Stage in fregaturaTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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Stage in Fregatura

Persone di tutte le età si ritrovano a dover affrontare compiti di ogni genere a titolo gratuito con la promessa, quasi sempre non mantenuta, di essere assunti. Lo stage in Italia rischia troppo spesso di diventare una truffa per tutti.

Fonte: Oltremedia

Come se non bastasse la crisi a far sfumare davanti agli occhi tutti, o quasi, sogni e progetti, ora anche quell’opportunità lavorativa chiamata “stage” rischia di diventare un percorso arduo, tortuoso e, allo stesso tempo, infruttuoso, in quanto non porta più alla tanto agognata assunzione. Secondo l’ultimo studio di Excelsior/Unioncamere del 2012 soltanto il 10,6 % degli stagisti entra a far parte dell’azienda. Ma ciò che preoccupa ancor più sono le mansioni attribuite, spesso eccedenti i normali compiti, e la retribuzione inesistente.

È un problema che esiste da tanti anni, ma se ne parla troppo poco e le istituzioni non hanno mai affrontato il problema seriamente. Si può dire che non si è fatto assolutamente nulla per permettere un miglioramento del sistema.

Dagli uffici pubblici alle aziende private, sono in molti a usufruire di personale qualificato, determinato e intraprendente a costo zero. Gli stagisti rappresentano per queste realtà un ottimo viatico per risparmiare sui dipendenti, che siano a tempo indeterminato o stagionali. Così questi tirocini sono riservati a tutti. Giovani e meno giovani, disoccupati e cassintegrati che possono accedere a questi lavori gratuitamente, mettendo a disposizione, con tanta volontà derivante dal miraggio dell’assunzione, le proprie competenze, senza garanzie.

Secondo “la Repubblica degli stagisti” (testata giornalistica online di riferimento della categoria) gli stage attivati nelle imprese nel nostro paese sarebbero 307 mila, mentre non si conoscono dati certi su quelli attivati negli uffici pubblici. Il sito appena citato ne stima un numero compreso tra i 150 e i 200 mila. Tirocini che non prevedono alcuna retribuzione, non essendoci una legge che la preveda, o che, in rari casi, raggiunge cifre vicine ai 400 euro mensili. Quasi niente, insomma, considerando tutte le spese quotidiane.

A favorire questa sottospecie di impiego oggi ci sono tantissimi “master”, che, per cercare di avere più iscritti e più successo, garantiscono stage a fine corso. Non sono altro che accordi che imprese di ogni genere prendono con gli organizzatori di questi corsi, i quali, dopo aver intascato le grosse somme previste, “spediscono” gli studenti in realtà lavorative che spesso non coincidono con le loro aspettative, ovvero senza che siano valutate singolarmente le capacità e le attitudini (leggendo i loro regolamenti sembra che tutti, invece, lo facciano).

L’unica legge nazionale che si occupa di questo settore è il pacchetto Treu del 1997. Dopo diverse sentenza della Corte Costituzionale e la riforma del Titolo V della Costituzione si è stabilito che saranno le Regioni a dover legiferare in merito. Nessuno ha fatto, però, passi rilevanti. E come succede molte volte in questo paese, pochissimi hanno urlato allo scandalo.

Alcuni hanno fatto diverse proposte sul tema. La campagna dei “Giovani non + disposti a tutto” della Cgil mira a rendere lo stage “un’opportunità e non una truffa” e invita le aziende a non ledere i diritti degli stagisti abolendo il lavoro gratuito e garantendo gli stessi trattamenti che ricevono i normali dipendenti.

Cosa si dovrebbe fare? Ascoltando pareri di tanti ex stagisti (sono tantissimi ormai) si percepisce la necessità di abolire il lavoro gratuito, di impedire che lo stagista sostituisca il personale dipendente e di incentivare controlli per punire i “furbetti”.

Difficile? Impossibile? Non crediamo. Se di buona volontà sono dotati soggetti che lavorano gratis come gli stagisti, allora dovremmo ben sperare con i nostri stra-pagati politici. O no?

  Aurelio Ponzo

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