Stabilità, immobilismo, restaurazione ovvero il trionfo dell'indifferenzaTribuno del Popolo
venerdì , 15 dicembre 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Stabilità, immobilismo, restaurazione ovvero il trionfo dell’indifferenza

Il 2013 è stato un anno orrendo. Finisce lasciando macerie. Nessuna ripresa, sempre meno lavoro, uno stato sociale allo stremo, servizi pubblici tagliati, diritti cancellati, sperequazione, ambiente devastato, lavoro precario e insicuro in tutti i sensi, cassa integrazione alle stelle, disoccupazione ai massimi storici.

E poi corruzione, evasione fiscale, truffe a qualsiasi livello, il tutto condito da un’informazione pilotata che parla d’altro e devia l’attenzione verso “cose” meno importanti, si lanciano personaggi che “bucano lo schermo” come fossero prodotti di supermercato, personaggi che, spesso e volentieri, fanno parlare di sé grazie a scandali più o meno importanti. La politica alla quale viene dato risalto è quella negativa, inutile, un fastidioso pettegolezzo o, al massimo, la declamazione di qualche slogan. Sembra che il futuro del nostro paese non sia altro che un prodotto di bassa qualità che si può vendere solo puntando all’apparenza di una confezione accattivante. Non esiste nessun programma di sviluppo, nessuna seria pianificazione. Viene tutto demandato al caso, alla provvidenza, all’immagine che possa distogliere l’attenzione dai reali problemi che viviamo. Il grande toccasana è “la stabilità”.

Una stabilità che significa restare immobili (quando va bene) o, spesso, “tornare indietro” cedere quanto si è conquistato, subire, accettare di diventare più poveri in ogni senso. Più poveri economicamente, culturalmente e per i diritti costituzionali che ci stanno cancellando uno dopo l’altro (dal lavoro, alla scuola, alla salute, all’ambiente). Siamo più poveri e lo stiamo accettando come cosa ineluttabile. Eppure la ricchezza esiste. È nelle mani (anzi nei portafogli) di un’esigua minoranza di personaggi che fanno il buono e il cattivo tempo. Sono i ricchi, i capitalisti che hanno accumulato le loro immense ricchezze con metodi più o meno legali. Sono quelli che hanno delocalizzato il lavoro perché guadagnavano un po’ meno di prima (briciole). Sono quelli che hanno trasferito i capitali all’estero perché in Italia si pagano troppe tasse. Sono quelli che non hanno messo a norma gli impianti produttivi, quelli che inquinano, che interrano i rifiuti nocivi, che “se ne fregano” della sicurezza di chi lavora. Lo fanno perché, dicono, altrimenti non sarebbero “competitivi” e così chiedono maggiori privilegi per se stessi e minori diritti per chi lavora. E, quasi sempre, ottengono quanto richiesto da parte di un governo inetto, incapace e succube che deve essere stabile non per agire a beneficio dei cittadini, ma garantire profitti e privilegi a lorsignori.

L’indifferenza esiste e si sta diffondendo. Esiste quando si considerano “normali” fatti e situazioni che, invece, dovrebbero scatenare l’indignazione, mobilitare i cittadini e portare a cambiamenti sostanziali. Invece, dopo qualche ora di attenzione, tutto viene cancellato dalla memoria … non è esistito.  Due esempi per tutti. A Prato qualche settimana fa sono morti bruciati vivi sette lavoratori cinesi. Erano lavoratori in nero, sfruttati, sottopagati, trattati come schiavi che vivevano nella fabbrica dove lavoravano in condizioni indicibili. Là sono morti. Dopo qualche frase di circostanza, dopo una breve attenzione mediatica, dopo che si è detto che quelle sono condizioni abituali e che c’era da stupirsi solo perché non fosse successa prima quella tragedia, tutto è tornato come prima. La notizia è rapidamente sparita dalle pagine dei giornali. Ci si è girati dall’altra parte. Fino alla prossima volta quando ricomincerà il macabro balletto del “lo si sapeva”. A Paola è in atto il processo Marlane-Marzotto per la morte, nello stabilimento tessile di Praia a Mare, di decine di lavoratori, perché ben oltre cento si sono ammalati di tumore, per un disastro ambientale difficile da quantificare. È un processo che si trascina da anni verso una prescrizione annunciata. Gli imputati eccellenti (padroni e dirigenti della Marzotto e della ex-Lanerossi) e i loro costosi avvocati hanno pagato qualche decina di migliaia di euro ottenendo in cambio il ritiro da parte civile della quasi totalità delle famiglie delle vittime. Hanno sfruttato stanchezza, necessità e rassegnazione delle vittime. Adesso il processo ha ancora meno risonanza rispetto a quella, minima, che aveva prima. È stato lanciato un appello perché di questo processo se ne parlasse, perché si arrivasse a conoscere almeno un brandello di verità, perché venisse fatta giustizia. L’appello è stato mandato a parlamentari, esponenti politici dei partiti che siedono in parlamento, a forze politiche e associazioni vicentine. La risposta è stata imbarazzante. Una sola parlamentare, molti militanti e dirigenti nazionali e locali dei partiti comunisti che sono fuori dal parlamento, qualche sindacalista a titolo personale. E centinaia di cittadini. Ma la stragrande maggioranza dei partiti vicentini, dei parlamentari, delle associazioni, dei sindacati hanno declinato l’invito. Alcuni con qualche motivazione molto opportunista, altri ignorando completamente la cosa. Questa è l’indifferenza che blocca il paese, questa incapacità di indignazione che riunisce qualsiasi cosa, qualsiasi nefandezza, in un unico calderone dove tutto viene mescolato e giustificato.

