Socialismo e capitalismo nell’era della globalizzazioneTribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
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Socialismo e capitalismo nell’era della globalizzazione

Negli ultimi anni, il mondo multi-polarizzato, la globalizzazione e la società dell’informazione hanno avuto un considerevole sviluppo. Non solo tale fenomeno non è univoco, ma ad esso si aggiunge un riequilibro tra le potenze che rende più complicato il compito della sicurezza ed altri aspetti dello sviluppo umano, al punto che tutti guardano a questi fenomeni con grande preoccupazione.

Fonte: Marx21.it

È in questo nuovo scenario, dove le relazioni internazionali sono caratterizzate da profondi cambiamenti, significativi riequilibri e da un importante sviluppo, che nasce l’esigenza di una nuova ricerca complessiva, che deve essere basata su analisi oggettive, su un pensiero dialettico, sull’analisi delle relazioni e dello sviluppo futuro tra socialismo e capitalismo, che deve tener conto delle influenze reciproche. Socialismo e capitalismo rappresentano due sistemi ideologici, due valori, due sistemi sociali ed hanno specifiche e reciproche relazioni. Solo uno studio siffatto è in grado di resistere alla prova della storia della scienza con conclusioni di giudizio.

Primo. Il percorso per la costruzione del socialismo non è univoco, ma caratterizzato da numerose discontinuità

Nel sec. XVI il pensatore britannico Thomas More ha pubblicato il saggio “Utopia” e da allora possiamo dire che sono trascorsi 500anni di accrescimento del pensiero socialista. Durante questo lungo e complesso percorso, il processo del socialismo mondiale si è evoluto: dall’utopia alla scienza, dalla sua elaborazione teorica al processo pratico della storia, da un singolo paese a più paesi, dall’apogeo alle sconfitte, fino ad esplorare una pluralità di pensieri, tale percorso è stato sempre segnato da discontinuità ed ha dovuto fare fronte a diverse sfide, ma questo processo va comunque avanti.

Dopo essere entrati in una nuova era, soprattutto dopo la crisi finanziaria internazionale e rispetto ai drastici cambiamenti intercorsi in Europa orientale col crollo dell’Unione Sovietica sul finire degli anni ‘80 ed i primi anni ‘90, il trend di sviluppo e la situazione generale del processo storico del socialismo è notevolmente cambiata e, dopo questi radicali cambiamenti, si è posta l’esigenza di riordinare le riflessioni e riformare il pensiero.

Sono stati raggiunti considerevoli progressi storici nello sviluppo della teoria, nel trovare la strada e nella costruzione del sistema che attui al meglio il processo socialista, ed il simbolo di tutto questo è possibile trovarlo nel socialismo con caratteristiche cinesi che avanza trionfante. Gli enormi successi del processo di riforma ed apertura e della modernizzazione della Cina di oggi, sono universalmente riconosciuti e ne fanno un paese “fiorente”, che tutti definiscono “il miracolo cinese”, soprattutto in paragone al contesto occidentale, caratterizzato da una sofferente economia, dal tumulto sociale e dal prolungato caos politico.

In un passato non molto lontano, alcuni dei media dei paesi occidentali non lesinavano critiche nei confronti della Cina, teorizzando il cosiddetto “collasso cinese” e questi giudizi hanno avuto udienza nel mondo. A seguito della crisi finanziaria globale del 2008 che ha visto immune l’economia cinese, una parte dei media occidentali hanno rivolto lodi sperticate alla Cina, “sopravvalutandola ed applaudendola”. Oggi ci troviamo pertanto di fronte a due approcci: coloro che criticano e coloro che plaudono, quelli che gridano alla minaccia cinese e quelli che invocano una maggiore responsabilizzazione. Quest’ultimi lo fanno per necessità inerenti alla loro stessa strategia, cercando di ingabbiare per questa via la Cina, mentre chi continua a teorizzare il crollo cinese, non fa i conti col fatto che è sempre più innegabile il successo del socialismo con caratteristiche cinesi. Pertanto il successo della Cina è, senza dubbio, un veicolo per il successo del socialismo mondiale.

