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martedì , 30 maggio 2017
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Spettro

Spettro

Mi ricordo che si chiamavano “spettro” perché sputavano fumo blu prima di scoppiare… i “raudi” del precapodanno. Puzzavamo di polvere da sparo e ogni tanto lo sparo, quello vero, c’era e cadeva un Beccafico succulento.

Noi avevamo undici o dodici anni eravamo pieni di pomeriggi che non finivano mai, il freddo ci screpolava le labbra e la terra ci si cagliava nelle unghie, che se tornavi a casa così la mamma ti ispezionava ed erano cazzi… sparavamo petardi di ogni genere con mille lire te ne davano cinquanta all’edicola. Vietato ai minori di 14 anni. Sono per mio fratello. Ma ero figlia unica. Era l’epoca dei Sandokan gialli, la minerva era meglio dell’accendino.

Appicciava prima. La sera quando calava sapeva un po’ di aranceto e nei pressi dell’orticello quel tanfo di cane bagnato dalla pioggia, quel profumo di cedro e autunno color mandarino era tutta la nostra infanzia. Ce le giocavamo le bombette. Ci menavamo secco, ci sfidavamo sparandoci con la super Kondor ad aria compressa, me la sono sparata nel dito e prima niente poi il dolore mi è schizzato al cervello e non mi ricordo quale Santo incolpai mentre tutti ridevano. Andavamo a rubare l’uva che lasciavano essiccare sui tetti, ci arrampicavamo pericolosamente rischiando la vita senza saperlo se non attraverso una coscienza di poi lunga anni. C’era un Pony, per noi Furia. Gli rompevamo sempre le scatole, avevamo per lui la stessa insolenza delle mosche che gli ronzavano fastidiosamente sul culo. Ma gli volevamo bene.

Costruivamo trappole per topi, rane e grilli. Io usavo le bottiglie di Coca-Cola. Prima ci giocavo calcio e me la palleggiavo, sgasavo la bevanda e me la bevevo pensando che non ci fosse un sapore migliore. Dopo la lavavo ben bene ed ora pronta per diventare la casa delle formiche. Alla fine non uccidevamo nessun animale.i catturavamo e ci giocavamo loro un po’più scazzati ma ci rispettavamo come fanno i buoni nemici. Capodanno e i dolci di nonna, quel cielo che diventava rosa e dal mio tetto si vedeva il mare. Ore intere a guardarlo sulla costa, quanto piangevo per quella bellezza così palese da squarciarmi, mi sentivo le bollicine nel naso e un solletico allo stomaco.

Erano i tempi in cui ridevamo davvero pisciandoci addosso dalle risate. I vecchi del paese che piano piano poi sono tutti morti e mentre loro cominciavano a morire tu cominciavi a cambiare e a perdere qualcosa. Ci guadagnavi la disillusione, se davvero c’è un guadagno in questa depredazione. Ci mandavamo a fanculo e il giorno dopo come se niente fosse Andavamo a raccogliere lumache se pioveva o se era bello friggevamo le uova del pollaio nel grande garage che immaginavamo fosse una casa comune. Non posso continuare perché fa troppo male tanto e’ bello. Ma non chiedetemi di dimenticare…

Chiara Nirta

Tribuno del Popolo

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