Stati Uniti. La "strana guerra" all'Isis crea malcontento tra i pilotiTribuno del Popolo
giovedì , 30 marzo 2017
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Stati Uniti. La “strana guerra” all’Isis crea malcontento tra i piloti

Secondo quanto pubblicato da Fox News alcuni piloti americani coinvolti nella coalizione anti-Isis si sarebbero sfogati lamentando eccessive lungaggini per ottenere l’autorizzazione a colpire contro bersagli del Califfato. Ciò avrebbe impedito di rendere efficaci i raid contro lo Stato Islamico.  

Lo sfogo di alcuni piloti all’emittente americana “Fox News” è di quelli che lasciano senza parole. Dal settembre del 2014 gli Usa stanno sulla carta guidando una serie di raid della “Coalizione” da loro fondata contro lo Stato Islamico in Iraq e in Siria, eppure in molti hanno accusato proprio questi raid di essere del tutto inefficaci. E infatti il Califfato al posto di restringersi si è espanso sia in Siria, con la conquista di Palmira e diversi valichi di confine, sia in Iraq con la presa di Ramadi. I successi del Califfo hanno fatto mettere in discussione il modus operandi della Coalizione, incapace di colpire l’Isis a differenza dell’aviazione siriana che, secondo Analisi Difesa si sarebbe mostrata ben più efficace di quella americana nel colpire i jihadisti.

Ora però le dichiarazioni di un pilota a Fox News faranno discutere in quanto mettono in dubbio proprio la buona fede della Casa Bianca nello sconfiggere lo Stato Islamico. Un pilota di un F-18 infatti avrebbe dichiarato : “Ci sono stati momenti in cui avevo gruppi dell’Isis nel mirino ma non avevo l’autorizzazione a colpire” (parole riprese anche da “Il Giornale”). Insomma a volte prima di ricevere l’autorizzazione a colpire passano anche sessanta minuti, decisamente troppi, e spesso e volentieri in quei tempi morti i terroristi riescono a mettersi al riparo. Insomma a ostacolare la guerra al Califfato sarebbero problemi interni ampiamente superabili se ci fosse la volontà politica di farlo. Ancor più che l’Us Air Force si difende sostenendo che si tratterebbe di una guerra a lungo termine e che quindi si vorrebbero evitare danni collaterali ai civili. E dire che gli Usa fino a oggi non si sono mai curati delle vittime civili, nè quando hanno bombardato Belgrado nè quando hanno bombardato Kabul e Baghdad in passato, eppure ora che bisogna colpire lo Stato Islamico, un pericolo globale ben maggiore di Milosevic o Saddam, ecco che la Casa Bianca si fa scrupoli.

Però le parole del pilota hanno scatenato un vespaio di polemiche anche in Usa, ancor più che sono arrivate poco dopo la richiesta del premier iracheno Haider al Abadi di cambiare strategia nella lotta contro il Califfo in quanto i raid aerei si sono rivelati insufficienti e inefficaci. A detta di tutti gli addetti ai lavori consultati le procedure decise per permettere agli aerei americani di colpire l’Isis sono eccessive e permettono ai terroristi di sfuggire a morte certa. David Deptula, ex comandante delCombined Air Operations Center in Afghanistan, ha detto chiaramente: “Le procedure non tengono conto del nuovo contesto operativo, sono fin troppo tortuose ed alla fine tale asset non fa altro che fornire un vantaggio al nostro nemico“. Ma a ben guardare basta osservare i numeri della missione per accorgersi che c’è qualcosa che non va. Nel corso della prima guerra del Golfo contro Saddam Hussein gli Usa effettuavano oltre un migliaio di attacchi aerei al giorno, un numero quasi mille volte superiore a quelli attuali. Anche in Kosovo i caccia americani partivano 135 volte al giorno, e nel 2003 nella seconda guerra del Golfo partivano 800 volte al giorno, e infatti le difese di Saddam vennero distrutte in poche ore. Oggi invece i caccia partirebbero se va bene 14 volte al giorno, e a fronte di una minaccia ben più pericolosa di quella in Kosovo o di Saddam. Stando così le cose diventa quasi impossibile pensare di fermare lo Stato Islamico, ancor più che le operazioni di terra dell’esercito iracheno vanno a rilento ancor più perchè la Casa Bianca diffida del protagonismo delle milizie sciite.

Insomma gli Usa sembrano non volersi impegnare fino in fondo contro lo Stato Islamico, e questo perchè probabilmente dal punto di vista geopolitico lasciare che lo Stato Islamico agisca significa ottenere un vantaggio geopolitico per la Casa Bianca, che evidentemente ha come obiettivo primario indebolire l’islam sciita che si impernia sull’Iran e sui suoi alleati nella regione. Insomma non proprio un approccio alla politica estera da “Nobel per la Pace”.

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