Sull'abolizione del finanziamento pubblico ai partitiTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti

Il Governo approva il decreto sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, proclamando una riforma che giunge all’esito di numerosi dibattiti.Tra scopi di contrasto alla corruzione e un auspicio di trasparenza, vediamo sinteticamente i punti principali della riforma.

Fonte: Oltremedianews

Il 13 dicembre 2013, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti.Sotto un aspetto formale l’approvazione del suddetto decreto pare rappresentare una cesura del Parlamento, posto che undisegno di legge in Parlamento era già in corso di esame in commissione.Tale disegno di legge, recante “Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore”, ad oggi approvato dalla Camera dei Deputati, risultava, infatti, in corso di commissione per l’esame in Senato con atto A.S. n. 1118.

Stante la pendenza della trattazione in Parlamento e l’urgenza di rinnovare la disciplina della materia, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto sulla trasparenza e sulla democraticità dei partiti, contenente norme, appunto, sulla contribuzione volontaria e sulla contribuzione indiretta in loro favore.

Dunque, i punti principali del decreto legge possono essere così riepilogati:

  • abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e, in particolare, l’abolizione del rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e dei contributi pubblici erogati per l’attività politica e a titolo di cofinanziamento;
  • destinazione, da parte di ciascun contribuente, del due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche a favore di un partito politico che si sia dotato di Statuto a decorrere dall’anno finanziario 2014, con riferimento alle dichiarazioni dei redditi relative al 2013;
  • sempre a decorrere dal 2014, detrazione, dall’imposta lorda sul reddito, delle erogazioni liberali in denaro effettuate dalle persone fisiche in favore dei partiti politici per una quota del 37 per cento per importi compresi tra 30 e 20.000 euro annui e del 26 per cento per importi compresi tra 20.001 e 70.000 euro annui. Dall’imposta sul reddito sarà possibile detrarre un importo pari al 75 per cento delle spese sostenute dalle persone fisiche per la partecipazione a scuole o a corsi di formazione politica promossi e organizzati dai partiti (tetto massimo di 750 euro annui). Per quanto riguarda l’imposta sul reddito delle società, si potrà detrarre un importo pari al 26 per cento dell’onere per le erogazioni liberali in denaro per importi compresi tra 50 e 100.000 euro;
  • adozione da parte dei partiti che intenderanno avvalersi dei benefici previsti dal decreto-legge in questione di unoStatuto, da trasmettere in copia ai Presedenti della Camera e del Senato, che a loro volta li inoltreranno alla “Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici”. La Commissione, poi, avrà il compito di controllare la regolarità e la conformità della rendicontazione, latrasparenza e la pubblicità dei partiti, con la possibilità di comminare sanzioni pecuniarie, corrispondenti all’importo non dichiarato o non conforme al vero, in caso di mancata ottemperanza agli obblighi previsti;
  • possibilità per i partiti politici iscritti nell’apposito elenco depositato alla Commissione di essere ammessi a richiesta: al finanziamento privato in regime fiscale agevolato se hanno almeno un eletto sotto il proprio simbolo alle elezioni per il Senato, la Camera, il Parlamento Europeo o in uno dei Consigli Regionali o delle Provincie Autonome di Trento e Bolzano o abbiano presentato, nella medesima consultazione elettorale, candidati in almeno tre circoscrizioni per il rinnovo della Camera, tre Regioni per il rinnovo del Senato o in un Consiglio Regionale o delle Province Autonome o in almeno una circoscrizione per l’elezione dei membri del Parlamento Europeo spettante all’Italia; alla ripartizione annuale del due per mille se hanno conseguito nell’ultima elezione almeno un eletto sotto il proprio simbolo alle elezioni per il Senato, la Camera o per il Parlamento Europeo. Ciascuna persona fisica non può effettuare erogazioni liberali in denaro o, comunque, corrispondere contributi in beni o servizi in favore di un singolo partito politico per un valore complessivo superiore a 300.000 euro, né oltre il limite del 5 per cento dell’importo dei proventi iscritti nel conto economico del partito. Il limite per i soggetti diversi dalle persone fisiche il limite annuo è di 200.000 euro;
  • parità di accesso alle cariche elettive, nel senso che, nelle liste alle elezioni di Camera, Senato o Parlamento Europeo, se uno dei due sessi è rappresentato in misura inferiore al 40 per cento le risorse spettanti al partito sono ridotte dello 0.5 per cento per ogni punto percentuale di differenza tra 40 e la percentuale dei candidati del sesso meno rappresentato (limite massimo complessivo del 10 per cento), con la possibilità di sanzionare quei partiti che non destinano il 10 per cento delle somme ad essi spettanti (destinazione volontario del due per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche) ad iniziative volte ad accrescere la partecipazione attiva delle donne in politica.

Ciò posto con riferimento ai punti salienti della novella, va detto che, al di là del dibattito politico che l’argomento suscita, la materia del finanziamento pubblico ai partiti è stata oggetto di numerosi provvedimenti legislativi alternandosi a diversi referendum abrogativi promossi, come noto, dai Radicali.

Si richiamano, infatti: legge n. 195 del 2 maggio 1974, recante “Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici”; legge n. 659 del 18 novembre 1981, id est “Modifiche ed integrazioni alla legge 2 maggio 1974, n. 195, sul contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici”; legge n. 515 del 10 dicembre 1993, dal titolo “Disciplina delle campagne elettorali per l’elezione alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica”; legge n. 2 del 2 gennaio 1997, ossia “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”; legge n. 157 del 3 giugno 1999, recante “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”.

Da ultimo, si richiama la recente legge n. 96 del 6 luglio 2012, recante “Norme in materia di riduzione dei contributi pubblici in favore dei partiti e dei movimenti politici, nonché misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei medesimi”, che già aveva ridotto l’ammontare del finanziamento pubblico.

Ebbene, si evidenzia che l’esigenza di garantire la trasparenza e l’obbligo di rendicontazione costituiscono l’attuazione del rapporto adottato dall’organismo istituito presso il Consiglio d’Europa, ossia il Gruppo di Stati contro la Corruzione (cosiddetto GRECO, Group of States against corruption - Groupe d’Etats contre la corruption) il 20-23 marzo 2012 a Strasburgo.

Volendo, invero, effettuare delle riflessioni sull’argomento, il contrasto alla corruzione e la materia del finanziamento ai partiti sono temi strettamente connessi in considerazione delle gravi irregolarità che si possono verificare nell’utilizzo dei finanziamenti pubblici erogati.

Tuttavia, il punto nodale della questione investe principalmente le modalità di controllo dell’utilizzo di tale denaro da parte dei partiti, nonché l’attuazione del principio di trasparenza.

Tale obiettivo potrebbe, quindi, anche prescindere dalla provenienza del finanziamento, privata o pubblica.

Non è escluso, infatti, che l’abolizione del finanziamento pubblico potrebbe anche portare alla paradossale conseguenza di creare una diseguaglianza economica e, dunque, una diseguaglianza politica violando così l’art. 3 della Costituzione.

Sara Venanzi

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