Sudafrica. L'Economic Freedom Fighters Party del marxista Malema è la vera novitàTribuno del Popolo
sabato , 21 gennaio 2017
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Sudafrica. L’Economic Freedom Fighters Party del marxista Malema è la vera novità

Sudafrica. L’Economic Freedom Fighters Party del marxista Malema è la vera novità

In Sudafrica l’Anc di Zuma ha recentemente stravinto le elezioni ma il partito di estrema sinistra dell’Economic Freedom Fighters Party di Julius Malema è diventata la terza forza del Paese. Marxista rivoluzionario, Malema ambisce a una trasformazione socialista del Paese e a una seconda Liberazione dall’Apartheid, questa volta economico. I suoi detrattori lo accusano di essere un demagogo e ricordano che è accusato di corruzione e malversazione. 

Cosa accade in Sudafrica? Dopo la morte di Nelson Mandela i riflettori sono puntati sul Paese dei BRICS per vedere la direzione che verrà presa da Johannesburg. Si sono appena tenute le elezioni presidenziali che hanno visto la vittoria a mani basse dell’Anc, l’African National Congress, di Jacob Zuma. Nessuna novità dunque dal momento che tale esito era ampiamente prevedibile dopo che lo stesso Zuma aveva vinto le primarie interne del partito, avendo così la totale sicurezza di vincere poi le elezioni, cosa poi effettivamente accaduta. La novità però è che il predominio dell’Anc sul Sudafrica non è più così assoluto dal momento che i partiti dell’opposizione si sono rinforzati. La novità è che Alleanza Democratica, il partito storico della minoranza bianca, ha ottenuto il 22%, allargando così i suoi consensi anche ad alcuna media/alta borghesia nera e indiana, una autentica novità dal momento che i boeri bianchi del Sudafrica sono il 9% della popolazione totale. La terza forza, a sorpresa, è un partito di estrema sinistra, l’Economic Fighters Party di Julius Malema, ex leader giovanile dell’Anc che si è staccato dal partito nel luglio del 2013. Da allora l’Eff ha cominciato a raccogliere consensi nel Paese, soprattutto nelle frange più povere della popolazione, e alla sua prima partecipazione alle elezioni ha ottenuto un dignitosissimo 6,1%, entrando così in Parlamento nove mesi dopo la sua creazione. L‘Anc al momento può dormire ancora sonni tranquilli, ma Malema ha realizzato una emorragia di un milione di voti verso il suo partito attaccando frontalmente la gestione di Zuma, accusato di aver tradito la rivoluzione di Mandela. Malema è stato abile a sfruttare le contraddizioni interne al Sudafrica, ad esempio appoggiando gli scioperi minerari nelle miniere di platino, in atto da tre mesi nelle regioni del Nord. L’Eff ha un programma sostanzialmente marxista con forte connotazione anticapitalista e anti-imperialista, anche se l’Anc accusa Malema di essere un millantatore che vuole utilizzare il massimalismo per dividere e frazionare l’Anc. Malema è stato espulso dall’Anc nell’aprile del 2012 e ha promesso al Sudafrica una seconda liberazione, questa volta dal cosiddetto Apartheid economico; secondo molti infatti in Sudafrica esiste ancora un regime di Apartheid, ancora più subdolo del precedente dal momento che si tratta di un Apartheid di tipo economico. E forse non ha tutti i torti dal momento che il 2% della popolazione, ovvero l’elite imprenditoriale bianca, continua a detenere il potere anche grazie alla complicità dell’Anc. Considerato che si parla del 2% della popolazione tralaltro, questo implica che anche il 7% dei bianchi sudafricani comincia a perdere seriamente tenore di vita e ricchezza, al punto che ci sono migliaia di bianchi impoveriti e disoccupati. Malema promette dunque di garantire la libertà economica attraverso una fase socialista per costruire una economia e una società comuniste in Sudafrica; da qui un ardito progetto di esproprio e nazionalizzazioni del sistema industriale ed estrattivo. Ma non solo, l’Eff vorrebbe anche realizzare una riforma agraria andando finalmente ad intaccare i latifondi ancora in mano ai Boeri bianchi e che fruttano loro ancora miliardi di dollari che non vengono in alcun modo redistribuiti. L’Eff inoltre rappresenta una vera novità in quanto si presenta come un autentico movimento marxista moderno in pieno XXI secolo, avendo avuto il coraggio di rilanciare i propri ideali senza aver paura di diventare minoritario. Malema insomma è una novità autentica che sta riaccendendo la lotta di classe in Sudafrica sfidando le elites che ormai da anni controllano l’economia e la politica del Sudafrica. In molti però sostengono che non sia in buona fede dal momento che il Fisco sudafricano lo ha accusato di evasione fiscale per circa 1,1 milioni di euro, di corruzione e di racket mafioso durante il periodo di amministrazione della provincia di Limpopo. Malema è ancora in attesa di giudizio per un processo continuamente rinviato in quanto, in caso di condanna, potrebbero verificarsi rivolte tra le masse proletarie, soprattutto nelle regioni a lui più fedeli. Dal conto suo Malema ha estremizzato ancora di più la contrapposizione razziale bianchi-neri, sottolineando come il suo partito voglia imporre ai bianchi che devono essere semplici cittadini e non i dominatori del Sudafrica. Il problema per l’Anc è che Malema, con la sua dialettica aggressiva, sta aumentando in modo netto i consensi tra i più poveri e tra il proletariato urbano e rurale del Paese cui promette una trasformazione socialista della società da portare avanti senza compromessi di alcun tipo. Del resto che Malema faccia sul serio è risaputo, basti pensare che nel 2009 organizzò una protesta dei correntisti neri contro l’istituto bancario Nedbank causandone il collasso dopo il rifiuto della banca di sponsorizzare l’Associazione Atletica Sud Africana, composta da “troppi negri” secondo l’infelice commento del Direttore Generale della Nedbank. Una cosa è certa, l’Anc, che ha ancora la netta maggioranza del Paese, rischia col passare del tempo di cedere terreno al dinamismo rivoluzionario di Malema, con Zuma che non è sicuramente esente da colpe nella gestione economica degli ultimi anni non propriamente filopopolare.

