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martedì , 23 maggio 2017
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Siria, i conti di una guerra sporca

“La guerra “senza quartiere” contro Damasco, l’ossessione di rovesciare il “regime” di Bashar al-Assad non fanno dimenticare per un solo minuto l’eredità di decenni di Siria post-coloniale, baluardo della resistenza araba antimperialista e della solidarietà con la causa della Palestina, nonostante le vicissitudini di un percorso liberatore non lineare. Calpestare e sotterrare la bandiera emancipatrice del patriottismo e della dignità arabi, attentando contro la sovranità e l’integrità territoriale siriane, è compito vitale per gli aggressori (…) La resistenza patriottica siriana è un esempio di coraggio e dignità che merita la più ampia solidarietà. E il Vertice dei Non Allineati che si è concluso a Teheran, nonostante gli elementi contraddittori che contiene, è un importante segnale di speranza per i popoli.”

Per quanto enormemente perversa sia la campagna mediatica, essa non può oscurare la verità della guerra in corso in Siria. Una guerra istigata, architettata, finanziata e condotta dall’estero, espressione dell’esacerbazione della lotta di classe sul piano internazionale. Senza l’azione criminale degli USA, delle potenze allineate della NATO (tra le quali spicca il revivalismo coloniale del trio Erdogan, Hollande e Cameron e la disputa per un maggiore protagonismo e un superiore profitto), di Israele e delle dittature del petrodollaro del Golfo l’attuale guerra terrorista in Siria non sarebbe possibile. Questo è l’elemento decisivo che si sovrappone agli altri. E non sorprende, considerata  la coltre di silenzio della comunicazione sociale dominante circa il carattere, le forze motrici e il contesto regionale e internazionale di questa guerra. Non si assisterebbe alla scalata sanguinosa né al quadro di “guerra civile” sanguinosa in Siria senza le tracce fresche delle guerre imperialiste in Jugoslavia, Iraq, Afghanistan e Libia. In Afghanistan la guerra fa venire i brividi. Più di 2.000 soldati solo degli Stati Uniti vi hanno perduto la vita. Tuttavia, anche dopo l’inevitabile ritiro del grosso della presenza militare della NATO, annunciata per il 2014, gli USA pretendono di continuare ad utilizzare la materia infiammabile dell’instabilità afghana come forza di ricatto, indirizzato alle frontiere degli stati limitrofi, compresa la provincia autonoma del Xinjiang della Cina.

Come si sa, Pechino rappresenta la principale preoccupazione degli Stati Uniti. Il sinistro ingranaggio retroattivo del terrorismo Al Qaeda (una creatura coltivata dalla CIA negli anni 80), i barbari attacchi con apparecchi non pilotati quotidianamente attuati nel territorio di Yemen, Pakistan, Somalia, ecc. costituiscono l’elemento e il brodo di coltura, non solo della proiezione militare dell’imperialismo nordamericano, ma anche delle forze che ieri devastavano la Libia e oggi sono dispiegate nella resa dei conti in Siria. Tutto in nome della libertà e della democrazia. Qui vediamo il modus operandi della promozione dell’estremismo religioso e della rete pullulante di sette dell’islamismo radicale, dell’incentivazione fratricida della divisione etnico-confessionale, come si era già cupamente visto nella recente occupazione dell’Iraq. Forze che sono carne da cannone al servizio dell’agenda destabilizzatrice, e allo stesso tempo valvola di sfogo che permette alle classi dominanti, indigene e metropolitane di gestire le tensioni sociali e il vasto malcontento degli strati popolari e anche dei settori intermedi delle borghesie nazionali.

Questo è lo scenario di frammentazione e destabilizzazione auspicato a Washington per la regione del cosiddetto Grande Medio Oriente, in cui si incrociano gli interessi nevralgici per il controllo dell’economia mondiale e la sua geopolitica. Una visione che non cessa di essere sintomatica della megalomania imperialista nel limbo della crisi capitalista mondiale.

La guerra “senza quartiere” contro Damasco, l’ossessione di rovesciare il “regime” di Bashar al-Assad non fanno dimenticare per un solo minuto l’eredità di decenni di Siria post-coloniale, baluardo della resistenza araba antimperialista e della solidarietà con la causa della Palestina, nonostante le vicissitudini di un percorso liberatore non lineare. Calpestare e sotterrare la bandiera emancipatrice del patriottismo e della dignità arabi, attentando contro la sovranità e l’integrità territoriale siriane, è compito vitale per gli aggressori. La sovranità dell’Iran emerge come un “ostacolo” di fondo (è opportuno ricordare il golpe della CIA che nel 1952 rovesciò Mossadek). Ma il trampolino di lancio del conflitto siriano si spinge avanti, puntando anche alla Russia multinazionale (si vedano i recenti attentati nel Caucaso e nel Tataristan).

La missione incendiaria guidata dagli USA non ha però le mani libere. La resistenza patriottica siriana è un esempio di coraggio e dignità che merita la più ampia solidarietà. E il Vertice dei Non Allineati che si è concluso a Teheran, nonostante gli elementi contraddittori che contiene, è un importante segnale di speranza per i popoli.

Articolo dell’ “Avante”, settimanake del Partito Comunista Portoghese.

Traduzione di www.Marx21.it

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