Stefania e le altre. Il femminicidio nelle Marche e in ItaliaTribuno del Popolo
mercoledì , 29 marzo 2017
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Stefania e le altre. Il femminicidio nelle Marche e in Italia

Castelfidardo (Ancona), sabato 16 novembre, pomeriggio alto, attorno alle 17.00. Diego Allori, 61 anni, custode dell’azienda dei fratelli Saraceni, entra nell’appartamento in cui vive con la moglie Stefania Malavolta, 45 anni, e la figlia Giorgia, 24 anni.

Fonte: Marx21.it

L’appartamento è all’interno stesso dell’azienda dove Allori lavora, al primo piano, in Via Adriatica, civico17. Ora, saputi i fatti, possiamo immaginare che l’uomo entra con il cuore in tumulto, con l’odio tra i denti, con una lucida follia – la solita, quella dettata da un’intera, millenaria storia di violento dominio maschile – che lo dirige e lo determina. E soprattutto entra armato: nella testa con l’ascia d’un’insana, furiosa, misteriosa “vendetta” ( gelosia, riportano i cronisti); nelle mani con un coltello per ammazzare davvero. Dalle tracce di sangue lasciate dal corpo straziato di Stefania possiamo immaginare il percorso ferino dell’uomo nell’appartamento. Diego la scova (come in un pogrom) in qualche stanza o lungo il corridoio (in cucina, dicono i giornali).

 

Non possiamo sapere se lui avrà urlato, annunciando l’assassinio; così come non possiamo sapere se lei sarà rimasta sorpresa, se lei avrà gridato di paura o non avrà avuto il tempo né di una cosa né dell’altra, avendo solo il tempo di pensare alla fuga, un correre col terrore nei i capelli tra le stanze dell’appartamento, una gazzella con il leone alle spalle, un uccello morente che sbatte le ali contro ogni spigolo di muro, prima di essere trafitto, fulminato da qualcosa o qualcuno. E’ il terrore di ogni donna uccisa, violentata, picchiata. Un terrore che è un immenso fiume nero, nero sangue, che scorre nella storia dell’umanità. Un fiume tuttora impunito, che non si ferma, che prosegue la corsa, che non trova ancora gli ostacoli necessari: una nuova coscienza degli uomini, una nuova storia dell’umanità, una nuova etica, la punizione giusta contro gli assassini e i violenti, un nuovo tabù, un nuovo senso di colpa maschile, una nuova Legge. Un undicesimo comandamento: non uccidere le donne, non far loro violenza, non sfruttarle, non mortificarle. Pena l’inferno, soprattutto in terra.

Diego entra armato, nella testa e nelle mani, nell’appartamento; in qualche stanza inizia a pugnalare selvaggiamente Stefania; lei tenta la fuga; lui la insegue; rincorrendola continua a pugnalarla, a dissanguarla. Lei pensa di ripararsi tra le pareti del bagno, dove invece stramazzerà definitivamente, la gazzella sotto i denti del leone, sotto la sua criniera padronale. Nel bagno finisce la mattanza: Diego l’accoltella ancora, poi la getta nella vasca, le stringe il collo col flessibile della doccia, più volte, per strozzarla, come se il pugnale ( il cutter, dicono le cronache, il che non diminuisce, ma accentua l’orrore: quanti piccoli colpi per uccidere?) non fosse bastato. Stefania sarà trovata lì, nella vasca, immersa sino al collo nel proprio sangue, dalla figlia Giorgia, altra donna vittima – per il terrore per sempre interiorizzato – dalla furia cieca maschile, dalla ferocia con la bava alla bocca del padre padrone.

Le cronache raccontano ancora che Diego Allori, dopo l’assassinio, dopo aver sbranato, scende correndo le scale, dirigendosi verso il salone dello stabile aziendale e lì si mette un cappio al collo, per poi lasciarsi andare nel vuoto. Morto anche lui. Impiccato. Raccontano ancora le cronache che la sua, di morte, costruita all’esterno dell’appartamento, sarebbe stata filmata dalle telecamere aziendali. E hanno raccontato ancora, le cronache e i primi tentativi di analisi psicologica, che l’atto compiuto avrebbe improvvisamente scosso l’assassino, spingendolo al suicidio, all’autoimpiccagione. Ma altre notizie sono arrivate, nei giorni successivi, dalle prime indagini dei carabinieri: Diego Allori avrebbe comprato la corda per impiccarsi da un ferramenta, un paio di giorni prima dell’assassinio. Dunque non c’entrerebbe nulla il senso di colpa, l’improvviso orrore di sé. No: si tratterebbe molto più verosimilmente di una pianificazione, di un progetto di morte, di un agguato, di un assassinio premeditato. E, dunque, di un successivo suicidio, altrettanto pianificato, volto solo ad evitare – certo, anche la sofferenza – ma soprattutto la condanna, il vilipendio, la galera.

“ Gli uomini non cambiano”, cantava Mia Martini, una donna che per la sofferenza ricevuta (molta dagli uomini) ha le carte in regola per essere tirata in ballo in questa tragedia. Non cambiano, ancora non cambiano e uccidono, violentano, picchiano, spadroneggiano contro le donne, deliberatamene e ferocemente, con la speranza (che la realtà delle cose alimenta) di una vasta impunità, della “comprensione” di un mondo ancora in gran parte al maschile.

In Italia, dall’inizio di quest’anno, sono state 104 le donne morte per femminicidio. Cinque di queste donne sono state abbattute ( sì, abbattute: ci pare il termine giusto per evocare la jungla che è in noi uomini, il cuore di tenebra che ancora ci muove) nelle Marche. Anna Maria Gandolfi, 57 anni, uccisa dal marito al culmine di una lite, a Grotte di Porto Recanati, lo scorso 27 marzo; Adriana Michaela Simion, 26 anni, ritrovata cadavere in una villa a Marcelli di Numana, lo scorso 7 aprile, unico indagato l’imprenditore Carlo Orlandoni; Lucia Bellucci, di Pergola, trucidata lo scorso 9 agosto dall’ex fidanzato Vittorio Ciccolini; Maria Pia Bigoni, di Civitanova Marche, uccisa il 17 settembre scorso dall’ex marito, che le ha teso un lungo agguato sotto casa per poi aggredirla e infierire su di lei fino alla morte e oltre la morte. E poi la quinta donna, ora, Stefania Malavolta, uccisa da Diego Allori.

Spesso, quasi sempre, anche nel caso di Diego Allori, appare la gelosia dell’uomo come movente. E nulla potrebbe essere più esplicativo del supposto movente della gelosia per chiarire come sono fatti, come vogliono essere fatti nel profondo, gli uomini: padroni, padroni delle donne, col senso pieno della proprietà.

Così come si giungerà al socialismo solo attraverso la cancellazione della proprietà privata, del senso padronale, in egual modo potremmo diventare uomini solo attraverso il superamento del senso di proprietà sulle donne, che ancora ci rintana nella caverna primordiale e ci fa animali.

Fosco Giannini

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