Stati Uniti, Guantanamo e l'ipocrisia della difesa dei diritti umaniTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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Stati Uniti, Guantanamo e l’ipocrisia della difesa dei diritti umani

 L’alto commissario delle Nazioni Unite Pillay nell’aprile scorso sentenziò: «La detenzione arbitraria e perpetua per la maggioranza dei detenuti a Guantanamo, già prosciolti da ogni accusa o processo, e pronti ad essere trasferiti nei loro rispettivi paesi, o in paesi terzi disposti ad accoglierli, è una sistematica violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti», dunque «Guantanamo deve essere chiusa».

Ovviamente tutto cadde nel vuoto e oggi ci troviamo davanti all’ennesima predica da parte di chi razzola sistematicamente male secondo l’Onu stessa. E razzola talmente male che le stesse “prove” fornite per sostenere la predica della violazione dei diritti umani da parte del governo siriano, responsabile di aver utilizzato armi chimiche, sembrano col passare delle ore divenire palesemente false. Poco importa che Carla Del Ponte oltre tre mesi fa facesse notare che l’esistenza di prove sull’uso di gas Sarin fossero solo a carico dei ribelli, poco importa che le Nazioni Unite siano dovute recarsi in Siria per indagare sull’utilizzo di armi chimiche da parte di questi ultimi. Infatti, è bastato che i media (potenziati dallo sbarco di Al Jazeera negli States) lanciassero l’allarme: “armi chimiche utilizzate dal governo”, perché il Consiglio di sicurezza dell’Onu si mobilitasse. Convocato in fretta e furia da Usa,Gran Bretagna e Francia il Consiglio ha iniziato a discutere del caso e il Presidente Ban Ki Moon ha subito rilasciato pesanti dichiarazioni sulla necessità d’intervento in caso di violazione dei diritti umani da parte del governo siriano.

Il piano militare offensivo nel taschino degli Usa è stato svelato ieri e si riallaccia alla guerra in Kosovo (“Il Kosovo è un precedente ovvio per Obama, perché anche in Siria ci sono civili uccisi e la Russia ha legami consolidati con il governo accusato degli abusi”. NYT). Dunque “guerra umanitaria”! Ancora … Ma non uno qualsiasi dei tanti conflitti che abbiamo conosciuto in un decennio attraversato da una guerra continua, e fallimentare (Afghanistan, Iraq, Libia), bensì quello sostenuto unilateralmente da una Nato che nel 1999 arrivò a detronizzare le Nazioni Unite decretando che l’Organizzazione non avrebbe più dovuto autolimitarsi all’autodifesa degli Stati membri contro un’aggressione esterna e sancendo così il diritto all’intervento nell’intero globo per questioni umanitarie. Insomma, per un Presidente in cerca di una giustificazione legale rifarsi ad una giustificazione legale che sconquassò il diritto internazionale non è male, è sintomo di coerenza giuridica.

Se poi pensiamo che il clamore mediatico sull’utilizzo di armi chimiche è giunto proprio nel giorno della sentenza di condanna a 35 anni di carcere per il soldato Manning, reo di aver fornito prove sul massacro dei civili iracheni da parte dell’esercito americano, allora dovremmo ribaltare il nostro giudizio su chi rappresenti una reale minaccia per i diritti umani. Infatti, se non vi fossero bastate le oscenità di Abu Ghraib a provare quanto vale l’umanitarismo guerrafondaio; l’incarcerazione di un militare per libera informazione potrebbe essere sufficiente a chiarirvi il quadro. Il soldato ha infatti rivelato di aver contattato, prima di WikiLeaks, le prestigiose testate statunitensi del Washington Post e del New York Times senza ricevere risposta alcuna. «Non pensavo che avrei danneggiato gli interessi americani, solo messo in imbarazzo il governo rivelando i retroscena dei suoi contatti internazionali» ha testimoniato Manning. Infine, a riprova della “buona fede” americana vi basterà sapere che il carcere di Abu Ghraib venne riaperto dal Presidente Obama che, invece di chiudere Guantanamo come promesso anche alle autorità internazionali, pensò bene di riaprire il vecchio centro di torture, pare dopo aver debitamente secretato le fotografie che dimostravano le ulteriori violenze nei centri di detenzione afghani. Ora che il soldato Manning dovrà scontare la sua pena detentiva, il governo americano sarà libero di lasciar marcire a Guantanamo la metà di quei 700 detenuti incarcerati con processo sommario o sulla base di semplici prove indiziarie che nei dossier di Manning risultavano “estranei a qualsiasi legame terroristico”. Tutto questo mentre l’Onu continuerà ad occuparsi dei diritti umani su lancio di agenzia giornalistica, così come ai cani si lancia l’osso. Tuttavia, la cosa più demoralizzante, com’era già stato per la guerra in Kosovo, è l’assenza d’indignazione anche a sinistra, dove anzi è presente il più fervido sostegno affinché qualcuno intervenga per “fermare il massacro” con le bombe, una pioggia di bombe che colpiscono indiscriminatamente magari, come nel caso kosovaro. Ma si sa, quei morti fatti dalle bombe occidentali sganciate da aerei prodotti da noi sono sempre i più difficili da vedere – lo dimostra il caso Manning – perché la guerra laddove manca la libertà d’informazione ci racconta i morti di una parte sola, quella “cattiva”. Da qui il passo verso la legittimazione di una guerra condotta in modo unilaterale è breve. Infondo, non ci dovremmo stupire più di tanto dell’assenza di un movimento pacifista, poiché ormai la guerra – anche quella condotta in modo unilaterale dal “poliziotto del mondo” americano che gestisce l’Onu come meglio crede – è percepita come normalità della democrazia occidentale ed è anche e soprattutto questo uno dei motivi di fondo della crisi profonda che sta attraversando il nostro modello democratico.

Alex Marsaglia

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