I dati sono lo specchio del fallimento

I dati diffusi dall’Istat sono impressionanti. A livello nazionale, i lavoratori iscritti nelle liste di disoccupazione a fine ottobre 2013 sono 3.329.000 pari a un tasso del 12,5% (a fine dicembre 2012 erano 2.869.000 con un tasso di disoccupazione del 11,4%). Il tasso di disoccupazione giovanile raggiunge il massimo con il 41,5%.

Il totale dei disoccupati iscritti nelle liste, degli scoraggiati (cittadini che non cercano più lavoro pur volendo lavorare) e degli inattivi supera abbondantemente lo stratosferico numero di 6.000.000 persone (il 10% del totale della popolazione italiani di qualsiasi età).

A ottobre 2013 gli occupati sono 22.358.000 rispetto ai 22.678.000 di fine 2012 (-310.000).

A preoccupare ulteriormente sono alcuni indici che evidenziano la crescente povertà che i cittadini italiani devono affrontare. Si pensi che ben l’11% degli italiani deve rinunciare alle cure mediche per questioni economiche.

Un anno orrendo per il lavoro anche nella nostra regione. Da gennaio a novembre 2013 ci sono state 1783 aziende entrate in crisi (in tutto il 2012 furono 1502). La somma delle ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria e straordinaria sono state 64.677.915 (nello stesso periodo dell’anno scorso furono 57.570.540). La mobilità (licenziamenti collettivi) ha colpito 11.333 lavoratori (furono 7.100 nello stesso periodo del 20132)

In provincia di Vicenza la situazione è altrettanto drammatica. Da gennaio a novembre le crisi aziendali sono state 293 e hanno superato il totale di tutto il 2012 (271 aperture di crisi). Le ore di cassa integrazione ordinaria (3.868.834) sono stabili rispetto allo stesso periodo del 2012 (3.873.558). La cassa integrazione straordinaria, invece, aumenta passando dalle 5.166.221 ore del periodo gennaio-novembre 2012 alle 5.435.639 ore del 2013. La mobilità (licenziamenti collettivi) vede un incremento consistente e passa dalle 1.362 unità del 2012 ai 2.162 lavoratori coinvolti a novembre 2013.

Il recente quadro del Rapporto sulla Coesione stilato da Inps, Istat e Ministero del Lavoro, si riferisce a dati riferiti all’anno 2012 ma, visto che la situazione non è migliorata durante l’anno in corso, ci mostra un quadro impressionante. Nel 2012 il 12,7% delle famiglie residenti in Italia e il 15,8% degli individui sono in condizione di povertà relativa. È il dato più alto dall’inizio delle serie storiche (1997). La povertà assoluta colpisce il 6,8% delle famiglie e l’8% degli individui. A livello nazionale tra il 2005 e il 2012 i poveri in senso assoluto sono raddoppiati e, nelle regioni del nord, sono addirittura triplicati  passando dal 2,5% al 6,4%. Tra il 2011 e il 2012, il salario netto mensile per i lavoratori italiani è mediamente cresciuto di 4 euro. Una miseria. Per i lavoratori stranieri è, invece, calato di 18 euro. Il 46,3% dei pensionati vive con meno di 1.000 euro al mese. Questi sono solo alcuni dei dati resi pubblici ed è la fotografia di un paese che diventa sempre più povero. Una situazione che vede i cittadini sempre più ricattabili e disposti a qualsiasi sacrificio pur di raggiungere la soglia di sopravvivenza. Un paese che arretra costantemente e che non è mai stato così povero e disuguale. Lavoratori e pensionati sono sempre più poveri a fronte di una esigua minoranza di ricchi che posseggono la maggioranza della ricchezza del paese.