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Un commento

  1. Gianni Sartori

    …per non dimenticare chi ha lottato affinché “altri fossero liberi” (senza avere nulla in cambio…)

    I GUERRIERI DIMENTICATI DEL SUDAFRICA
    “Se questo paese è libero -si rammaricava un ex guerrigliero – ed ha potuto organizzare eventi come la Coppa del mondo, lo deve all’MK”, Umkonto we Sizwe, il braccio armato dell’African National Congress (ANC). Ma sembra che all’epoca nessun alto dirigente si fosse recato nel misero ufficio dei reduci, con le pareti ricoperte da manifesti ingialliti, per invitare qualche veterano alle manifestazioni.
    Tutto era cominciato il 21 marzo 1960. Quel giorno in diversi centri urbani della RSA si svolsero manifestazioni, organizzate dal Pan African Congress (PAC), contro l’obbligo per i neri di portare con sé un lasciapassare. Il regime rispose massacrando a Sharpeville decine di persone. Ufficialmente le vittime furono sessantanove, ma i testimoni sostengono che furono molte di più. Altre vittime a Langa (52 morti) e a Nyanga. Seguirono scioperi, manifestazioni, scontri con barricate e assalti agli uffici del Native Affairs Department. Migliaia di persone vennero arrestate, mentre le truppe isolavano i centri della rivolta. In aprile, il governo metteva fuori legge l’Anc e il Pac. Entrambe le organizzazioni costituirono un braccio armato. L’Anc con l’Umkonto we Sizwe (MK, “Ferro di lancia della nazione”) e il Pac con le unità Pogo (“Noi stessi”). Le prime azioni armate dell’MK contro alcuni palazzi ministeriali a Johannesburg, Port Elisabeth e Durban risalgono al dicembre 1961. Nel 1963, a Rivonia, vennero arrestati vari dirigenti dell’organizzazione clandestina e la guerriglia si trasferì nei paesi amici della “linea del fronte”: Zambia, Mozambico, Tanzania, Angola. Proprio in Angola vennero scritte alcune delle pagine più oscure della lotta di liberazione. Accusati di indisciplina e ingiustamente sospettati di tradimento, alcuni guerriglieri del “Campo 4” vennero torturati dai loro stessi compagni. Altri vennero fucilati per essersi rifiutati di tornare a combattere. In seguito, negli anni ottanta, l’MK porterà a segno alcune delle sue azioni più spettacolari e disperate: attentati contro i depositi di carburante e lanci di granate contro una centrale nucleare.
    Oggi i sopravvissuti dicono di sentirsi “messi da parte, cancellati dalla memoria del paese” come i volti dei loro antichi compagni, morti in combattimento o impiccati nelle carceri. Anche Mandela, il loro ex comandante, sembrava averli dimenticati. L’altro leader, Chris Hani (esponente dell’ANC e del SACP, il partito comunista sudafricano) era stato ammazzato in circostanze non del tutto chiare. Ufficialmente da bianchi razzisti, ma non si esclude un regolamento di conti interno all’ANC.
    Divenuto presidente, Jacob Zuma, per un breve periodo esponente dell’MK, aveva costituito un segretariato dotandolo di un modesto finanziamento. Un gesto comunque di buona volontà, anche se per la maggior parte di questi freedom fighters era ormai troppo tardi. Molti ex combattenti, ricordava Kebby Maphatsoe “vivono per la strada e per mangiare rovistano nella spazzatura”. Analogo destino per chi faceva parte delle Unità di autodifesa (SDU), 45mila ragazzi che negli anni ottanta presero alla lettera la consegna di “rendere ingovernabili le townships”. Agli scontri con l’esercito e la polizia si aggiunsero i conflitti settari con l’Inkhata Freedom Party (IFP, definiti quisling, collaborazionisti) e le lotte fratricide con formazioni minori. Una guerra civile a bassa intensità, alimentata ad arte dai servizi segreti del regime di Pretoria.
    Con la fine dell’apartheid, dopo un rapidissimo processo di smobilitazione delle strutture della guerriglia, in parte erano stati arruolati nell’esercito. Si temeva che questi uomini, provvisti di armi e abituati ad usarle, venissero utilizzati da gruppi più radicali o dalle gang criminali. La maggior parte non riuscì ad inserirsi e abbandonò l’esercito ritrovandosi in una condizione di emarginazione. Il giornalista Jean-Philippe Rémy (Le monde) ne aveva incontrati alcuni che si sono isolati sulle montagne del Magaliesberg, non lontano da Johannesburg. Perseguitati dai ricordi, avevano iniziato un processo di purificazione tradizionale che si richiama alle tradizioni guerriere dei popoli nativi.
    Gianni Sartori

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