Socialismo 2.0. Pensare a un "superamento" del Lavoro?Tribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Socialismo 2.0. Pensare a un “superamento” del Lavoro?

Cosa dovrebbe essere il lavoro se non lo strumento per emanciparsi e realizzarsi? E quando il lavoro diventa servaggio e mera sopravvivenza, si può ancora parlare di lavoro? Con l’avvento della tecnologia di massa i teorici di una società socialista o comunista dovrebbero ripensare al concetto stesso di “lavoro”, incentrando non più la salvezza dell’uomo su di esso ma sul suo “superamento”, inteso come superamento della schiavitù e della dipendenza dell’uomo, ovvero la reale libertà. Per farlo però occorre riaffermare la centralità dello “Stato”, l’unico agente in grado di realizzare tale “superamento” sulla base del bene comune.

Quello del “lavoro” è un tema annoso ed è stato sicuramente quello centrale nel corso del XX secolo. Il lavoro infatti è diventato per tutti una leva di sviluppo individuale, un modo di emanciparsi e realizzarsi, magari migliorando la propria situazione sociale e il proprio status. Mediante il “lavoro” milioni di persone sono riuscite a realizzarsi, a sfamare se stessi e la propria famiglia, a dare un senso alla propria stessa vita. Per anni inoltre si è assistito a lotte sociali che hanno sostanzialmente portato a un allargamento dei diritti dei lavoratori, con il risultato che il mondo del “lavoro” è diventato uno dei campi dove combattere per i propri diritti e un teatro della “lotta di classe” in atto nel corso di tutto il XX secolo. Era proprio il lavoro il luogo del conflitto dove i lavoratori cominciavano a prendere coscienza di sè come classe e a organizzarsi per ottenere maggiori diritti, ed è questo uno schema che è stato valido per tutto il corso del secolo. Oggi le cose cominciano a cambiare dal momento che il concetto stesso di “lavoro” si va modificando; non casualmente tutti i partiti che chiameremo per comodità “marxisti” in Occidente sono finiti ai minimi storici, e non solo a causa del crollo del socialismo reale ma perchè il cambiamento del concetto di “lavoro” ha reso sostanzialmente desuete le rivendicazioni che erano invece valide in un periodo precedente. Ma il fatto che il “lavoro” sia cambiato non ha certo fatto sì che cambiasse anche lo sfruttamento di una classe sull’altra, che anzi si è acutizzato in quanto venendo meno il “lavoro” come luogo di organizzazione ha portato all’atomizzazione delle classi subalterne che si sono sempre più impoverite e si impoveriscono a differenza di quelle più agiate. Non a caso in questi anni di crisi economica i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri in un contesto in cui il ruolo “redistributore” dello Stato è venuto completamente meno.

Il risultato di tutto ciò è che il lavoro è tornato a essere semplice sfruttamento smettendo di diventare un volano di crescita personale, e tutto questo ha portato le classi subalterne a perdere la coscienza di sè. Senza contare più come “classe” i lavoratori cessano di esistere in quanto tali e diventano individui con cui concertare una soluzione, o più prosaicamente persone in cerca di un salario per sfamare se stessi e la propria famiglia. In questo drammatico contesto purtroppo la sinistra tradizionale non riesce a fare breccia nei consensi della gente in quanto non riesce più a proporre nulla di allettante in un mondo dove gli interessi privati e delle multinazionali hanno superato persino il potere dei governi dei singoli paesi. Questo induce a formulare un’ipotesi, forse ardita ma che potrebbe fornire materiale per discutere e pensare a chi vorrebbe invertire la tendenza e lavorare per un superamento delle “barbarie” del moderno capitalismo. Bisognerebbe forse avere il coraggio di passare dalla “rivendicazione” del lavoro (che non essendo più portatore di dignità ma di sfruttamento non è più un qualcosa da difendere) a un “superamento” del lavoro, inteso come superamento delle catene della necessità da parte dell’umanità. E questo discorso si può fare solo ora nel XXI secolo dato che l’automazione, l’elettronica, la moderna tecnologia stanno rendendo per la prima volta nella storia dell’uomo possibile pensare che la maggior parte dei lavori che vengono compiuti con pericolo e fatica dagli esseri umani possono essere portati a termine con la tecnologia. Il problema però è che tale “tecnologia” è un mezzo di produzione, e di conseguenza se questa transizione verso una produzione automatizzata verrà gestita dagli attuali proprietari di suddetti mezzi di produzione non si avrà di certo un miglioramento delle condizioni delle classi subalterne che verranno semplicemente espulsi dal sistema produttivo e condannati a una vita di povertà ed emarginazione totale.

