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mercoledì , 29 marzo 2017
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Siete pronti ad umiliare i vostri figli? La nuova moda Usa

Negli Stati Uniti la nuova cultura della vergogna che si sta diffondendo e che non tarderà a contagiare anche i genitori del Vecchio Continente.

Tratto da: Oltremedianews.it

bambino

Non fidatevi di me. Io vi deruberò, dato che sono un ladro”.
Il bambino che ha questo cartello appeso al collo ha solo dieci anni. È costretto ad indossare delle finte orecchie di Shrek, il burbero orco verde dei catoni animati, e a starsene in bella mostra in piedi in un parco di divertimenti, deriso da passanti di ogni età.

La sua famiglia sta pranzando non lontano, sempre a portata di sguardo e, quando il ragazzino prova a togliersi le orecchie posticce per alleviare di qualche grado la sua umiliazione, la madre gli intima di rimettersele immediatamente altrimenti “te le ficco in testa a forza!”.

Questa scena da stralcio del metodo Montessori è il simbolo, forse estremo, di una nuova cultura della vergogna che si sta diffondendo a partire dagli Stati Uniti e che non tarderà a contagiare anche i genitori del Vecchio Continente.

Sono sempre più numerose, infatti, le notizie di mamme che per dare una bella raddrizzata ai figli non utilizzano più i sistemi tradizionali del dialogo o, al limite, del ceffone, ma scelgono decise la via dell’umiliazione pubblica, in una distorta interpretazione del concetto di time, la pubblica stima, il riconoscimento della comunità, vitale per gli eroi omerici (Aiace, resosi conto di aver perso l’onore di fronte ai suoi pari, arrivò sino al punto di uccidersi).

L’intraprendente signora di cui sopra confessa di averle provate tutte per togliere il vizio del furto al figlio, dal portarlo a corsi di educazione civica ad affidarlo per qualche ora alla polizia locale per una visita guidata della prigione cittadina, ma si è rivelato tutto inutile.
Le fa eco un’altra mamma nordamericana: “Non sono felice che mio figlio venga schernito così in pubblico, ma spero che l’umiliazione riesca finalmente a fargli arrivare il messaggio giusto. Le punizioni classiche, come ad esempio requisirgli il cellulare, non hanno funzionato, per cui credo proprio che metterlo in imbarazzo sia la cosa migliore”. Per la cronaca, il fanciullo in questione è colpevole di non andare particolarmente bene a scuola e, finché i suoi voti non miglioreranno, dovrà recarsi tutti i giorni all’incrocio più vicino con un cartello scritto a mano che espone le sue pecche scolastiche e conclude con un invito alla collaborazione da parte degli automobilisti: “suonate il clacson se pensate che io abbia bisogno di un’educazione”.  (Ecco il video: http://news.centrodiascolto.it/video/studio-aperto/2012-08-29/estero/punizione-esemplare-un-ragazzino-americano)

Vogliamo chiarire una cosa. Non sono casi isolati.
Ne parlano i maggiori quotidiani americani, i nostri telegiornali riportano con gusto le punizioni più strane e Youtube gronda di gente sbeffeggiata a questo modo.

Gli psicologi dichiarano in coro che questo tipo di approccio è del tutto controproducente. “L’imbarazzo e la vergogna non sono affatto salutari per la mente di un giovane adolescente, anzi, rischiano solamente di esacerbare il rapporto parentale e creare traumi infantili” asserisce la dott.ssa Stacey Scheckner.

Della stessa opinione è Pierluigi Boeris, educatore professionale, che condanna questo tipo di comportamento: “Cartelli del genere stigmatizzano la negatività del gesto, mentre quando si ha a che fare con bambini e ragazzi di quell’età bisognerebbe porre l’accento sugli aspetti positivi della situazione e non colpevolizzare la persona”.

Esporre il proprio bambino o bambina al pubblico ludibrio agli angoli delle strade, però, sarà sembrata cosa antiquata e dispendiosa ad alcuni genitori più informatizzati.

Nel tempo dei social network, dove la popolarità di una persona si giudica dal numero di like o di seguaci su Twitter, perché non sfruttare le nuove tecnologie? E così la scrittrice americana ReShonda Tate Billingsley dovendo decidere la punizione per la figlia, rea di aver pubblicato su Facebook alcune foto con alcolici, ha pensato bene di scattarle una foto e di pubblicarla sulla sua bacheca. Nell’immagine la ragazzina mostra un foglio su cui campeggia questo avvertimento: “Dato che voglio postare mie foto mentre tengo in mano alcolici, non sono ovviamente pronta per i social network e prenderà una pausa fino a che imparerò cosa posso o non posso postare. Bye Bye”. La mortificazione virtuale è pronta a partire.

Questo fenomeno “educativo” non è però limitato alle giovani ed indisciplinate leve, ma sta iniziando a diffondersi anche nel mondo degli adulti.
Se può ancora far sorridere vedere un uomo di mezza età costretto sul marciapiede dalla moglie cornificata ad espiare le sue colpe portando al collo la scritta “Ho tradito e questa è la mia punizione”, il livello della discussione cambia rapidamente quando di mezzo c’è la legge.

L’avvocato Travis W. Livengood, durante un processo a carico di due donne sorprese a rubare alcuni biglietti d’auguri dalla mani di una bimba di nove anni e per giunta nel giorno del suo compleanno, propone alle imputate un interessante bivio giuridico: qualche mese in cella o scontare una pena “in pubblico”. La scelta cade comprensibilmente sulla seconda opzione, il giudice accetta e, dopo aver ricevuto parere favorevole dalla madre della giovanissima vittima, obbliga le due signore a sostare per qualche ora nel piazzale antistante il tribunale accompagnate da un cartello gigante con queste parole: “Ho rubato ad una bambina di 9 anni nel giorno del suo compleanno! Non rubate o questo potrebbe capitare anche a voi!”. La piccola Marissa, dopo aver visto la scena e le scritte, ha commentato con una freddezza e un cinismo non comuni per quell’età: “Penso che sia giusto, se lo meritavano. Io voglio che loro si sentano dispiaciute”.

Stessa sorte per una donna afroamericana dell’Ohio pizzicata a guidare sul marciapiede per sorpassare uno scuolabus fermo. Il tribunale competente l’ha condannata ad indossare un cartello in cui si afferma che “Solo un’idiota guida sul marciapiede per evitare uno scuolabus” e a portarlo a spasso per l’incrocio in cui è avvenuto il fatto nell’ora di punta del traffico mattiniero.

Infine, nemmeno gli animali sono esclusi da questo processo moralizzatore e se provate a digitare su Google le parole dog/cat shaming verrete sommersi da valanghe di album fotografici in cui cuccioli birbanti vengono mostrati accanto alla descrizione delle loro malefatte.

Certo, il rimbrotto ironico può far sorridere se applicato ai nostri amici a quattro zampe, ma che conseguenze può avere se su questo metodo si instaura l’educazione di un figlio? Ancor più grave, a mio parere, è questa apertura a sistemi da gogna medievale da parte di giurie e tribunali regolari.

Davvero si vuole far passare il concetto che al posto di andare in galera sarà sufficiente sventolare le proprie malefatte davanti a tutti e far strombazzare qualche auto di passaggio?

La nostra attuale classe politica non aspetta altro.

 Marco Parella

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