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domenica , 23 luglio 2017
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Sudamerica. Il blocco Bolivariano si rafforza

In Sudamerica si va rafforzando il blocco bolivariano di Venezuela, Cuba, Bolivia ed Ecuador nonostante la lunga malattia di Chàvez e le voci di destabilizzazione all’interno del paese bolivariano.

Presidente de la República Bolivariana de Venezuela,Hugo Chávez Frías

Negli ultimi giorni ci sono state importanti novità per quel che riguarda il blocco bolivariano sudamericano imperniato su Venezuela e Cuba. Novità non tutte positive dal momento che la salute del leader bolivariano per eccellenza, Hugo Chàvez, non sembra ancora promettere immediati miglioramenti. Proprio il 18 febbraio infatti, Chàvez ha fatto ritorno in patria da Cuba, dove era ricoverato da oltre due mesi per curarsi da un cancro pelvico. L’operazione è perfettamente riuscita ma sono subentrate complicazioni respiratorie impreviste, che hanno rimandato le apparizioni in pubblico del presidente a data da destinarsi. In molti anzi ritengono che Chàvez sia tornato a Caracas per passare l’ultima parte della sua vita in Patria, dal momento che la sua situazione di salute sarebbe a questo punto critica. Troppe volte però Chàvez è stato dato per morto, e alla fine il leader bolivariano è sempre tornato in pista. Inoltre quello che i media non dicono è che il bolivarismo non è solo Chàvez, la Rivoluzione ha l’appoggio incondizionato della maggioranza della popolazione venezuelana, e quindi anche se Chàvez dovesse morire, il suo partito proseguirebbe nello stesso solco con il suo vice Maduro. Quanti dunque pensano che una volta morto Chàvez, con lui finisca anche il bolivarismo, si sbagliano di grosso, ancora una volta a decidere sarà il popolo venezuelano, e l’esito delle nuove elezioni potrebbe ancora una volta contrariare l’Occidente.

Intanto però il fronte bolivariano si è rinforzato con la riconferma di Rafael Correa nelle presidenziali dell’Ecuador. Correa non è Chàvez, tuttavia anche lui ha dimostrato una grande attenzione alle classi povere e alla nazionalizzazione, confermandosi come un membro attivo del movimento bilivariano. Correa inoltre è allineato in chiave antioccidentale, basti pensare all’asilo offerto a Julian Assange, il “barone rosso” dell’informazione che ha pubblicato migliaia e migliaia di documenti secretati degli Stati Uniti su internet. E proprio mentre Correa vinceva per la seconda volta, la Bolivia, altro alleato dell’asse bolivariano, nazionalizzava la Sabsa, un’impresa spagnola che controllava da sempre i principali aeroporti del Paese. Evo Morales ha fortemente voluto questa politica di nazionalizzazioni, una politica completamente in linea con le scelte del blocco bolivariano.  

Ma le buone notizie riguardano anche Cuba, Paese cardine del blocco che da tempo subisce un vergognoso embargo da parte degli Stati Uniti, riconfermato nonostante le significative aperture operate da Raul Castro sia in politica interna che in politica esterna. Ora finalmente le cose potrebbero cambiare dopo che Cuba nei giorni scorsi ha accolto una delegazione proveniente dagli Usa. Sette membri del Congresso infatti sono arrivati su Cuba con l’intento di dare una svolta alle relazioni bilaterali tra i due Paesi e hanno incontrato sia il presidente Raul Castro, che il detenuto eccellente Alan Gross, il cittadino americano che lavorava per Usaid arrestato nel 2009 per spionaggio. Cuba in cambio della scarcerazione di Gross richiede la scarcerazione dei “Los Cinco”, i cinque agenti dei servizi cubani arrestati a Miami nel 1998 e detenuti senza apparente motivo da allora nelle carceri statunitensi. Sembra essere quindi arrivato il momento del disgelo, un disgelo che potrebbe realizzarsi se, come sembra, Washington prendesse la decisione di togliere finalmente Cuba dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo, lista nella quale Cuba è stata inserita dal 1982. Per questo il Bolivarismo sembra comunque avere il vento il poppa, ancor più la vera superpotenza del Sudamerica, il Brasile, sembra sempre più orientarsi verso la strada tracciata da Chàvez e dal bolivarismo piuttosto che verso il capitalismo vecchio stile che ha contrassegnato i rapporti con Washington fino a pochi anni fa.

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