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venerdì , 20 ottobre 2017
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Slovenia, continua la pacifica rivoluzione

Il movimento OccupyLjubljana, da fine novembre, ha portato più di 70.000 persone nelle strade e piazze slovene per ribellarsi contro la politica e le istituzioni.

Fonte: Oltremedianews.it

Slovenia


“They are finished!” è lo slogan con cui migliaia di sloveni vogliono dare corpo a una vera e propria rivoluzione.
Dal blog ufficiale di OccupyLjubjana, i manifestanti lanciano il loro grido trionfale per aver dato inizio, a loro parere, a una vera rivoluzione che segnerà la caduta dei politici e degli speculatori, dai quali è partorita questa crisi economica. Maribor, Ljubljana, Ptuj, Gornja Radgona, Jesenice, Kranj, Bled,  Koper, Nova Gorica, Novo mesto, Velenje, Ajdovščina, Trbovlje, Celje, Dravograd, Ravne na Koroškem, Krško, Brežice, Izola, Murska  Sobota, Bohinjska Bistrica, Lendava, Trebnje, Slovenske Konjice, Litija, Kočevje, Radenci; praticamente l’intero Paese è sceso in strada per unirsi alla protesta raggiugendo, secondo l’organizzazione, più di 75.000 manifestanti, nonostante il numero tenda ad abbassarsi considerevolmente nei dati forniti dalla polizia.
Gli organizzatori della protesta incitano i propri concittadini a non limitarsi a manifestare contro le istituzioni il proprio rancore via web o in strada, ma a organizzarsi autonomamente, perché la politica, l’economia, la cultura, le università, i sindacati e la sanità tornino nelle mani del popolo. Nel mirino, il capitalismo; la politica, in primo luogo il Primo Minsitro Janez Jansa e i nazionalisti (definiti semplici opportunisti); le forze dell’ordine; tutti avrebbero contribuito in vent’anni a distruggere il Paese, secondo il modello greco. La priorità è, dunque, strappare il controllo a chi ha causato la crisi, creando assemblee autonome nella propria città per risolvere i problemi dei più deboli e dei disoccupati; senza alcun mediatore, gestendo ogni questione sociale che riguardi il cittadino solo tra cittadini.
Il tutto con metodi non violenti, opponendo alla repressione, l’umiliazione e l’intimidazione – almeno 254 manifestanti sono finiti in carcere – le armi dell’arte, della creatività, persino della comunicazione a voce, poiché i media sono considerati, senza eccezione, al servizio dei poteri forti. Il movimento guarda anche fuori dai propri confini, progettando un proprio futuro allargamento all’intera Europa e plaudendo i tentativi simili occorsi in altri Paesi: la primavera araba in Egitto e, soprattutto, le ondate di protesta in Islanda, nazione finita in bancarotta a causa della crisi e pronta ora persino a cambiare il proprio nome.

  Francesco Moscarella
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