Siria. Ecco perchè ad Assad non serviva usare le armi chimiche | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
venerdì , 24 marzo 2017
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Siria. Ecco perchè ad Assad non serviva usare le armi chimiche

Gian Micalessin, inviato de “Il Giornale” a Damasco racconta la sua esperienza con l’esercito siriano in quel di Jobar, la località del presunto attacco chimico. E le sue parole sollevano parecchi interrogativi..

Le due donne in nero non alzano neppure gli occhi. Una bionda cristiana scuote la testa, barcolla sui tacchi e accelera il passo. Al posto di blocco di Zablatani Street un soldato appoggiato ai sacchetti di sabbia allineati tra le vetrate oscurate dei palazzi ministeriali e il caos dell’ortomercato verifica targhe e permessi: «Sahafi? La, la, -giornalisti no no – qui passano solo i residenti».“, comincia così il racconto di Gian Micalessin a Damasco. Ci racconta dal vivo la guerra in Siria, una guerra che tutti raccontano senza però muoversi da casa, prendendo le parti di uno o dell’altro solo sentendo quello che ci viene riferito dai media. L’inviato del “Giornale”, (quotidiano da noi lontanissimo ovviamente), traccia un resoconto molto diverso da quello che si legge nel mainstream di quello che sta succedendo a Damasco. Ci parla di una città tutto sommato serena, dove la gente si ostina a vivere la quotidianeità, sapendo che a pochi metri in realtà si combatte senza esclusione di colpi. 

«Benvenuti all’inferno», Abu Abib un ufficiale con la scritta «operazioni speciali» sulla mimetica ci accoglie ghignando nel suo nido protetto da palizzate di cemento e fortificazioni. È qui da sei mesi, conosce ogni angolo, ogni insidia, ogni trappola di questa linea del fronte. Siamo alle porte del sobborgo commerciale di Jobar, est di Damasco, ad appena ottocento metri dal centro.“, eh sì, Jobar, la stessa cittadina dove gli Stati Uniti giurano e spergiurano che sarebbe avvenuto l’attacco chimico. A Jobar, Micalessin racconta che fino a due settimane fa sventolava la bandiera nera di Al Nusra e di Al Qaeda, e soprattutto ammette di aver trovato diversi ordigni lasciati qua e là proprio dagli estremisti islamici. 

Abu Abib non si ferma. «Ora ti porto fino al lato sud di Jobar, ormai li abbiamo spinti indietro fin là. In due mesi abbiamo completamente ribaltato la situazione sul terreno». Ora però avanzare è un rischio continuo. A ogni crocevia i colpi dei cecchini bersagliano la nostra fila. Uno sfiora il comandante e i suoi uomini alla testa del gruppo. Lui fa segno di fermarsi, indica un’abitazione diroccata. C’infiliamo tra i ganci di un ex frigo di macelleria trasformato in un posto d’osservazione. Abu Abib osserva l’area da cui sono partiti i colpi, parla alla radio. Cinque minuti dopo, un colpo di mortaio s’abbatte sulle postazioni nemiche. Avanziamo ancora. Ora siamo sulla primissima linea. Nell’aria c’è lezzo di cadavere. Una trincea di terra smossa si congiunge a un rudere sforacchiato dai colpi, collegato a sua volta alle cantine di altre macerie. Scivoliamo in quell’antro, strisciamo verso alcune feritoie. Abu Abib tende il dito verso un palazzone sventrato. «Sono là dentro, è la loro ultima tana». Saranno duecento metri anche meno. Abu Abib ti guarda e sorride. «Ora hai capito come combattiamo qui? Voi giornalisti e le vostre balle delle armi chimiche mi fate ridere. Pensi che se usassi i gas per snidarli da quei palazzi me la caverei? Moriremmo noi e loro. Ma noi non vogliamo morire, vogliamo solo buttarli fuori di lì…e per farlo ci bastano le armi che usiamo ogni giorno. Ci bastano e ci avanzano. Fino a due mesi fa avevamo l’ordine di non attaccare, di creare una barriera per difendere Damasco e impedir loro di minacciare il centro. Ma poi gli ordini sono cambiati e in poche settimane abbiamo riconquistato gran parte di Jobar. Se avessimo voluto usare le armi chimiche lo avremmo fatto all’inizio dell’offensiva. La verità è che qui le armi chimiche non servono a nulla. Qui bastano un po’ di coraggio e i nostri kalashnikov».

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