Il socialismo con caratteristiche cinesi, grazie ai crescenti successi sin qui raggiunti, ha suscitato vivo interesse tra un numero sempre maggiore di studiosi occidentali che hanno così iniziato a studiare ed approcciarsi al “modello Cina”, all’”esperienza cinese” ed alla “via cinese”. Il caso più sorprendente è quello del famoso studioso americano Francis Fukuyama Branch che, dopo aver teorizzato la “fine della storia” nel 2009, ha cambiato radicalmente opinione. Era fortemente critico del “modello cinese” ma oggi ha chiesto che la Cina entri a far parte di un “sistema di autorità responsabile” ed ha affermato che tale modello forse “supererà quello occidentale”. Ci sono molti studiosi occidentali, appartenenti a diverse scuole di pensiero, che hanno elogiato con forza il “modello Cina”. Ad esempio gli esperti britannici dello sviluppo Cooper & Reimer ritengono che il “modello cinese” sia improntato ad uno “stile autoritario di gestione, combinato con un sistema economico di mercato”. Il politologo tedesco Vail ha affermato che senza esitazione il “modello cinese potrebbe diventare ancora più attraente rispetto a quello occidentale”.

Studiosi occidentali del cosiddetto “modello Cina” hanno elogiato la “via cinese” e ciò dimostra che la sua affermazione è un successo non solo per il socialismo alla cinese, ma anche per quello mondiale. Questo mette in evidenza come, grazie al successo dei 1.3 miliardi di cinesi, il processo socialista ha subito un profondo sviluppo e la situazione di oggi è profondamente diversa da quella vissuta ai tempi dell’ex Unione Sovietica e con i tremendi cambiamenti intercorsi nell’Europa dell’Est.

Naturalmente, tutti guardano al percorso di rinascita del socialismo mondiale e noi guardiamo con molta attenzione al fatto che tale processo sia tortuoso e che debba ancora affrontare molte difficoltà e sfide.

In primo luogo, bisogna considerare il fatto che il numero dei paesi socialisti e la loro influenza non cambierà a breve. In secondo luogo non bisogna dimenticare che i paesi in transizione al socialismo sono meno numerosi e non sufficientemente sviluppati quanto quelli capitalisti. In terzo luogo osserviamo che i paesi occidentali cercano di occidentalizzare e seminare zizzania tra i paesi socialisti.

Nel complesso però dobbiamo osservare che il socialismo mondiale vive una condizione migliore, soprattutto se paragonata al periodo compreso tra il 1980 ed il 1990 quando si arrivò al crollo del socialismo sovietico, ma le caratteristiche di base dentro cui si svilupperà il socialismo mondiale può essere rappresentato in questo modo: “un mondo, due sistemi, molti modelli, l’affermazione del capitalismo nei paesi più ricchi ed il socialismo in quelli più poveri” e che questa situazione perdurerà a lungo e che la via al socialismo, che sarà sicuramente tortuosa, non potrà che andare avanti.

Secondo. Osservazioni e riflessioni sul capitalismo che dovrebbero essere al passo coi tempi

Quando nel settembre 2008 la Lehman Brothers ha presentato istanza di protezione dall’imminente fallimento, innescando così una crisi finanziaria mondiale senza precedenti, sia la Cina che altri paesi, hanno accentuato la loro riflessione critica nei confronti del capitalismo.

