Sull’illogicità di una certa economia: l’insensatezza del bonus pater familiasTribuno del Popolo
venerdì , 26 maggio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Sull’illogicità di una certa economia: l’insensatezza del bonus pater familias

Già da qualche tempo, ma in particolar modo dallo scoppio della virulenta crisi economica del 2007, accade frequentemente di sentire che lo Stato deve comportarsi come una famiglia assennata, cioè spendere meno di quanto incassi. Ma il paradigma del “bonus pater familias” presenta alcune insensatezze e contraddizioni che vengono accuratamente omesse e che è opportuno osservare.  

Fonte: Oltremedianews

Nel diritto romano il pater familias era il cittadino libero e adulto che godeva dei tre diritti “patria potestas”, “manus maritalis” e “dominica potestas”. Tale espressione è usata nel diritto civile per indicare la diligenza propria dell’uomo comune che tutti sono tenuti ad adottare nel rispetto di un’obbligazione contratta verso qualcun altro. Con questa locuzione si è dunque soliti indicare il patriarca autorevole e responsabile che si prende cura del focolare domestico e, per estensione, nell’ambito macroeconomico la perifrasi è stata introdotta per dare una fisionomia al paradigma statale dell’economia liberista. Come il “bonus pater familia rem familiarem diligentia servabit” (il buon padre di famiglia si curerà con diligenza dei beni familiari), così lo Stato dovrebbe amministrare le risorse tendenzialmente scarse di cui dispone. Tale affermazione si concretizza nell’esigenza di spendere meno di quanto si incassi e, considerando che lo Stato spende le sue risorse essenzialmente attraverso la spesa pubblica, non dovrebbe essere troppo difficile immaginare a cosa stiamo alludendo. Il concetto, tanto chiaro quanto pericoloso, propone quindi un parallelismo tra i tagli agli stravizi che le famiglie sono costrette ad affrontare in periodi di magra e i tagli, spesso indiscriminati e massivi, che stanno smantellando i settori pubblici europei (istruzione, sanità, giustizia, infrastrutture, sussidi ecc.).Non c’è alcun dubbio che nell’epoca in cui si fa dell’economia una scienza naturale che gode oltretutto della stessa incontrovertibilità dei peggiori dogmi religiosi, una metafora immaginifica di tal fatta possa persuadere più di qualcuno. Più che dibattere a livello macroeconomico della plausibilità del paragone e sulla necessaria diversità della modalità di spesa per lo stato e per i privati, in questa sede ci limiteremo a rilevare alcune incongruità logiche che si commettono nell’assimilare il comportamento dello Stato a quello di una famiglia diligente. Tale parallelismo comporta infatti fallacie dievidenza soppressa e nel metodo induttivo.

Prima di procedere oltre è bene spendere qualche parola in più sul perché una certa economia abbia deciso di proporre questo paragone. L’economia neoclassica o liberista si fonda sulla convinzione che le risorse a nostra disposizione siano tendenzialmente scarse e dunque l’economista – o forse sarebbe meglio dire l’economo – ha il compito di studiare la loro allocazione ottimale nel sistema sociale. Da un’assioma di tal fatta, a cui si contrappone quello della “riproducibilità” di matrice marxiana e ricardiana, deriva un’autorevole tradizione di studi che si occupa di individuare sotto quali condizioni le risorse scarse vengano distribuite in maniera efficiente. Uno dei culmini teorici di questo settore è la cosiddetta “economia del benessere” che prende le mosse dagli studi dell’economista italiano Vilfredo Pareto (1848 – 1923). Sintetizzando sino all’osso i risultati a cui sono pervenuti Pareto e la scuola neoclassica (spesso indicata anche con il nome dimainstream) possiamo quindi affermare quanto segue: i singoli agenti che si muovono in un mercato perfettamente concorrenziale sono sempre in grado di raggiungere uno stato in cui tutti riescono a massimizzare la propria utilità e soddisfare i loro bisogni sulla base delle loro dotazioni iniziali di risorse. Lo Stato viene chiamato in causa solo per rimuovere, tramite adeguate redistribuzioni della ricchezza, eventuali imperfezioni che dovessero osteggiare il processo di libero scambio. In ultima istanza dunque quanto meno lo Stato interviene nei meccanismi di autoregolamentazione che vigono nel libero mercato tanto più gli agenti del sistema raggiungeranno una condizione di benessere: solo la libera possibilità di azione privata assicura il benessere alla società nel suo complesso.

A questo punto possiamo unire quanto detto a proposito del bonus pater familias e la concezione liberista dello Stato. Se uno stato che interviene nei meccanismi del libero mercato ne mina l’efficienza, è chiaro che la politica economica del governo sarà improntata a ridurre al minimo indispensabile questa indebita intrusione. Come si riduce l’ingerenza pubblica nel mondo privato? Meno spesa pubblica, meno tasse e deregolamentazione generale dei mercati. Ma se è vero, come probabilmente è vero, che la spesa pubblica dello Stato viene recepita come ricchezza netta dai cittadini che possono disporre di beni e servizi che altrimenti non avrebbero e che verosimilmente essi non si preoccupano troppo delle dispute tra mainstream ed economia critica, occorre fornire una giustificazione inequivocabile e inappellabile per giustificare questo depauperamento. Quale immagine più toccante, penetrante ed efficace del bonus pater familias? Forse nessuna.

A rigor di logica, finalmente si entra nel vivo del discorso, si dovrebbe però parlare di bonus pater familias dimezzato, menomato o in fondo non così buono. Da un lato è infatti certamente vero che una famiglia assennata dovrebbe spendere meno di quanto incassi, e quindi la metafora trova un riscontro plausibile con la restrizione fiscale di cui sopra, ma d’altro canto l’analogia è totalmente surrettizia se si pensa all’astensione dall’intervento nel mercato che viene prescritto allo Stato. Credo di non sbagliare affermando che chiunque abbia pianificato almeno una volta il da farsi, se non altro per evitare che a fine stipendio manchi ancora troppo mese. Perché della famiglia si guarda solo il lato parsimonioso e non quello relativo alla pianificazione? In particolar modo nei periodi di magra le famiglie tendono a ponderare al centesimo ogni decisione, il che vuol dire sì risparmiare ma senza dubbio alcuno anche pianificare. Altra questione che demolisce la ferrea assimilazione che ci martella da anni è il contrasto tra il paternalismo insito nella definizione di pater familias e l’indifferenza dei liberisti alle questioni sull’uguaglianza. Un buon padre di famiglia verosimilmente terrà molto all’educazione dei suoi figli, dunque è probabile che li segua nel corso degli studi e intervenga in caso di difficoltà piuttosto che limitarsi a comprargli cancelleria e libri nuovi di zecca per poi abbandonarlo al suo destino.

Semplici questioni di logica informale avulse dalla realtà?

Bene. Domani è 6 gennaio e qualsiasi buon padre o madre di famiglia si curerà di far trovare dolciumi nella calza che i figli appenderanno in casa. Provate ad agire come un padre di famiglia neoclassico: dissotterrate la calza della befana dai meandri dello stanzino e aiutate vostro figlio ad appenderla, poi mettevi a dormire e aspettate che i dolci, in uno stato di perfetta concorrenza tra loro, raggiungano una collocazione efficiente al suo interno. Dopodiché chiedete ai vostri figli, magari una volta finita la crisi asfittica di pianto, se hanno massimizzato la propria funzione di utilità.

In fondo se il paragone vale in un verso dovrebbe valere anche nell’altro. O meglio, come non vale in un verso non vale nemmeno nell’altro.

Fabrizio Leone

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top