Smith, Schumpeter e Marx a Pechino: in merito al Plenum del Partito Comunista CineseTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Smith, Schumpeter e Marx a Pechino: in merito al Plenum del Partito Comunista Cinese

Giorno 18 ottobre, borsa Shanghai + 3,3, Hong Kong + 2,7, titoli finanziari alla riscossa. Cosa è successo durante il Plenum del Partito Comunista Cinese? E’ passata la linea nera, come strillava sabato 16 novembre il Manifesto, che dalle nostre parti appoggia niente meno che il PD?

“In tutto questo, sembra esservi una assoluta contraddizione, o quanto meno un incalcolabile conflitto, fra Partito comunista e regime di mercato, anche per il mito rivendicato come prioritario, del mercato come sintomo di democrazia, per nascondere meno prioritari ma più consistenti interessi. La verità è che questa falsità storica oggi il Partito comunista cinese l’ha definitivamente denunciata. Le contraddizioni e i conflitti del mercato, nonché della sua disciplina, in continuo cambiamento, possono creare incredibili diseguaglianze, a tutti i livelli. Ma certo la loro soluzione appare oramai avere molte vie aperte. Il connubio tra mercato e democrazia, con buona pace dei tanti arroganti sacerdoti del neoliberismo, è storicamente tramontato”

(Guido Rossi, La cura cinese per l’economia globalizzata, Il Sole 24 Ore, 17 novembre 2013)

Gli occidentali paiono avere una scarsa conoscenza della realtà cinese dell’ economia socialista di mercato. Giovanni Arrighi in Adam Smith a Pechino era stato chiaro: quel che succede da quelle parti modificherà i rapporti di forza mondiale. Altre volte avevamo suggerito che la dirigenza cinese applica un mix tra Smith, Schumpeter e Marx, un originale connubio finalizzato in ultima analisi ad una crescita poderosa della produttività totale dei fattori produttivi, un cammino incessante per raggiungere i livelli, ora calanti, occidentali. Lo hanno applicato alla forza lavoro, agli immensi conglomerati industriali pubblici, alle cooperative, alla pubblica amministrazione. Ora è il tempo di altri due settori, agricoltura e finanza. Si parla ora di titoli di proprietà. In ambito agricolo si punta a creare in pochi decenni quel che vi era durante la rivoluzione inglese, vale a dire la gentry, agricoltori che applicarono tecniche agricole innovative che fecero esplodere la produttività. Il piano di urbanizzazione comunicato dal premier Li Keqiang a marzo di questo anno, un piano di 5 mila miliardi di euro volto a spostare dalla campagna alle medie città 300 milioni di persone, mira appunto a far esplodere la produttività in ambito agricolo, senza la quale le contraddizioni economiche esploderebbero. Dunque, da un lato concede diritti di proprietà ai contadini, dall’altro il Plenum annuncia la fine del sistema di registrazione differenziato e discriminante detto hukou, abolendolo proprio nelle medie città che si intendono urbanizzare con spaventosi piani di edilizia residenziale pubblica. Un grande esodo, pari all’intera popolazione dell’eurozona. Inoltre concedendo i diritti di residenza ai migranti, e dunque sanità, istruzione e previdenza, la massa di risparmio di queste persone si indirizzerà parzialmente verso i consumi interni, mettendo in secondo piano il contributo dell’export alla crescita. Non a caso, sempre a marzo Li Keqiang annunciava che la Cina nei prossimi 5 anni ha intenzione di importare beni e servizi per 10 mila miliardi di dollari, sconvolgendo il mercato mondiale, import favorito inoltre dalla rivalutazione della moneta. La fine della politica del figlio unico sembra anch’essa rivolgersi verso la crescita del mercato interno, giacché la dirigenza cinese è sicura ormai di poter dare da mangiare ed un tetto a più di un miliardo e mezzo di persone, caso unico nella storia.

Da un punto di vista economico, le novità maggiori riguardano la finanza. Oltre a liberare schumpetariamente le forze di mercato, ma con una netta leadership dei conglomerati pubblici, la dirigenza cinese favorisce due ambiti assolutamente rivoluzionari: la creazione di merchant banks private, sullo stile di Imi e Mediobanca, e la quotazione azionaria delle imprese, pubbliche e non. Da un punto di vista marxiano si tratta di misure di centralizzazione finanziaria e di misure di contrasto alla caduta tendenziale del saggio di profitto. Unito alla prossima convertibilità della moneta, creerà nel giro di un decennio il più grande mercato finanziario mondiale. La raccolta da quotazione azionaria (vi sono circa 700 società pronte per essere quotate..) e le masse messe a disposizioni delle imprese cinesi da parte delle merchant banks, otre la liquidità propria ( che è considerevole..) favoriranno piani di espansione estera, altra misura di contrasto alla caduta tendenziale del saggio di profitto, e l’internazionalizzazione della moneta.

Che dire? L’Italia aveva tutti questi strumenti. Nel giro di un ventennio sono stati smantellati. Dove si trova il nostro Paese oggi e dove si troverà la Cina tra qualche anno? Non resta che appoggiare quanto detto dal giurista, peraltro nemmeno comunista, Guido Rossi: mercato e democrazia sono pie illusioni.

In ultimo, curioso che in Occidente le investment banks campino unicamente della droga monetaria, gratis, delle loro banche centrali, mentre in Cina con la creazione di merchant banks si opera per restringere lo spazio dello shadow banking per canalizzare le risorse verso l’economia produttiva. Nelle ultime settimane la banca di investimento francese Natixis ha comunicato un grafico in cui si vede che negli ultimi trent’anni all’esplosione della massa monetaria occidentale ha corrisposto via via la decelerazione prima della crescita e poi la recessione-stagnazione. In Cina sono impegnati a ridurre drasticamente la massa monetaria in circolazione. Chissà perché, forse saranno seguaci della scuola austriaca. Oppure intendono la finanza per quello che dovrebbe essere, vale a dire strumento al servizio dell’economia reale. E il Manifesto tutto ciò lo taccia come fosse linea nera. Strani comunisti ci sono in Italia.

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Pasquale Cicalese per Marx21.it

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