Stefano Cucchi: “Morto per malnutrizione”. La famiglia vuole giustizia. | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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Stefano Cucchi: “Morto per malnutrizione”. La famiglia vuole giustizia.

Il caso Cucchi è uno dei tanti casi di morte in carcere. La nuova perizia scagionerebbe gli agenti nonostante il volto pieno di ematomi e la schiena spezzata. Le reazioni della famiglia e la fase dell’arresto.

Tratto da Oltremedianews.it

cucchi

Stefano Cucchi è morto all’età di 31 anni il 22 ottobre 2009, durante un’ordinanza di custodia cautelare, a quanto pare “di fame”.

“I medici del reparto di medicina protetta dell’ospedale Pertini, non trattando il paziente in maniera adeguata, ne hanno determinato il decesso”, questo ha sancito la perizia del 13 dicembre 2012 redatta dal gruppo di lavoro dell’Istituto Labanof di Milano, incaricata dalla III Corte d’assise di Roma per stabilire le cause della morte del giovane romano.

Sono indagati per lesioni e percosse gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici, i quali avrebbero gettato il ragazzo per terra procurandogli le lesioni toraciche, infierendo poi con calci e pugni. Oltre agli agenti di polizia penitenziaria, sono indagate 9 persone tra infermieri e medici per abbandono di incapace. I medici Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti che non avrebbero curato il giovane e che lo avrebbero lasciato morire di inedia. Questi si sono difesi dicendo che il giovane ha rifiutato le cure.

I periti, coordinata dai professori Marco Grandi e Cristina Cattaneo, scrivono: “I medici del reparto di medicina protetta dell’ospedale Pertini non si sono mai resi conto di essere, fin dall’inizio, di fronte a un caso di malnutrizione importante, quindi non si sono curati di monitorare il paziente sotto questo profilo, né hanno chiesto l’intervento di nutrizionisti (o di altri specialisti in materia), e, non trattando il paziente in maniera adeguata, ne hanno determinato il decesso”.

Per quanto riguarda le lesioni sul corpo del giovane si tratterebbe, secondo la perizia, di lesioni circoscritte, “il corpo di Cucchi presenta una serie di lesioni ed escoriazioni crostose, persino ulcere, che possono trovare la loro eziologia in microtraumi (sfregamenti, grattamenti, aree di appoggio e da decubito) anche di epoca precedente all’arresto, in manovre relative al trattamento da parte dei sanitari e persino nelle condizioni patologiche del Cucchi; esse quindi non possono essere attribuite con certezza ad episodi traumatici di una certa violenza/entità avvenuti tra l’arresto e il ricovero”.
A quanto pare sarebbe bastato trasferirlo in terapia intensiva per salvargli la vita. Perché non è stato fatto?

Le 190 pagine della perizia si chiudono affermando: “il quadro traumatico osservato si accorda sia con un’aggressione, sia con una caduta accidentale, né vi sono elementi che facciano propendere per l’una piuttosto che per l’altra dinamica lesiva”.

Rimane il dubbio di come Stefano sia giunto in ospedale in quelle condizioni (foto scattate dai genitori in obitorio): i lividi sul volto, l’occhio destro rientrato nell’orbita, l’arcata sopraccigliare sinistra gonfia, la mascella destra con un solco verticale, segno di una frattura e la schiena spezzata non possono essere causa della “mancata nutrizione”.

Contrariamente, la perizia della parte civile, fatta dal professor Fineschi, sostiene che i traumi non sono compatibili con una caduta, ma hanno una genesi traumatica di tipo contundente, violenta. Non è possibile che un soggetto così giovane possa aver avuto quello che abbiamo visto dopo una caduta.

C’è ancora da capire come, in soli 3 giorni, il ragazzo sia “morto di fame”; la perizia degli esperti dice soltanto che sarebbe “morto di fame” per non aver mangiato e bevuto in un lasso di tempo che va almeno dal venerdì alla domenica.

Secondo alcuni imputati del processo, i sanitari che lo ebbero in cura al Pertini, in realtà Cucchi non si asteneva completamente dal cibo e dalle bevande. Un succo di frutta ogni tanto, una barretta di cioccolata, acqua: in quei tre giorni lo stomaco di Stefano aveva ingerito poco ma qualcosa aveva ingerito. Tre giorni sembrano davvero pochi per stabilire una morte per denutrizione.

Ma dopo la perizia dovrebbero cadere le accuse nei confronti degli agenti, nonostante, appena dopo la morte di Cucchi, il personale carcerario espresse divergenti dichiarazioni negando di avere esercitato violenza sul giovane e dicendo che lo stesso era morto o per conseguenze a un supposto abuso di droga, o a causa di pregresse condizioni fisiche o ancora per il suo rifiuto al ricovero al Fatebenefratelli.

Inoltre, un testimone ghanese, anch’egli detenuto, ha dichiarato che Stefano Cucchi gli aveva detto d’essere stato picchiato sotto le celle del tribunale di piazzale Clodio, stessa tesi sostenuta dalla detenuta Annamaria Costanzo; il detenuto Marco Fabrizi chiese di essere messo in cella con Stefano, che era solo, ma questa richiesta venne negata da un agente che fece con la mano il segno delle percosse; mentre Silvana Cappuccio vide personalmente gli agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi con violenza.

Le reazioni della famiglia
Le reazioni della famiglia sono riassunte dalle parole della sorella Ilaria.
“Non entro nel merito della consulenza, ma fatico a comprendere come si possa dire che da quelle lesioni non si sarebbe reso necessario nemmeno il suo ricovero in ospedale, quando però si riconosce che la frattura del sacro ha provocato la paralisi della vescica con apposizione del catetere. Se quelle lesioni non hanno avuto alcuna influenza sul suo stato di salute, dobbiamo capire che sarebbe morto comunque?”.

Continua esternando la sua rabbia: “Fatto sta che mio fratello è stato barbaramente pestato, nonostante le sue condizioni particolarmente fragili, ed era arrabbiato, voleva un avvocato per denunciare il fatto come ha testimoniato più di un agente, e per questo è morto”.

L’arresto
Una settimana prima di morire Cucchi viene arrestato con l’accusa di spaccio, la sera del 15 ottobre viene trovato in possesso di hashish presso il parco degli Acquedotti, nella zona sud di Roma.

La mattina successiva c’è il processo per direttissima, il giudice ordina la custodia cautelare nonostante le condizioni di salute appaiono palesemente precarie, Cucchi incrocia lo sguardo di suo padre, si scambiano qualche parola ma Stefano non accenna a nessun pestaggio, nonostante abbia ematomi agli occhi e riesce a mala pena a stare in piedi.

La famiglia, già scossa dall’accaduto, è allarmata dopo aver visto le condizioni fisiche di Stefano, cerca di chiedere un colloquio con il proprio figlio, per poter verificare le condizioni di salute, il tutto sarà invano.
Il giovane nei giorni successivi all’arresto fa da spola tra Regina Coeli e l’ospedale, prima il Fatebenefratelli e poi il Pertini in via Monti Tiburtini, dove morirà.

Forse bisognerebbe iniziare a ragionare seriamente sulla possibilità di introdurre il reato contro la tortura visto che Cucchi è soltanto una delle tante vittime del sistema carcerario italiano.

Nicola Gesualdo

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