Questa non è “modernità” e tanto meno “progresso”. È il ritorno a forme di servitù e sfruttamento che le lotte del movimento dei lavoratori avevano efficacemente contrastato e, anche se non definitivamente, sconfitto.

Questi dati, nella loro brutale freddezza, confermano che il liberismo che in questi ultimi decenni ha trionfato e la “stabilità” intesa come “pensiero unico” (e incontrastabile) portano alla miseria e al fallimento, mentre (per alcuni paradossalmente) un movimento sindacale forte e determinato, una sinistra politica organizzata, il conflitto sociale ha portato maggior benessere e un oggettivo miglioramento delle condizioni di vita di chi vive del proprio lavoro.

Che fare?

Si dovrebbe studiare, pianificare, progettare per cambiare rotta e lottare per garantire che il programma della Costituzione venga attuato. E, invece, viene rieletto un presidente della Repubblica che è di garanzia per gli onnipotenti “mercati”. Nascono governi di “larghe intese” che servono a gestire la continuità e la “stabilità”. Una sorta di governo del presidente (sotto mentite spoglie) che nasce promettendo pesanti modifiche costituzionali a partire dallo smantellamento delle regole per modificare la costituzione stessa e continuando con la progressiva cancellazione dei diritti e dello stato sociale. È una stabilità senza prospettive né soluzioni. Il trionfo della mediocrità.

Mediocrità che si esplicita nella sostituzione della proposta, del progetto, dell’ideale e, perché no, dell’ideologia (che non è una “brutta parola” ma un concetto nobile di prospettiva e di concezione di una società che non può essere un amalgama indistinto nel quale ogni cosa è considerata “ugualmente buona” per qualsiasi classe sociale) con l’immagine di un capo più o meno carismatico, apparentemente “moderno” e “indipendente” dalle vecchie burocrazie. Un capo che conduce un’eterna campagna elettorale fatta di slogan, promesse, soluzioni propagandistiche ma nessun cambiamento rispetto al modello liberista e al sistema del pensiero unico. Tutto si deve inquadrare in un liberismo bloccato e immodificabile. Questa trasformazione della politica in altro la vediamo oggi nei principali “leader” populisti, legati all’immagine individuale, pronti a seguire qualsiasi onda che porti qualche voto in più (imbarazzanti in tal senso le posizioni di Grillo sull’immigrazione e il diritto di cittadinanza o sul ruolo dei sindacati), vecchi capipopolo come Berlusconi, ancorato a ideologie iper-liberiste da perseguire a qualsiasi costo, senza regola alcuna e grazie a qualsiasi baratto, o “nuovi capi” alla Renzi che vogliono far intendere di essere “moderni” e intanto sfasciano quanto resta dello stato sociale, della costituzione, dei diritti elementari che i lavoratori hanno conquistato con decenni di lotta. Tutti in forme più o meno sfumate ma sempre congruenti con un modello di sviluppo conforme alle regole imposte dal mercato e mai in conflitto con la volontà della finanza e del capitalismo nostrano e no.

