Sudafrica. Oltre al danno le beffe, i minatori accusati di omicidio | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
martedì , 24 ottobre 2017
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Sudafrica. Oltre al danno le beffe, i minatori accusati di omicidio

Tutti hanno ancora negli occhi, e non potrebbe essere diversamente, i terribili filmati che hanno immortalato la polizia sudafricana aprire il fuoco sui minatori in sciopero. Il risultato di quel momento di follia è stato una vera e propria strage che ha fatto il giro del mondo, con i fotogrammi dei corpi senza vita dei minatori che hanno fatto capolino su tutte le prime pagine dei giornali.

 

Il governo sudafricano, in evidente imbarazzo, ha subito annunciato indagini approfondite per punire i responsabili di ogni eventuale abuso, e come spesso accade la vicenda ha lentamente perso l’appeal mediatico, dissolvendosi nella nebbia delle notizie quotidiane. Nelle scorse ore però sono arrivate alcune novità che lasciano sbigottiti: ben 270 minatori sudafricani sono stati arrestati dalle autorità a seguito della sparatoria che ha causato la morte di ben 34 dei loro colleghi presso la miniera di platino di Lonmin, in Marikana. Ci troviamo nella parte nord-occidentale del Paese, regione dove si trovano diverse miniere nelle quali trovano impiego migliaia di persone, unica fonte di sostentamento per le loro, numerose, famiglie. Nonostante sia stato accertato che è stata la polizia ad aprire materialmente il fuoco ad altezza uomo sui minatori in sciopero, causando la strage, la notizia è che  le autorità sudafricane hanno accusato gli stessi lavoratori di aver provocato l’eccidio. Quel maledetto giorno hanno trovato la morte anche due poliziotti in circostanze mai chiarite fino in fondo, e tutti i 270 minatori arrestati sono stati ufficialmente accusati di tentato omicidio e di violenza pubblica. I minatori sono infatti stati accusati secondo il principio per cui tutti i partecipanti ad un’attività criminale possono essere chiamati in causa per le sue conseguenze. A questo punto quindi spetterà agli avvocati degli scioperanti di Marikana cercare di togliere le castagne dal fuoco per i loro assistiti, che per inciso rimarranno in carcere fino al 6 settembre, data in cui comincerà il processo. Nello stesso momento tuttavia anche i poliziotti coinvolti nella strage verranno sentiti  separatamente dalla Commissione d’Inchiesta creata ad hoc dal governo. I minatori quindi rischiano di essere condannati nonostante gli stessi ufficiali di polizia abbiano ammesso pochi giorni dopo la tragedia che tutti e 34 i lavoratori morti sono stati uccisi dalla polizia. Per la verità gli agenti, pur ammettendo di aver sparato, accusano i minatori di averli assaliti con machete e spranghe, costringendoli così a difendere se stessi. I vertici della polizia hanno sostenuto inoltre di aver utilizzato lacrimogeni e cannoni ad acqua prima di ricorrere alle armi da fuoco, ma questo sarebbe in palese contraddizione con quanto riscontrato dalle autopsie sui corpi delle vittime. Il “South African Star” infatti ha riportato gli esiti delle prime autopsie che proverebbero in modo inconfutabile che diversi minatori sarebbero stati uccisi con colpi d’arma da fuoco alla schiena mentre stavano scappando via. Se i risultati di tali autopsie dovessero venire confermati, la versione dei fatti della polizia sudafricana subirebbe un duro colpo, e forse si potrebbe ottenere una vera giustizia per il più feroce massacro perpetrato nel paese africano dai tempi della fine dell’apartheid nell’ormai lontano 1994.

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