Siria. La guerra silenziosa dei curdi del RojavaTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Siria. La guerra silenziosa dei curdi del Rojava

L’antropologo David Graeber ha paragonato la lotta del Rojava curdo contro l’Isis alla Guerra Civile spagnola del 1936. Il riferimento è al ruolo importante che le donne curde hanno nella gestione ordinaria del potere e della guerra e anche al sistema libertario e antiautoritario adottato dai curdi nella zona del Rojava. Un esperimento scomodo che per motivi diversi Ankara e la Casa Bianca non hanno interesse alcuno a difendere dall’Isis. 

Tutti cominciano a parlare dell’assedio di Kobane con i curdi che difendono la città palmo a palmo. Stiamo parlando dei combattenti dell’Ypg e del Pkk che stanno difendendo la città di Kobane dall’attacco dei jihadisti dell’Isis, proteggendo migliaia di civili che ancora non sono riusciti a mettersi in salvo. I curdi amministravano ormai da qualche mese la regione del Rojava, uno splendido esperimento di autogestione e democrazia diretta che faceva leva sull’antiautoritarismo e sul rispetto delle differenze di genere e di cultura. Nel Rojava le donne sono considerate davvero pari agli uomini e con essi condividono la gestione della politica e della guerra. Forse è anche per questo che i jihadisti dello Stato Islamico vogliono annientare con tanta energia l’esperimento del Rojava, e forse è per questo che Ankara sceglie di attendere con le braccia incrociate che i jihadisti terminino il massacro prima di curdi prima di intervenire. L’antropologo David Graeber ha pubblicato un articolo molto interessante nel quale opera una sorta di parallelismo tra la resistenza del Rojava e la Guerra civile spagnola nel 1936. Allora Graeber ha ricordato come un colpo di stato fascista venne momentaneamente fermato da un sollevamento di lavoratori che portò a una rivoluzione sociale che finì per far finire diverse città “ sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere“. Con le debite proporzioni anche nel Rojava con la Guerra Civile Siriana i combattenti curdi sono riusciti a creare una autogestione rispettosa delle differenze che ha cominciato a funzionare e a convincere. Graeber ricorda poi che in occasione del 1936 le grandi potenze dichiararono una politica di “non intervento” e mantennero un rigoroso quanto vergognoso embargo nei confronti della Repubblica, anche dopo che Hitler e Mussolini cominciarono a rifornire Franco di armi e truppe per schiacciare i rivoluzionari. Anche oggi a parole tutti si dicono non interventisti, ma tutti sanno che lo Stato Islamico ha ricevuto armi, attrezzature e uomini dalle stesse potenze occidentali che ora guardano dall’altra parte mentre Kobane viene assediata. “Non avrei mai pensato di vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che sta accadendo ora in Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così stringenti e così preoccupanti che credo sia un dovere morale per me, cresciuto in una famiglia le cui idee politiche furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire:  non possiamo fare sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo“, ha scritto ancora Graeber. L’esperimento del Rojava dunque non piace a nessuno anche perchè ha dimostrato come sia possibile effettuare esperimenti di democrazia diretta anche nel bel mezzo di una guerra. I curdi hanno realizzato vere e proprie assemblee popolari che rappresentavano peraltro il supremo organo decisionale del governo, e all’interno di questi consigli vigeva un attento equilibrio etnico dal momento che in ogni municipalità le tre cariche più importanti vengono assegnate rispettivamente a un curdo, un arabo e a un assiro o armeno cristiano (e almeno uno dei tre deve essere una donna). Sempre nel Rojava esiste anche una milizia composta esclusivamente da donne, la milizia “YJA Star”, attiva in prima fila contro l’Isis. Il mondo però utilizza la scusa della vicinanza del Rojava al Pkk per boicottare quando non ignorare tutto questo. Il Pkk, Partito Curdo dei Lavoratori, è un partito marxista combattente impegnato da oltre quarant’anni in una guerra civile con Ankara, motivo per cui l’Unione Europea, la Nato e gli Usa lo ritengono una organizzazione terroristica senza nemmeno sapere che il Pkk ha ormai da tempo abiurato dal proposito di creare uno Stato curdo, optando invece per una visione di “municipalismo libertario” basato sulla formazioni di comunità di autogoverno sulla falsariga del Rojava per l’appunto. E infatti è dal 2005 che il Pkk ha accettato un cessate il fuoco con la Turchia per concentrarsi nello sviluppo di strutture democratiche di autogoverno, e infatti nella Rojava molte industrie sono state trasformate in cooperative condotte direttamente dai lavoratori. Proprio le milizie del Rojava, nel silenzio dei media, andarono in Iraq quest’estate per aiutare gli Yazidi intrappolati sul Monte Sinjar,ed è proprio per questo che lo Stato Islamico vuole distruggere Kobane e ridurre i curdi in schiavitù. In tutto questo Ankara sostiene di non poter permettere ai curdi di raggiungere Kobane perchè questo “significherebbe armare dei terroristi” dal momento che per i turchi il Pkk è considerato una sigla del terrore come l’Isis. Peccato che la visione islamista di Erdogan e la sua involuzione autoritaria lascino pensare a una sorta di simpatia ideale tra Ankara e lo Stato Islamico, un buon pretesto per far sì che siano proprio gli uomini del Califfo a “risolvere” per la Turchia il problema della Rojava. 

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