Siria. Si apre il "terzo fronte" e l'opposizione ad Assad si divideTribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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Siria. Si apre il “terzo fronte” e l’opposizione ad Assad si divide

Siria. Si apre il “terzo fronte” e l’opposizione ad Assad si divide

Negli ultimi due mesi un nuovo fronte si è aperto all’interno della guerra civile siriana, quello tutto interno all’opposizione ad Assad con jihadisti e “moderati” che hanno cominciato, letteralmente, a spararsi addosso. Tutto questo rafforza la posizione di Damasco e indebolisce quella di Obama e dell’Occidente.

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In Siria ormai la guerra è diventata totale. Non solo esercito contro ribelli, ma anche ribelli contro ribelli, un mix letale in cui a pagare in prima persona sono quasi sempre civili incolpevoli. Da almeno due mesi infatti in Siria si è aperto, letteralmente, un altro fronte, quello tra ribelli jihadisti vicino ad Al-Nusra e ad Al Qaeda, e tra ribelli “moderati” e laici, ormai purtroppo una parte minoritaria come ampiamente spiegato anche da quotidiani autorevoli come l’Huffington Post . Oggi anche il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo che sviscera il problema degli scontri interni all’opposizione siriana, scontri ormai diventati una guerra nella guerra. Il luogo chiave di questo scontro tra jihadisti e laici è Deir Ezzor, vicino ad Aleppo, a meno di sessanta chilometri dal confine con la Turchia. Nella regione di Aleppo l’opposizione ad Assad è monopolizzata dal gruppo ribelle di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, nato nel 2013 da una fusione tra jihadisti di Siria e Iraq. Il SIIL ha compiuto diversi attacchi contro i gruppi di ribelli più moderati, arrivando anche a sparare. La scorsa settimana il SIIL ha persino lanciato una campagna chiamata “Eliminare la sporcizia”, il cui obiettivo dichiarato è quello di marginalizzare quando non eliminare i ribelli moderati.  I ribelli jihadisti del SIIL sarebbero all’incirca 10.000 e hanno già cominciato a uccidere e rapire i moderati seguendo alla lettera le indicazioni del leader di Al Qaeda Al Zawahiri, che in un messaggio diffuso la settimana scorsa aveva intimato ai suoi seguaci di non collaborare con i gruppi laici. La nuova situazione starebbe quini spingendo alcuni dei militanti dell’Esercito Libero Siriano, l’organizzazione militare di ribelli riconosciuta dall’Occidente, a considerare i ribelli estremisti come una minaccia seria tanto quanto i soldati regolari di Assad. La situazione era andata guastandosi il 12 luglio, quando alcuni membri del SIIL aveva ucciso Kamal Hamami, comandante dell’Esercito Libero Siriano a Latakia. A differenza dei laici e dei moderati i jihadisti siriani non combattono Assad in quanto “dittatore” ma combattono lo Stato stesso della Siria in quanto laico ed esempio di convivenza religiosa pacifica tra comunità musulmane e cristiane, almeno fino al 2011.  I jihadisti siriani fanno riferimento al sunnismo e hanno come obiettivo dichiarato quello di annientare lo Stato siriano per costruire al suo posto un califfato islamico e imporre la sharia, cosa peraltro già messa in atto nelle zone di territorio già sotto loro controllo. Negli ultimi mesi inoltre sono molti i  jihadisti stranieri sono entrati a far parte del gruppo estremista, e il loro obiettivo non è tanto la caduta di Damasco, quando la Jihad in quanto tale, che vorrebbero portare anche oltre la Siria, investendo così anche il Mediterraneo e l’Occidente. Da qui l’enorme rischio di un intervento della Nato che, rivolto unicamente contro Assad, aprirebbe la strada a gruppi jihadisti senza scrupoli che si macchiano di crimini inenarrabili. Un diplomatico occidentale ha detto a questo riguardo al WSJ: “È una strada in salita per il governo ad interim, e non sarà facile affermarsi in tutto il territorio siriano a causa delle minacce provenienti dal regime e dagli estremisti, ma c’è ancora una possibilità di riuscirci. La maggioranza dei siriani non è favorevole alla “talebanizzazione”. Se gli si dà un’alternativa moderata, loro sceglieranno quella“. In molti di fronte alla violenza dei gruppi jihadisti hanno finito anche per collaborare con il governo di Damasco, e molti analisti temono che i territori a nord di Aleppo possano diventare una base per operazioni militari dei jihadisti in modo simile al Waziristan in Pakistan, e ai territori dello Yemen. D’altro canto secondo la tattica “divide et impera” l’esercito di Assad potrebbe alla fine avere la meglio, portando jihadisti e moderati a indebolirsi tra loro e magari venendo a patti con la parte laica che non potrebbe accettare di aver combattuto contro Assad per sprofondare nella Sharia. 

DC

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