Sole alto un film di Dalibor MatanicTribuno del Popolo
giovedì , 27 luglio 2017
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Sole alto un film di Dalibor Matanic

Tre decenni di odio razziale, tre decenni d’amore sofferto, tre decenni di sole.

Agosto 1991 – Due nazioni sull’orlo della guerra civile, un amore acerbo, forte, matura sotto al cocente sole estivo. Jelena serba, Ivan croato: vogliono salvare il ricordo dell’estate in riva al lago, scappando dal conflitto imminente.

Avevo l’impressione di dovermi “armare”, convinta che avrei visto un film sulla terza guerra balcanica, che avrei storto la bocca davanti alle immagini delle torture nei campi di concentramento in Bosnia-Erzegovina, che avrei pianto guardando le rovine di Sarajevo. Me lo aspettavo;  speravo che qualcuno me l’avrebbe raccontata quella guerra così recente, così vicina a casa. Mi auguravo lo facesse con il sangue, rendendo protagonista la guerra, tralasciando gli amori. L’amaro in bocca fa presto a cambiar sapore se si prova ad interpretare la volontà del regista, che si ostina riuscendo magistralmente a confinare il conflitto ai margini di una tenera storia di resistenza all’oppressione. La guerra fa da sfondo ad un sole sempre alto, ad un lago, all’amore. L’odio è scintilla di morte, si cerca la fuga, si dividono le famiglie, si contano già le prime vittime. La colonna sonora è diluita, quasi dilazionata, serve da passaggio, da tramite fra un amore e l’altro, fra un agosto e l’altro.

Agosto 2001 – Sono passati dieci anni dal conflitto serbo-croato, e sei dalla fine della guerra civile bosniaca. I morti si piangono, l’odio etnico e il risentimento si mascherano da rispetto per i cari morti in guerra, le tombe diventano luoghi in cui cercare la calma. Resta il rancore in mezzo alle macerie. Il sole è ancora alto, i luoghi sono gli stessi. Lei è serba, lui croato, di nuovo. Il tipo di amore si trasforma, perdendo potenza, vigore. Non è più necessario difenderlo da un fratello violento, dalla distruzione imminente, dalla “pulizia etnica”. Adesso è diventato feroce desiderio di scoperta.

Natasha ritorna a casa con la madre. Hanno bisogno di una mano per ristrutturare la casa in pessime condizioni, come tutto il resto nei dintorni, come i loro cuori devastati dal lutto. Ante, operaio solerte, lavora alacremente quasi come dovesse espiare la colpa di essere croato. Il sentimento distorto fra i due, la rabbia repressa, il disprezzo, si traducono in un atto d’amore rabbioso, a tratti umiliante per Ante, che ne subisce gli effetti.

Agosto 2011 – Luka torna al villaggio d’origine, per un rave con gli amici d’infanzia. Il senso di colpa lo ingloba. Ha abbandonato la sua compagna per andare all’università. Il conflitto ormai è solo un vecchio grosso taglio nella memoria dei più anziani. Le case sono state tutte ricostruite, i morti forse dimenticati. Le lapidi non hanno più fiori, le si ignora, fanno da sfondo al verde smeraldo delle colline. Però esistono, e resta forse un’eco lieve ma latente. Qui l’amore ritorna a lottare, per riappropriarsi di ciò che ha perduto per propria colpa o solo per scelta. Si ostina, gonfio d’orgoglio, ma capitola quasi con rassegnazione, la stessa con la quale, si accetta un passato che non si può cambiare, che chi non ha voluto narrare, lo ha fatto perché la storia la si imparasse dai libri. L’amore invece, lo si apprende entrando nelle case, nelle teste, nell’acqua di quel lago, ventre materno.

Ed è nell’acqua che un amore si è consolidato, in quella stessa acqua si è desiderato ingiurioso e si è poi immerso con altre fattezze, sussurrando le sue ragioni. Si è asciugato in silenzio, sotto a quello stesso sole sempre alto.

Stessi attori per ogni storia. Uguali ma diversi, nel modo di amare, nelle ragioni dell’odio. Luoghi che sopravvivono alle tragedie, ma che ne portano i segni finchè, non diventano così impercettibili che l’uomo dimentica, scegliendo l’amore tenero, disarmato, di chi chiede scusa e viene perdonato.

Tiziana Laurenza

Tribuno del Popolo

 

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