Sindacato e società. Il senso di una «coalizione sociale»Tribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Sindacato e società. Il senso di una «coalizione sociale»

Chi l’ha detto che il sindacato non può fare politica? I giorni dopo l’assemblea romana indetta dalla Fiom col mondo delle associazioni e che ha visto la partecipazione, tra le altre, di Libera, Emergency, Act, Legambiente, Arci, Anpi sono stati in tanti a chiedere lumi su una prossima discesa in campo di Maurizio Landini, come a sottolinearne l’incompatibilità di eventuali ruoli politici con la figura di sindacalista ad oggi rivestita. E a tutti il segretario della Fiom ha risposto con una domanda altrettanto ovvia, eppure, stante le persistenti riserve di alcuni, non del tutto scontata.

Fonte: Oltremedianews

Sembra strano, ma in un Paese con una scena politica occupata da imprenditori, ex magistrati, economisti al soldo di istituti finanziari internazionali, pregiudicati, comici, analfabeti, attori, ballerine, ex giornalisti, la possibile candidatura di un sindacalista sembra turbare le coscienze dei più. Ancor più strano se il diretto interessato, almeno a parole, sembra non pensarci proprio. Sarà che a forza di misurare la politica con il metrodell’io anche politologi e commentatori abbiano perso la capacità di leggere i fenomeni collettivi, ma il punto è che forse la totale personalizzazione del fenomeno politico ha portato ad all’oblio dei cd. soggetti intermedi rappresentati dal mondo delle associazioni, realtà delle quali pare che oggi non si riesca più a cogliere il senso se non in veste del tutto strumentale rispetto ad una qualche aspirazione votata al cesarismo del capetto di turno.

E allora non c’è da sorprendersi se a qualcuno non basta mezz’ora per comprendere il significato dell’espressione ”coalizione sociale” partorita dal sindacato dei metalmeccanici e attorno alla cui natura paiono arrovellarsi i sedicenti esegeti della politica italiana. Più difficile a dirsi che a farsi, direbbe un uomo pratico come Maurizio Landini, ma l’idea da lui lanciata di una collaborazione tra sindacato e forze sociali più varie in funzione di un progetto politico unitario e alternativo rispetto a quello promosso dalle attuali forze parlamentari, ha basi solide e direttrici ben chiare.

Si può non condividere il merito delle proposte, per carità, ma dire che il sindacato non si occupa di politica è come confondere il sindacalismo italiano, che dico, europeo, con le medesime organizzazioni anglosassoni da sempre organizzate su base aziendale e associazionistica. E’ come sconfessare la storia della Cgil stessa la cui vocazione tesa allarappresentanza dell’intero mondo del lavoro, e non soltanto dei suoi iscritti, ha caratterizzato il movimento operaio italiano per tutto il XXsecolo, le sue relazioni con le rappresentanze parlamentari, le avanzatissime istanze in tema di libertà civili promosse con successo negli anni ‘70 anche e soprattutto col ruolo attivo del sindacato. Un solco tracciato a cominciare dal principio, da quel 1906 che vedeva la nascita della della CGdL (cui la Fiom, nata alcuni anni prima, contribuì in maniera determinante) proprio sotto la spinta di quel protagonismo della working class che avrebbe segnato l’intero ‘900, nella convinzione, ancora attualissima, che una semplice alleanza tra operai è insufficiente per tutelare le istanze di questi; che senza un’organizzazione confederale che metta insieme le rivendicazioni dei lavoratori di più settori economici non si avrebbe sufficiente forza contrattuale nei rapporti coi datori; che il luogo di lavoro non può essere un qualcosa di avulso rispetto al resto della società civile dove le relazioni tra gli uomini sono alla fin fine regolate in base ai rapporti economici e che i diritti fondamentali dell’uomo non troverebbero mai riconoscimento nè attuazione pratica se l’intero sistema economico, politico e sociale, dalla più piccola unità produttiva ai più elevati livelli della rappresentanza politica non fosse costretto a fare i conti con la sfida tutta novecentesca di uno sviluppo equilibrato e sostenibile perseguito dall’Uomo per l’Uomo.