Alcuni studiosi ritengono che la crisi finanziaria sia il prodotto delle crisi (crisi economica, sociale e politica) del capitalismo mondiale. Altri hanno anche sottolineato come la crisi finanziaria tragga origine dalla “crisi del neo-liberismo”, nata negli anni ’30 del secolo scorso e che negli anni ‘80 è stato spinto alle estreme conseguenze da Reagan e Thatcher, generando un disastro globale. Alcuni, addirittura, giungono alla conclusione che la crisi del capitalismo moderno sia una crisi “conclamata” e “generale” e che sia di intensità più profonda di quella degli anni ’20 con lo scoppio della Grande Depressione. Nelle analisi e nella rappresentazione della crisi finanziaria internazionale, ormai in tanti adoperano l’espressione di “capitalismo instabile”.

In realtà, prima di questa crisi, i paesi occidentali sono stati svuotati della loro economia reale, c’è stata una sostanziale contrazione degli utili, le entrate fiscali sono crollate, l’enorme spesa sociale è aumentata ulteriormente, si sono accresciuti i debiti pubblici, come pure i creditori ansiosi ed altri problemi. Nonostante gli Stati Uniti ed altri paesi a capitalismo maturo mostrassero già evidenti sintomi del fatto che si trovassero alla vigilia della crisi, i politici occidentali hanno indugiato a vivere al di sopra dei propri mezzi e pure la popolazione ha continuato a vivere tranquilla e godersi gli alti standard del proprio welfare. Eppure nel periodo che va dal 2000 al 2007 era già evidente che il tasso di crescita economica fosse sceso da una media del 3,4% (registrato nel decennio 1980-1990) al 2,4%.

Nei tre poli del mondo capitalista (Usa, Ue e Giappone) si sta vivendo una violenta offensiva nei confronti dell’economia, della democrazia e delle questioni sociali, che sono i tre elementi fondamentali del capitalismo. In questo modo il mondo capitalista si trova ad affrontare un triplice dilemma: nel breve periodo deve fare fronte ad una “mancanza di domanda, di fiducia, di risposta e di motivazione”; nel medio termine al problema della “re-industrializzazione, di una nuova politica di export, della costruzione di un nuovo sistema di welfare”; nel lungo periodo deve far fronte ad una oramai compromessa capacità di governance globale, ad una indebolita leadership nel business internazionale e ad una perdita di egemonia sull’universo dei valori e dei modelli fin qui adottati e che ora non sono più in vigore.

D’altro canto va notato come i principali paesi occidentali ed i politici tradizionali che hanno fin qui prescritto il neo-liberismo come “la panacea di tutti i mali economici”, oggi non vogliano affrontare né risolvere tutti i problemi che hanno causato.

Negli Stati Uniti il malfunzionamento del sistema politico bipartitico, evidente nella battaglia sul “fiscal cliff” (burrone fiscale), porta ad una paralisi del governo, ad uno sperpero eccessivo delle risorse e ad un livello di benessere che non sono più in grado di sostenere.

Anche gli Usa hanno intrapreso la strada del declino, che è una via senza ritorno, ma la maggior parte degli americani non vogliono analizzare la situazione seriamente ed affrontarla per quella che è. E a questo proposito possiamo concludere che nei paesi occidentali non mancano certo le critiche, a mancare è un riformatore.

Dal modo in cui la situazione e le prospettive del capitalismo si delineano, a causa dei paesi occidentali che non hanno affatto imparato alcuna lezione dal fallimento della Lehman Brothers, visto che non hanno stabilito un sistema veramente efficace di vigilanza bancaria, la prossima crisi potrebbe davvero essere solo una questione di tempo.

Secondo la Banca dei regolamenti internazionali si stima che l’attuale dimensione patrimoniale dei mercati finanziari privati occidentali, vale quasi 630 trilioni di dollari, che è circa nove volte quanto l’economia reale del mondo intero. Il bilancio totale delle cinque più grandi banche degli Usa è più grande di quello della Lehman Brothers prima del fallimento

A fronte di questa situazione, l’ex Segretario del Tesoro Usa ha ammonito la popolazione rispetto all’imminenza di una crisi finanziaria: “Corriamo il rischio di una nuova crisi? Temo proprio che la risposta sia affermativa”, ha dichiarato.

