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mercoledì , 29 marzo 2017
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Smanie di aggressione, ieri come oggi

Tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999 si assiste ad una vera e propria svolta nel conflitto serbo-albanese in Kosovo.

Fonte: Marx21

Nell’ottobre 1998 comincia l’iniziativa diplomatica del mediatore internazionale, in realtà inviato speciale degli Stati Uniti nei Balcani, Richard Holbrooke; nel gennaio 1999 l’UCK, formazione armata del separatismo albanese in Kosovo, sparisce dagli elenchi del Dipartimento di Stato delle organizzazioni terroristiche internazionali; infine, all’alba della primavera 1999, parte il bombardamento mediatico, a suon di propaganda di guerra e falsi scoop, con cui preparare le opinioni pubbliche occidentali ad una guerra “costituente” in una regione che neanche si sapeva dove fosse sulla carta geografica e della quale si faticava perfino a ricordare il nome. La concatenazione degli eventi e il concorso delle circostanze non è indifferente: nell’autunno-inverno del 1998 era partita una campagna della polizia federale e dell’esercito jugoslavo con cui le forze serbe, pochi lo ricordano, stavano riprendendo il controllo di gran parte del Kosovo: l’opposizione armata era in ritirata strategica quasi ovunque e la diplomazia internazionale era letteralmente al palo.

Fu allora che gli Stati Uniti ricorsero apertamente al ricatto: pace alle “condizioni imperiali” o guerra sui cieli di Belgrado e di tutta la Serbia. Non appena Slobodan Milosevic accennò ad accettare (13 ottobre 1998) le condizioni di Richard Holbrooke ebbe inizio una campagna anti-jugoslava, aperta dai leader politici e militari del separatismo albanese kosovaro, in primis l’allora capo della guerriglia ed oggi premier kosovaro, Hashim Thaçi; gli albanesi kosovari si dissero insoddisfatti degli accordi di pace raggiunti a Belgrado e indisponibili a credere alla buona volontà del governo jugoslavo. Gli Stati Uniti si preparavano allora ad attaccare la Serbia.

Questo scorcio di estate 2013 sembra rappresentare una vera e propria “svolta” nell’evoluzione (drammatica) della guerra in Siria. Sono molti gli eventi che si accavallano, e la successione dei fatti e la concomitanza delle circostanze è sicuramente uno dei motori del singolare meccanismo che pare essersi messo in campo. La prima metà del mese di maggio ha visto il suolo di Libano e di Siria calcato da una delle più interessanti missioni di “diplomazia dal basso” sin qui realizzate nel corso del conflitto, coordinata dalla Premio Nobel per la Pace, Mairead Maguire, a sostegno della iniziativa dal basso denominata Mussalaha (Riconciliazione), a tutt’oggi la più significativa tra le esperienze di base siriane ispirate ai principi della pace, del dialogo e della nonviolenza. Chiara come non mai una sua dichiarazione: «E’ il popolo siriano a dovere trovare una soluzione per i suoi problemi, il suo destino, la sua politica. Nessuno ha il diritto di interferire nei loro affari interni e tutte le forze straniere devono stare lontano. Il flusso di armi e di combattenti deve essere fermato, le sanzioni devono essere revocate, e se l’embargo sulle armi deve rimanere in vigore, esso deve coinvolgere tutte le parti, il governo siriano ha diritto legittimo a difendersi contro l’aggressione straniera». Questo movimento riesce a innescare, forse per la prima volta dall’inizio del conflitto, una piccola, positiva, “reazione a catena”, qualche attenzione degli organi di stampa, segmenti del pacifismo organizzato costretti finalmente a fare i conti con la “diplomazia popolare” nel conflitto siriano, alcune significative prese di posizione del movimento nonviolento e del movimento umanista sulla “guerra per procura” in corso in Siria e contro le ingerenze e le intromissioni straniere. In Italia, una manifestazione a Roma, il 15 Giugno, di alcuni segmenti sedicenti “pacifisti” e trockisti, pallida e languente. Intanto, in Siria, le forze dell’esercito siriano, riconquistata Qusayr, dirigono le proprie forze verso Aleppo, ancora roccaforte dei ribelli, e sembrano piegare le sorti del conflitto, per la prima volta in misura significativa, a proprio favore. È qui che, oggi come allora, ancora una volta gli Stati Uniti rompono gli indugi: parte l’offensiva mediatica e diplomatica sull’uso delle armi chimiche da parte del “regime” (qualcuno ricorderà il precedente iracheno, ma anche svariate testimonianze circa l’uso di armi proibite da parte delle forze anti-governative, armate e sostenute da forze atlantiche e petro-monarchie); l’UE discute la revoca all’embargo delle armi verso la Siria, una misura esplosiva e destabilizzante, vera e propria benzina sul fuoco del conflitto siriano; le opinioni pubbliche occidentali vengono sempre più intensa-mente preparate all’eventualità di un intervento armato sponsorizzato in primo luogo da Stati Uniti e Gran Bretagna contro la Siria. Scandalosi alcuni reportage sugli esiti recenti del G8 in Irlanda del Nord, reo, secondo la grancassa mediatica, di incertezza e debolezza, per non avere raggiunto un “consenso” su una vera e propria campagna di guerra contro la Siria. Ieri come oggi, Bill Clinton: ieri erano gli stati europei “divisi” e “timidi” di fronte alla necessità di “piegare” il “dittatore” di turno (Milosevic), oggi è perfino Barack Obama, attuale presidente, a fare la figura dell’imbelle e del “pazzo completo” con le sue presunte titubanze di fronte alla necessità di attaccare la Siria o, almeno, di imporre una no-fly-zone (che è atto di guerra a tutti gli effetti).

Vedremo come andrà a finire. Intanto però i due copioni sono sempre più, drammaticamente, simili. Che non si ripeta in farsa, e non diventi l’ennesima tragedia, ovviamente “umanitaria”, è cosa su cui bisogna vigilare.

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