Si leggano, a conferma di ciò, le recenti proposte di Alfano che chiede la cancellazione del contratto nazionale di lavoro; il “job act” annunciato da Renzi che prevede maggiore flessibilità in uscita dal lavoro (facilità di licenziare), la definitiva cancellazione dell’articolo 18 per i primi tre anni di lavoro, la sostanziale cancellazione della cassa integrazione che avrebbe il significato sostanziale della definitiva espulsione del lavoratore dal mondo del lavoro; la recente esternazione del presidente di confindustria Squinzi che si scaglia contro le “imprese di stato” chiedendone la definitiva privatizzazione. Nulla serve ricordare come le privatizzazioni siano state fonte di clamorosi fallimenti in ogni senso (basta pensare all’Alitalia, all’ILVA o allo smantellamento totale delle banche pubbliche per rendersi conto di quanto hanno significato le privatizzazioni in questi ultimi decenni). Si vuole persistere nella disastrosa politica di chiusura di qualsiasi intervento pubblico in economia (e nei servizi sociali introducendo surrettiziamente il principio secondo il quale lo stato deve intervenire, anche nei settori strategici, solo in assenza di intervento privato e non viceversa) e di conseguente arretramento dei diritti di chi lavora a favore delle sciagurate politiche tutte a favore del profitto, dello sfruttamento e della speculazione. Il problema del lavoro viene affrontato sempre e solo come utile e necessario solo a creare profitto individuale e non ricchezza distribuita. Così non viene minimamente affrontato il nodo della ridistribuzione del lavoro (a parità o aumento di produzione si può lavorare meno in più persone) e del riequilibrio tra salario e profitto. La politica è ormai ridotta a una contesa parolaia tra “bravi ragazzi” che propongono poco o nulla di diverso tra loro e, soprattutto, tendono a stabilizzare la situazione disperante che stiamo vivendo. La contesa si limita a poche cose che vengono fatte credere fondamentali tralasciando il vero cancro della nostra società che è la questione morale. Cioè quella rete di omertà, spartizione di posti, favori tra gente di potere che ha invaso ogni ganglio dello stato e che blocca di fatto lo sviluppo del paese e consegna la “cosa pubblica” nelle mani di un’oligarchia corrotta e inqualificabile. Un’oligarchia che non è solo “politica” (nell’accezione più infima del termine) ma esprime il connubio tra i vari livelli della dirigenza del paese. Una dirigenza mediocre fatta da quei politicanti più o meno populisti che “fanno propaganda” a slogan e al massimo vogliono amministrare l’esistente, quegli imprenditori attenti solo al proprio interesse personale e a mantenere i propri privilegi e il proprio potere, quei sindacalisti sempre attenti a non disturbare il manovratore, quella sedicente “società civile” antipartito (più o meno organizzata in associazioni o altro) spesso intollerante perché crede di avere l’unica verità in tasca. Una rete di interessi più o meno espressi (o esprimibili) che porta all’occupazione, da parte di personaggi di grande apparenza, di posti di responsabilità a prescindere dalle effettive competenze e capacità. Si guardino le nomine dei personaggi alle presidenze di enti o fondazioni. Non sono più soltanto “politici” esclusi dalle cariche istituzionali, sono manager, dirigenti, imprenditori, che vantano cognomi famosi, che passano da una poltrona all’altra, che spesso lo fanno dopo aver prodotto rovine, che hanno delocalizzato, chiuso stabilimenti, venduto il nostro patrimonio pubblico e privato, creato deficit immensi. Esempio recente è Matteo Marzotto, bella presenza, cognome importante da prima pagina dei settimanali di gossip, nominato presidente della fondazione CUOA e presidente della Fiera di Vicenza, ma implicato in un processo di evasione fiscale ai danni dello Stato per oltre 70 milioni di euro. Quali sono le sue “referenze”? Il “giovane” Marzotto rappresenta null’altro che la continuità, una società vecchia e corrotta comandata dai soliti potenti che sono stati da sempre i dirigenti industriali del nostro paese durante qualsiasi regime.

Il sospetto che nasce spontaneo è che questi personaggi facciano parte di una élite inamovibile, di quell’oligarchia che ha in mano il paese e si autoalimenta con una rete di interessi e privilegi. Questa rete deve essere spezzata e può esserlo attuando la Costituzione. Dando priorità al lavoro, ripristinando un sistema fiscale equo che significa vera progressività nella tassazione, garantendo sanità pubblica, istruzione pubblica, ambiente salubre, pace come modello di sviluppo internazionale. Colpendo duramente le forme di parassitismo che si sono insinuate nello stato e nel privato, impedendo e colpendo con severità l’evasione fiscale, l’esportazione illegale di capitali, la delocalizzazione del lavoro che deve essere la principale ricchezza della nazione, intervenendo come pubblico nei settori industriali e finanziari strategici non come elargitore di finanziamenti ai privati ma come vero e proprio proprietario e pianificatore dello sviluppo della nazione. Anche con l’esproprio delle attività produttive che vengono distrutte da imprenditori privati senza scrupoli attenti solo al proprio profitto personale. Questa attuazione del programma della costituzione è, oggi, una vera e propria rivoluzione che necessariamente comporta una svolta culturale con l’assunzione di responsabilità precise da parte dei dirigenti statali che devono rispondere del loro operato. Non si può e non si deve tollerare lo squallido balletto di posti di importanza strategica che vengono concessi sempre agli stessi personaggi (o a figure ad essi legate) che continuano a occupare poltrone, costano e non producono nulla se non corruzione, deficit e malaffare.

