione economica, sociale e culturale del nostro Paese. Le misure di austerity che ci sono state propinate, insomma, più che un “travaglio del negativo” hegeliano per il raggiungimento di una brillante sintesi, sembra che abbiano dato il colpo di grazia ad un sistema già precario. Cercare di assomigliare alla Germania, alla luce dei recenti fatti, non sembra proprio una soluzione plausibile e risolutiva. Ma come mai ci si affanna così tanto a raggiungere il modello tedesco? E soprattutto, siamo sicuri che la via giusta in questa direzione sia quella dell’austerità e della riduzione della spesa?

Se studiassimo un pò più da vicino la terra teutonica, ci accorgeremmo di certo che in casa loro non c’è alcuna traccia delle rigidissime misure che stanno invece esaurendo ogni risorsa civile negli stati mediterranei. Il capitalismo tedesco è infatti molto più “chiuso” e pragmatico di quello aleatorio e finanziario americano pensato e realizzato da Milton Friedman e dai suoi Chicago Boys.

Cercando di fare ordine tra gli ultimi rapidissimi anni di storia, possiamo ricordare che solo sedici anni fa, nel 1996, la Germania, sotto il governo socialdemocratico di Schroeder, iniziava a riprendersi stabilmente dopo le spese e le difficoltà dovute alla riunificazione. A metà degli anni ’90, mentre in Italia gli imprenditori entravano in politica per sfuggire alla magistratura e mentre la mafia eliminava i suoi avversari, i Tedeschi hanno posto le basi per uno dei Welfare State più avanzati al mondo: l’unione di capitalismo e socialismo ha dato vita ad un modello di corporate governace aziendale in cui i vertici della dirigenza e i sindacati siedono assieme al tavolo delle decisioni e in cui gli operai partecipano in modo proporzionale agli utili conseguiti. Le riforme di riduzione degli sprechi che i tedeschi ci ricordano di aver messo in atto prima di noi (e a cui oggi molti stati stanno affannosamente cercando di adeguarsi), hanno barattato stabilità economica per tutti in cambio della pace sociale e dell’accettazione di misure controverse come la flessibilità lavorativa (che nulla ha a che vedere con gli esodati nostrani).

In quegli anni parlare di “germanizzazione” dell’Europa significava esortare gli Stati del vecchio continente a perseguire quella che Mario Monti ha definito l’”economia sociale di mercato”. A questo punto è lecito chiedersi perché ciò non sia avvenuto. A dire il vero più di qualcuno, come Romano Prodi, ha tentato di instaurare misure ispirate alla cosiddetta “Good Economy”, ma le specifiche contingenze nazionali hanno fatto sì che ciò non si verificasse.

A questo punto, volendo essere precisi, il più grande osteggiatore della “germanizzazione” dell’Europa sembra essere proprio la stessa Germania. L’economia tedesca infatti storicamente gode di un duplice beneficio: da un lato la spinta produttiva propria delle economie emergenti e dall’altro l’efficienza e la qualità dei Paesi più avanzati. Il modello tedesco è inoltre alimentato dal motore delle esportazioni e ciò gli permette di rimanere in costanti condizioni di credito verso l’estero. Tuttavia, constatazione abbastanza ovvia, “il mondo è un’economia “chiusa” e affinché ci siano stati in attivo è necessario che ce ne siano altri in passivo” (“Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale” Falso, Federico Rampini, Idòla Laterza, 2012). Da ciò risulta chiaro che la Germania, per poter mantenere il proprio standard sociale ha strutturalmente bisogno di Paesi debitori.

In tal senso nel 2009 il Presidente statunitense Barack Obama formalizzò la teoria che porta il suo nome. Volendola riassumere sino all’osso essa constata che ci sono Paesi che godono di troppi debiti e stati che godono di troppi crediti (chiaramente gli uni verso gli altri). Per superare la crisi, secondo il Presidente degli Usa, è necessario che le Nazioni troppo virtuose e parsimoniose inizino a spendere e quelle troppo propense alle spese comincino a risparmiare. Nonostante si stia cercando di applicare tali misure non sembra ancora esserci una via d’uscita convincente.

Insomma. Dal 1989 in poi l’economia tedesca non ha mai subito nulla di simile a quelle misure “lacrime e sangue”, che la Troika impone ora ai Paesi mediterranei.Ma in fondo è possibile voler assomigliare ai tedeschi? Può l’Italia calibrarsi su uno Stato i cui cittadini pagano le tasse essendo soddisfatti dei servizi erogati? E soprattutto, siamo sicuri che la via giusta in questa direzione sia quella dell’austerità e della riduzione della spesa?

Fabrizio Leone
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