Un altro aspetto che deve essere osservato è la situazione del debito Usa che, dopo aver raggiunto il record di 16.700 miliardi di dollari, continua ad aumentare. La pratica dei debiti è diventata l’unica opzione per far funzionare l’economia Usa. Il famoso investitore internazionale Warren Buffet ha previsto che le conseguenze di un “default da debito Usa” sarebbero, per il mondo intero, paragonabili a quelle di una terribile esplosione atomica. Affermare questo non è fare facile allarmismo: chi può garantire, infatti, che gli Usa non diventeranno inadempienti rispetto ai debiti contratti?

Tutte queste circostanze mettono in evidenza come il potenziale di sviluppo economico dei paesi a capitalismo maturo sia ancora grande, come pure la loro capacità di auto-rigenerazione sia ancora in crescita, e l’innovazione può ancora essere migliorata in molti modi, a questo si aggiunge che le economie di alcuni paesi hanno iniziato una lenta ripresa e che l’economia continua a migliorare, la società a diventare più stabile e sostenibile ma in questo contesto non emergono affatto movimenti politici più lungimiranti. Lo sviluppo futuro è pertanto ancora legato ad un sacco di fattori inerenti l’incertezza e l’imprevedibilità del capitalismo mondiale.

Ci saranno innumerevoli cambiamenti nella politica, nell’economia, nella cultura, nel diritto, nella società, nello sviluppo della scienza e della tecnologia, nei valori, nei principi morali (etica), etc. del capitalismo. L’osservazione popolare, la ricerca ed il pensiero inerente il capitalismo mondiale dovrebbero tenere il passo con i tempi e considerare tutti questi aspetti.

Terzo. È una necessità storica che i due sistemi (capitalismo e socialismo) coesistano ed imparino l’uno dall’altro

Il socialismo ed il capitalismo sono i due più speciali e rappresentativi sistemi esistenti. Visto dalla legge di sviluppo storico, il socialismo (come un nuovo tipo di ideologia, valori, sistema sociale, percorso di sviluppo della società umana) deve e può svilupparsi solo facendo tesoro di tutte le conquiste dalla società umana (comprese quelle del capitalismo), per poi evolversi e crescere gradualmente. Pertanto, oltre a fondamentali differenze, tra socialismo e capitalismo sussistono anche alcuni punti in comune. Facendo tesoro della passata esperienza storica, sappiamo che il socialismo ed il capitalismo non sono totalmente antitetici. Per lungo tempo dovranno coesistere e sviluppare una reciproca concorrenza, imparando l’uno dall’altro.

Con la Rivoluzione d’Ottobre Lenin ha edificato il primo paese socialista, in un’epoca nella quale il mondo intero era dominato dal capitalismo. Dopo un breve periodo di ricerca, egli ha concluso che il socialismo deve coesistere pacificamente col capitalismo e saper imparare dai suoi successi. Ha sottolineato instancabilmente la necessità massima che i comunisti imparino dai capitalisti e dai paesi capitalisti la loro capacità gestionale e manageriale.

In effetti, da tempo addietro, i due sistemi hanno imparato l’uno dall’altro già mentre si combattevano. Attraverso una ricerca meticolosa o uno studio non coscienzioso delle rispettive esperienze ed insegnamenti, entrambi hanno raggiunto uno sviluppo alla pari: imparare dai punti di forza dell’altro per supplire alle proprie debolezze, per raggiungere uno sviluppo autonomo ed il benessere comune. Ad esempio, nel nostro paese adottiamo il sistema dell’economia di mercato socialista, il che significa che stiamo concretamente prendendo in prestito la “mano invisibile”, che abbiamo senza dubbio mutuato dal capitalismo; d’altra parte, il capitalismo adopera la mano visibile – “l’intervento statale” – per l’economia di mercato, ed implementa il sistema di previdenza e la sicurezza sociale per il popolo, che tutti riconoscono essere provvedimenti presi in prestito dalle idee socialiste.

