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martedì , 17 gennaio 2017
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Spazi interrotti

Spazi interrotti

La risposta violenta delle “Istituzioni” nei luoghi dove nasce un’alternativa civile. Dallo Zam di Milano, all’ exCuem e allo Scup di Roma sono moltissimi i centri di ritrovo sociale autogestiti che vengono sfrattati dalle autorità locali. Ma la vera svolta si avrà solo quando gli interessi dei cittadini verranno anteposti al lucro degli amministratori senza scrupoli.

Fonte: Oltremedianews

Ieri mattina a Milano, nel quartiere Barona, è stato sgomberato lo Zam. Lo Zam è un collettivo nato alla periferia della città, in un palazzo abbandonato di proprietà di privati,  rimesso in sesto e ristrutturato dagli occupanti per farne uno spazio sociale. In questi due anni e mezzo di occupazione ha ospitato diversi eventi culturali oltre a fornire al quartiere due palestre, un auditorium e due sale concerti, dove si svolgevano inoltre dei corsi aperti a tutti. Lo sgombero dello Zam è solo l’ultimo di una lunga lista e segue di poco quello della libreria autogestita exCuem, dell’Università statale di Milano, ed allo Scup di Roma. Tutti spazi nati dall’esigenza di avere luoghi comuni dove poter abitare, fare sport, dibattiti e cultura.Un’autoproduzione di welfare di fronte alla paralisi totale delle istituzioni, che prosegue in questo senso da molti anni, che siano amministrazioni di destra o di sinistra.

Il disagio sociale crescente, nonostante solo nella Capitale ci siano circa 85.000 mila palazzi disabitati, viene affrontato con la sola repressione da chi comunque non riesce a proporre alternative all’occupazione. Le amministrazioni locali preferiscono stringere le mani ai costruttori e rimpinguare le proprie tasche, ottenendo come unica conseguenza la proliferazione selvaggia dell’abusivismo edilizio di cui portano i grigi segni le nostre città.
Si rifiutano al contrario di vedere in questi spazi delle risorse per la comunità, come una possibilità per tutti i cittadini di discutere, di aggregarsi, di affrontare temi comuni. Un’occasione per partecipare alla vita attiva della propria città o del proprio quartiere, per  progettare magari un futuro alternativo in questo periodo di crisi,  che oltre ad essere economica, è soprattutto sociale.

Lo Tsunami tour del 6 aprile a Roma, in cui sono stati occupati una decina di palazzi in disuso, è l’ennesimo segnale di questa necessità sempre maggiore di trovare spazi autonomamente, materia in cui lo Stato è colpevolmente carente. Modelli come il Teatro Valle di Roma, il Cinema America, e più recentemente Communia, sempre a Roma, non possono che essere visti come incentivi a creare un’idea di bene comune da cui poter ripartire. Idea che in Italia è stata seppellita nel tempo dagli interessi privati di pochi a danni dei più.

E’ assolutamente necessario quindi che la politica trovi nuove formule per relazionarsi e dialogare con queste realtà, ma soprattutto che senta il peso di doverle tutelare in quanto istanza promossa dai suoi stessi cittadini. L’ottusità dimostrata in questi anni non può far altro che alimentare la distanza siderale tra esigenze della società civile e la pianificazione politica a scopo di lucro.
Il 26 ed il 27 Maggio ci saranno le elezioni amministrative, si vota in più di 700 comuni tra cui Roma. Nella capitale nessuna lista, ad eccezione di Sandro Medici e Gemma Azuni, attivi al fianco dei cittadini in molte battaglie, sembra voler porre attenzione alla scomoda questione. Per quanto ancora manganelli e sgomberi potranno continuare ad essere la risposta delle istituzioni?

 Giulio Mario Morucci

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