La “timidezza” della sinistra

Si dovrebbe, da sinistra, operare con chiarezza. Fare proposte che siano congruenti con la prospettiva di cambiamento che abbiamo. Che vadano in quella direzione. Invece siamo bloccati dalla paura di ottenere risposte negative. Questa è la profonda debolezza della sinistra italiana. La paura di non essere accettata. Ma noi non vogliamo essere “accettati”. Vogliamo e dobbiamo proporre una società diversa, profondamente diversa dall’attuale. Vogliamo e dobbiamo rompere le catene che vincolano qualsiasi cosa al pensiero unico del trionfo di un capitalismo cialtrone che impone la sua volontà. Non si riesce a capire perché (ed è qualcosa di molto comune nel dibattito che spesso affrontiamo) uno dei temi principali sia non tanto la proposta (il programma, il progetto) da fare, ma cosa bisogna mediare a priori per sperare che ci possa essere un accordo con chi ha potenzialmente i numeri di raggiungere qualche risultato. Si parte dall’assunto che certe proposte di alternativa al sistema non possano essere accettate e, per questo, vengono marginalizzate e spariscono. È una “mediazione preventiva” che è perdente in partenza in quanto fa assumere posizioni sempre più moderate (arretrate) e assume come assioma la sconfitta di qualsiasi istanza di reale cambiamento. Questa “timidezza” è soprattutto in quello che è il nocciolo della questione e del modello di sviluppo. Alcuni temi fondamentali su quale deve essere il ruolo dello stato in economia, sull’intervento pubblico che non si limiti all’erogazione di qualche finanziamento a fondo perduto ai privati, sulla distribuzione della ricchezza, sulla proprietà dei mezzi di produzione sono completamente cancellati dal dibattito politico. Al massimo si può discutere di diritti civili (importanti ma solo un paravento se isolati dai problemi di fondo sopra brevemente accennati), ma sembra vietato mettere in discussione il modello di sviluppo liberista. Un modello che, per inciso, ha dimostrato i propri limiti e il proprio fallimento.

Ma come possiamo sperare di ottenere qualcosa (e un risultato positivo, in questo momento, potrebbe essere anche solo il discuterne) se, a priori, non abbiamo la capacità di portare avanti il progetto e le proposte nelle quali crediamo ma che supponiamo siano troppo “radicali” o “conflittuali” rispetto alla moderazione imperante? Come possiamo credere di cambiare le cose se non abbiamo il coraggio delle nostre idee? La “timidezza” e l’autocensura non  fanno parte di una “politica realistica” ma di una sconfitta eterna.

Eppure qualcosa si muove

Ci sono segnali, forse timidi, che vanno nel senso giusto di trasformazione della situazione attuale. Il movimento (formato da varie organizzazioni sociali e politiche) per la difesa e l’attuazione della Costituzione; le fragili e parziali iniziative per il ripristino dell’articolo 18 e la cancellazione dell’articolo 8 in tema di lavoro, dopo la raccolta di firme per il referendum che non ha avuto corso per lo scioglimento delle camere decretato da Napolitano a fine 2012; le varie lotte per ottenere giustizia nei posti di lavoro, sostanzialmente oscurate dalla “grande informazione”; quelle in difesa dell’ambiente e contro le cosiddette “grandi opere” inutili e dispendiose; la forte mobilitazione contro l’interramento di rifiuti nocivi e pericolosi di interi territori (del sud e non solo) da parte di organizzazioni mafiose … dimostrano che, nonostante tutto, si sta muovendo qualcosa di alternativo rispetto al conformismo imperante. L’ultimo esempio è l’assemblea autoconvocata da 150 RSU contro la “riforma Fornero” sulle pensioni. Le proposte che scaturiscono da questa assemblea sono finalmente chiare e senza bizantinismi o ambiguità. La riforma previdenziale del governo Monti deve essere abrogata. Non si possono fare aggiustamenti partendo da quella base che è inaccettabile e fallimentare. L’appello che nasce dalle RSU autoconvocate e che viene fatto alle forze sociali e politiche deve essere accolto e portato avanti cercando la massima unità su quelle parole d’ordine. Nel congresso della CGIL queste proposte devono poter trovare terreno fertile a meno di non ingabbiare il dibattito entro recinti delimitati e chiusi a prescindere, cosa, questa, che sarebbe la dimostrazione di un’ulteriore  involuzione pericolosa del maggior sindacato italiano verso la burocratizzazione e la staticità. Sarebbe la trasformazione definitiva e, forse, senza ritorno verso un sindacato che rinuncia al suo ruolo di classe per diventare un ente che eroga servizi.

Giorgio Langella

Fonte: http://www.marx21.it

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top