Difendere gli interessi dei lavoratori in azienda significa perciò prendere posizione anche sulle libertà civili, sui diritti fondamentali e politici: se, volendo semplificare con un esempio, non ci fosse libertà di pensiero, di parola, di religione fuori dai luoghi di lavoro, sarebbero possibili discriminazioni anche in azienda; il ragionamento vale anche per l’inverso ma il risultato non cambia: sindacato e politica, che sia quest’ultima espressa nella forma partitica, associazionistica o altresì inerente al semplice impegno civile, vanno di pari passo. Questa è sempre stata la stella polare del sindacalismo italiano, CGIL in testa (sulla distinzione con la visione più corporativistica, e quindi più rivolta ai suoi iscritti, promossa della Cisl, ad esempio, è inutile dilungarsi) ma è anche questo il ruolo del sindacato delineato dalla Costituzione e dall’ordinamento italiano in generale che non limitano in nessun caso la cd. materia sindacale consentendo così alle organizzazioni dei lavoratori di farsi promotrici di tutte le istanze possibili in base ai rapporti di forza in essere tra lavoratori, istituzioni e datori di lavoro.

Chi potrebbe mai sindacare la legittimità di uno sciopero contro una norma liberticida seppur apparentemente estranea alle relazioni lavorative? Come il sindacato anche partiti, associazioni, comitati e, più genericamente, tutte le reti dei cittadini impegnati in settori laddove lo Stato non sempre riesce ad arrivare: sono questi i cd. soggetti intermedi cui l’ordinamento da grande rilevanza. Un fenomeno sociale che contraddistingue gli stati più moderni e consente la convivenza delle più disparate istanze tipiche delle società del pluralismo democratico quali sono quelle in cui noi oggi viviamo, attenuando i motivi di conflitto, organizzando ed incanalando il dissenso nei binari dellademocrazia, e attuando una forma di controllo e comunicazione costante tra la società e le istituzioni che altrimenti avverrebbe solo una volta ogni 5 anni in occasione del voto.

E’ in un tale contesto che si inserisce perciò la proposta di Maurizio Landini. Alla continuità con la tradizione  della CGIL, si uniscono le contingenze del momento. Quelle di un sindacato che non riesce più a rappresentare i lavoratori e che, come dice il segretario della Fiom, va riformato. Se su 100 lavoratori 15 sono assunti a tempo indeterminato e gli altri 85 sono a tempo determinato, se si moltiplicano le forme di precariato, i lavoratori a progetto, le partite iva e quant’altro, è normale che il sindacato, di per sé strutturato su un modello di lavoro diverso dall’impostazione odierna, per continuare a svolgere la propria funzione debba interrogarsi su nuove formule di rappresentanza. L’alternativa sarebbe rimanere chiusi in se stessi, dedicarsi ad una rappresentanza della minoranza dalla quale sarebbero completamente escluse le nuove generazioni. Del resto con le nuove norme in tema di licenziamenti, i cui limiti appaiono sin da subito facilmete aggirabili, chi avrebbe il coraggio di iscriversi ad un sindacato? La strada, senza un cambiamento, è quella della marginalità, quella delle micro-associazioni impotenti, quella del sindacato dei pensionati.

Una fine a dire il vero ingloriosa per l’unica associazione che ancora oggi è capace di organizzare mobilitazioni di massa: lo ha dimostrato in occasione dello sciopero generale e della manifestazione contro l’abolizione dell’art. 18 in autunno, continuerà a dimostrarlo in futuro. Partecipazione e numeri che fanno da contraltare alle sezioni vuote dei partiti, al crollo delle tessere del PD, alla fine dei partiti di massa e della sinistra. Il successo di Libera, Emergency, delle innumerevoli associazioni territoriali, esperienze di autorganizzazione, movimenti per i beni comuni, sono queste l’altra faccia della medaglia di quella che è stata descritta da più parti come l’età del disimpegno.

Queste e molte altre le cosiderazioni che avranno spinto Landini, forse stanco di cercare vanamente validi interlocutori politici parlamentari per le istanze del mondo da lui rappresentato, a guardare in faccia alla realtà: se i partiti politici sono ‘’finiti’’ c’è tutto un mondo che quotidianamente si muove sui territori nell’affrontare i mille problemi della crisi ispirandosi a quel mutualismo cooperativista che, ad esempio, ha fatto grande syriza. E allora perché non intavolare un forum con i tanti soggetti intermedi che compongono la società italiana, quelli che fanno dell’antimafia la propria pratica, quelli in cui trovare magari disoccupati, licenziati in cerca di lavoro, precari perenni, oppure coloro che si muovono in difesa dell’ambiente, quelli che provano a sopperire alla crisi e giornalmente alleviare la piaga della povertà che affligge sempre più italiani. Dell’esigenza circa l’apertura di unanuova formula di rappresentanza degli esclusi si parla da tempo, se sia questa la ricetta nessuno può dirlo, di certo la ”coalizione sociale” di Landini può rappresentare un autorevole tentativo in questa direzione. E che importa se a qualcuno non piace un sindacato che si muove nella società, del resto l’attuale presidente del consiglio è stato votato da qualcuno?

Michele Trotta

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