Osservando le cosa dalla prospettiva del destino comune e dell’interesse collettivo del genere umano, con riferimento alla crisi finanziaria internazionale del 2008, dobbiamo riconoscere che questa è la più grande sfida che il mondo capitalista ha incontrato nell’era della globalizzazione.

La gente era abituata a ritenere che il mondo globalizzato contemporaneo fosse dominato univocamente dai paesi capitalisti, che le nazioni occidentali fossero le maggiori beneficiarie del processo della globalizzazione. E ritenevano che la maggioranza dei paesi emergenti, sopratutto quelli socialisti, si esponevano a forti rischi nel compromettersi con i pro ed i contro della globalizzazione, combinato successi e sconfitte. Ma la realtà è che la globalizzazione è un’arma a doppio taglio anche per i paesi capitalisti. Questi ultimi, dovendo affrontare il cattivo corso della globalizzazione, si troveranno a scontrarsi con rischi letali e battute d’arresto: la globalizzazione capitalista non è un’ancora di salvezza immortale.

La crisi economica che si è abbattuta sui paesi a capitalismo maturo non può essere vista dalla Cina, come una semplice occasione di cui approfittarsi, dato che oramai questo paese è parte integrante della governance globale.

Nella struttura economica mondiale, i paesi del G7 hanno prodotto circa il 70% del Pil mondiale, i paesi sviluppati mantengono pertanto ancora una posizione dominante nel sistema di governance globale e nel commercio globale, così come nell’ordinamento finanziario mondiale.

Non possiamo considerare le difficoltà incontrate dal capitalismo solo come un’opportunità storica per il socialismo. Negli ultimi anni nei paesi occidentali sono emerse forti proteste sociali, ma erano per lo più movimenti che si battevano in difesa del welfare, piuttosto che contro il sistema. Quindi il capitalismo non è andato incontro ad una crisi che lo condurrà al suo collasso definitivo. Ed il dominio della classe egemone continuerà ancora per un po’. Come ha messo in evidenza Marx, non importa quale sia il tipo di formazione sociale, essa non perirà fintanto che tutte le forze produttive non giungeranno a termine.

Dobbiamo essere consapevoli dei potenziali pericoli, va migliorata la consapevolezza, così come pure va migliorata l’autoconsapevolezza.

I paesi capitalisti, facendo uso degli strumenti finanziari, dei mezzi e dei meccanismi e delle regole del commercio internazionale, esercitano una pressione nei confronti dei paesi socialisti, per giocare sulle contraddizioni esterne e provocare conflitti per creare una crisi tra i paesi socialisti. Su questo bisogna mantenere alto il livello di guardia.

Si rende necessario comprendere a pieno e valutare la nuova serie di sfide che la globalizzazione ci pone innanzi e l’inevitabile complessità della competizione, ma anche avere il coraggio di riconoscere che non tutti i problemi del mondo contemporaneo possono essere attribuiti al capitalismo, alcuni di questi sono connaturati con il grado di sviluppo socio-economico della fase, come il crescente divario tra ricchi e poveri, la crescente pressione nel lavoro, lo squilibrio demografico, le crescenti difficoltà nella governance sociale, lo sviluppo del welfare, la grave scarsità delle risorse, i disordini dello sviluppo rurale, il degrado ambientale; sia i paesi socialisti che quelli capitalisti dovranno, in generale, affrontare problemi comuni.

I paesi socialisti e capitalisti hanno un bisogno immenso di regole e riforme.

Con l’auspicio che la pace e lo sviluppo siano i vettori del nostro tempo, in grado di regolarlo in modo più celere e migliore, in grado di dare vita ad importanti vantaggi e mantenere una posizione dominante nello sviluppo, in modo da non perdere la sfida storica che abbiamo davanti.

Intervento svolto alla festa del PdCI di Brescia, 11 agosto 2014

Liu Changchun, Primo Segretario dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia 

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