Viceversa un “Socialismo del XXI secolo” dovrebbe avere il coraggio  di rilanciare il ruolo dello “Stato”, l’unico che può garantire una transizione verso un mondo automatizzato che coinvolga per l’appunto anche le classi subalterne. Se lo Stato si riappropriasse dei mezzi di produzione se ne riapproprierebbero anche tutti coloro che oggi sono troppo poveri anche solo per sopravvivere e hanno bisogno di un qualsiasi lavoro sfruttato per riuscirci. Chiaramente questo significherebbe la fine del privilegio di pochi e l’inizio del benessere per tutti, con lo Stato che avrebbe a quel punto solo il compito di armonizzare la produzione di beni gestendo l’automazione secondo criteri di giustizia, uguaglianza e redistribuzione per l’interesse comune. E se tutto questo vi sembra fantascienza pensate anche solo ai supermercati dove sta svanendo anche il mestiere della cassiera per lasciare spazio a sistemi di pagamento automatizzati. La robotica, la tecnologia, l’informatica sono peraltro solo agli albori, e uno Stato realmente tale svilupperebbe tali tecnologie per l’appunto non per aumentare i profitti (di pochi) ma per avanzare sulla strada del raggiungimento globale del benessere. Solo lo Stato è in grado infatti di mettere la tecnologia e la scienza al servizio dell’uomo, liberandolo così dal bisogno, dal servaggio, dalla schiavitù. Se invece tale transizione, come accade, verrà gestita dai privati, il benessere riguarderà solo una piccolissima parte dell’umanità e ogni conquista tecnologica verrà portata avanti sulla base di ciò e verrà utilizzata per sigillare lo status quo e aumentare i profitti, e a ben guardare è esattamente quello che sta succedendo adesso. Nel XXI secolo è possibile speculare direttamente da casa propria  in borsa, diventando inconsapevoli attori di sommovimenti di denaro virtuale che poi finiscono per rovinare le vite reali delle persone quando le bolle speculative esplodono. E’ questo un fulgido esempio di “tecnologia” al servizio delle classi dominanti, di quella oligarchia finanziaria che ormai prende le reali decisioni globali anche al posto dei governi.  Ma se il “lavoro” diventa qualcosa che si deve fare per sopravvivere, ecco che è possibile teorizzare che il “lavoro” non sia bello in sè. Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay ha dichiarato: “Non siamo stati messi al mondo per lavorare ma per vivere“. Niente di più vero, peccato che la società odierna sia organizzata in modo che sia impossibile vivere senza lavorare. Ma per la prima volta nella storia dell’uomo intravediamo la reale possibilità dell’esistenza (virtuale certo ma comunque possibile con la volontà) di un mondo il “lavoro” inteso come sopravvivenza potrebbe essere superato dall’automazione e dal progresso.

A questo punto alcuni potrebbero dire che già con la Rivoluzione Industriale si sia passati da una società e una economia arcaica a una società moderna con l’avvento di massa della tecnologia. E così in effetti è stato ma per quante persone? Possiamo dire che sia stata una fase del progresso umano, infatti a causa della rivoluzione industriale milioni di persone sono riuscite a riscattarsi, ma lo sfruttamento è forse finito? Ovviamente no. E non è finito perchè a gestire la “vecchia” rivoluzione sono state quelle classi dominanti che possedevano i mezzi di produzione, di conseguenza se le condizioni globali dei lavoratori sono migliorate non lo si deve altro che alle rivendicazioni e alle lotte dei lavoratori che sono riusciti a ottenere condizioni migliori per sè e per gli altri. Ma ora le classi più privilegiate si sono fatte furbe, hanno capito che se le classi subalterne ed escluse dal benessere si organizzassero sarebbero di nuovo obbligati a fare concessioni, ecco perchè hanno reso difficile se non impossibile che ciò accada, ecco perchè i sindacati e i diritti sono sotto attacco, ecco perchè milioni di persone sono costrette ad avere a che fare con la precarietà. Cento ragazzi hanno cento situazioni lavorative differenti e cento contratti differenti, rendendo così difficile percepirsi come tutti facenti parte la stessa classe degli “sfruttati”. Ma se l’immane macchina della tecnologia venisse messa per la prima volta al servizio degli sfruttati e non degli sfruttatori? E’ utopia, certo, ma nell’epoca in cui tutte le vacche sono nere, l’utopia e i sogni rappresentano dei lumi che spetta a noi tenere davanti al volto per illuminarci la strada.

E proprio questo è il momento in cui affrontare tale discorso perchè è esattamente questo il momento in cui sta avvenendo tale transizione verso una società ad elevata automazione. E’ proprio ora che si dovrebbe giocare tale partita prospettica per evitare che venga gestita al servizio dei soliti interessi e profitti e non in nome del bene comune. Se ci pensate quello che era considerato il futuro da fantascienza dove i robot compivano il lavoro fisico al posto degli uomini è davvero a portata di mano e il progresso potrebbe finalmente porre fine al bisogno e allo sfruttamento, se solo lo si volesse.

@Gracchus Babeuf

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