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venerdì , 20 ottobre 2017
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Siria. Quando i Kamikaze diventano rivoluzionari

Dopo l’attentato kamikaze di ieri che ha causato la morte di diversi pezzi grossi di Damasco, oggi l’Esercito siriano libero ha annunciato di essere pronto ad attaccare anche la sede della tv pubblica. Gli Stati Uniti intanto sono preoccupati per l’arsenale chimico della Siria, che potrebbe essere utilizzato contro i civili o finire nelle mani di Al Qaeda.

Un attentato Kamikaze viene narrato dai media internazionali dell’Occidente come “una spallata al regime”, e poco importa che a rivendicarlo siano stati gruppi indipendenti non meglio qualificati, quasi certamente salafiti islamici estremisti, decisi a colpire al cuore l’odiato governo “laico” di Assad. L’Occidente però, si sa, è abituato a raccontare bugie, a mistificare la realtà laddove questo può servire a far passare meglio i propri contenuti. Così questa guerra a senso unico continua  circondata dalle bugie e dalle mezze verità occidentali che stanno finendo per intorpidire le acque. Solo ieri a Damasco sono morte oltre 200 persone negli scontri tra esercito e ribelli, ma giustamente tutti i riflettori sono stati puntati sul terribile attentato suicida che ha decapitato l’unità di crisi voluta da Assad, un attentato presentato quasi in chiave trionfalistica dal mainstream. E così negli ultimi mesi qualcuno ha raccontato di una Siria dove le truppe di Assad massacravano impunemente la popolazione, evitando accuratamente di soffermarsi sul castello di menzogne costruito per occultare le atrocità e gli assassinii di massa perpetrati anche e soprattutto dai ribelli siriani, armati da potenze straniere e invogliati dal silenzio dei media a continuare con il loro modus operandi. Così nel tentativo di varare una missione militare contro Damasco scattano le cosiddette stragi “a orologeria”: ogni volta che un importante incontro internazionale sulla Siria è alla finestra, ecco che improvvisamente si verifica un massacro, e nessuno si sofferma a chiedersi a chi potrebbero giovare. Anzi, nel caso della strage di qualche mese fa a Houla, un quotidiano tedesco ha persino appurato che i responsabili sono stati in realtà i ribelli, ma questo è stato considerato un dettaglio da tutti i principali canali di informazione. Beninteso, Assad non è un santo, e quello di Damasco è un regime che si tramanda di padre in figlio, ma la Siria dispone di un governo votato dai cittadini e soprattutto di istituzioni funzionanti, e soprattutto ha subito attacchi contro i propri centri di potere e contro le proprie forze di sicurezza. Secondo stime approssimative sarebbero morti, dall’inizio della rivolta, qualcosa come 15.000 siriani di cui 4-5000 soldati e poliziotti. Non sembra proprio una strage a senso unico, e del resto abbiamo tutti ancora negli occhi le incredibili bugie raccontate sulla repressione di Gheddafi in Libia per autorizzare la risoluzione delle Nazioni Unite.  Così secondo l’Occidente Damasco dovrebbe cedere e regalare il potere alle bande di disertori e ribelli, assumendosi così tutte le responsabilità del conflitto e abiurando, de facto, la propria stessa sovranità. Israele, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Europa, Stati Uniti, la lista dei nemici di Bashar al-Assad è molto lunga, ed è fin troppo chiaro che in chiave anti-Iran, la Siria rappresenti una pedina fondamentale dello scacchiere. L’apparato di guerra mediatico però è già stato dispiegato, e così un attentato kamikaze contro dei ministri legittimi viene presentato come un gesto di rivoluzione romantico, e le impiccagioni dei “collaborazionisti” di regime vengono semplicemente taciuti. Verrebbe da chiedersi come avrebbero reagito gli Stati Uniti a un attentato kamikaze, anzi è già successo, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti in Afghanistan e in Iraq. Anche in Qatar, ma questo forse nessuno lo ha detto, è arrivata la Primavera Araba, schiacciata sotto le suole del potere e sterilizzata dalla censura mediatica che non ha interesse a far trapelare che in Qatar e in Arabia Saudita esistono regimi ben più efferati e oscurantisti di quello libico e siriano. Ma il Qatar fa affari con Washington, e quindi diventa magicamente “buono”. In Siria però, a differenza di quanto successo in Libia, Damasco è ancora in pieno controllo delle sue forze armate, e Assad dispone ancora di un largo consenso. Certo, vincere una battaglia contro estremisti pronti a farsi saltare in aria non è semplice, ancor più se sono armati da potenze straniere, e infatti lo scenario siriano sembra destinato a complicarsi ulteriormente dal momento che nessuna delle due parti in lotta sembra disposta a fare un passo indietro. Lo scenario più probabile sembra essere quello dell’invasione della Siria per motivi di sicurezza, dal momento che Damasco possiede diversi arsenali di armi chimiche che gli Stati Uniti temono possano venire usati contro la popolazione civile. Tradotto, il casus belli ideale per autorizzare una “missione di pace” volta a controllare il territorio siriano e a annientare le ultime sacche di potere statale.

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