Sull’Italicum e la riforma del SenatoTribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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Sull’Italicum e la riforma del Senato

La crisi sociale, economica, culturale e morale in cui il nostro Paese si sta dibattendo rende all’ordine del giornol’esigenza di un cambiamento; sembra esserne cosciente anche il comune cittadino, il quale però nella maggior parte dei casi non guarda alla qualità di una proposta di cambiamento, ma si ferma al suo aspetto esteriore, non valutandone cioè i contenuti di classe.

E come potrebbe farlo, se il partito erede del PCI ha progressivamente disarmato ideologicamente il suo popolo, se si è fatto cioè fattore propulsivo dell’egemonia culturale del grande capitale italiano ed europeo?

In questi ultimi venticinque anni molte cose sono mutate in peggio, si sono disintegrati diritti e certezze sociali e sono andate completamente perse la sovranità e la dignità dell’Italia sul piano internazionale. Manca solo il suggello costituzionale a questo degrado politico-sociale.

Come dovrebbe essere noto, la Costituzione italiana non si limita a descrivere la società così com’è; fissa un programma che dovrebbe essere costruito progressivamente attraverso un rafforzamento delle forze democratiche e progressiste. I reazionari, potendo fare affidamento sull’appoggio di un apparato statale in gran parte conservatore e clientelare, hanno da sempre cercato da una parte di impedire l’applicazione dei principi costituzionali, dall’altra di modificarla facendo leva, in particolar modo, non tanto su ipotesi golpiste (che pur ci sono state), ma soprattutto sulle modifiche dei meccanismi elettorali.

Il doppio grimaldello dell’Italicum e della riforma del Senato, proposti oggi dal governo Renzi, permetterà di scardinare senza mezzi termini la prima parte della Costituzione, quella che fissa gli obiettivi della Repubblica e dovrebbe informare un programma di sinistra finalizzato a tutelare gli interessi dei lavoratori.

Per quanto riguarda il Senato, vanno sottolineati due aspetti estremamente dannosi fortemente legati tra loro: da una parte la forte riduzione e la non eleggibilità dei senatori[1] e dall’altra l’affidamento al nuovo Senato non elettivo di poteri di riforma elettorale e costituzionale. Insomma un organo non più democratico avrà il potere di modificare il testo fondamentale della nostra Repubblica; se questo non è un vero e proprio colpo di Stato per vie legislative, non so come lo si potrebbe altrimenti definire.

A scanso di equivoci, personalmente ritengo che la discussione sulla riforma dei poteri dei due rami del nostro Parlamento vada condotta senza nessuna remora, come in realtà già accadeva nel Partito Comunista Italiano. Nel 1974Enrico Berlinguer disse: “Ci sembra che si potrebbe giungere, anche per gradi ed esperimenti, ad una più razionale organizzazione e ripartizione del lavoro fra le due Camere, tendendo, per un verso, ad una differenziazione delle loro funzioni, con prevalenza per l’una dell’attività legislativa, per l’altra di quella di controllo; e per altro verso, prendendo in considerazione l’opportunità di aumentare i casi in cui le due Camere procedano in seduta comune (ad esempio la discussione sulla fiducia al governo, o sui progetti di programmazione economica)[2]. Già qualche anno prima, nel 1967, il dibattito relativo all’articolazione dei poteri del Parlamento italiano aveva interessato il gruppo dirigente del PCI guidato da Luigi Longo: “Della questione del bicameralismo discute anche la Direzione. Per Longo, la «lentezza» che ne deriva «rischia sempre di andare a favore delle forze reazionarie»: bisogna dunque proporre «una Camera unica», affiancata da «altre sedi di rappresentanza». Con Longo si dicono d’accordo molti […]. Altri, invece, insistono sull’opportunità di differenziare le funzioni delle due Camere (Perna), magari rendendo una di esse “espressione delle Regioni” (Modica). Berlinguer è contrario: il bicameralismo «è una certa garanzia contro l’accentramento del potere dell’esecutivo», ed «è un’illusione pensare che una Camera sola permetterebbe di superare gli intralci burocratici». Più sfumata, infine, la posizione di Ingrao, secondo il quale il monocameralismo «sarebbe una soluzione avanzata», ma «il bicameralismo e lo stato attuale offrono le migliori condizioni per la resistenza di una forza di opposizione», per cui vi si può rinunciare solo in presenza di «altre sedi» in cui agire[3].

Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 si discuteva molto all’interno del PCI sull’esigenza di riformare le strutture dello Stato, nell’intenzione tuttavia di non diminuire, bensì di aumentare gli spazi democratici e sempre tenendo ferma la necessità di non indebolire i meccanismi di difesa del programma delineato dalla Costituzione italiana.

La capacità di discutere su una questione tanto importante e delicata nasceva dalla consapevolezza non solo della forza del PCI come baluardo della democrazia sociale delineata dal testo fondamentale della nostra Repubblica, ma anche dei limiti dello stesso, in quanto nato da un compromesso di forze politiche e sociali di opposti orientamenti e, perciò, passibile di modifiche in senso conservatore e liberale o, al contrario, in senso democratico e socialista. In quegli stessi anni, e precisamente nel 1971, Pietro Secchia parlava senza problemi dei limiti della Costituzione: “C’è talvolta chi si chiede: a che serve la Costituzione repubblicana, dal momento che essa è rimasta inattuata nelle sue parti fondamentali, dal momento che essa altro non è che una enunciazione di principi? Senza dubbio […] la nostra Costituzione ha forti limiti, lacune, debolezze. Ha delle parti positive, ma anche quelle negative. Anche se, nonostante tutto, è la Costituzione più avanzata che vi sia nei paesi capitalisti ed è una Costituzione che il popolo italiano si è dato da sé (non gli è stata elargita, ma l’ha conquistata con l’insurrezione vittoriosa). Noi riconosciamo, e non da oggi, che fu una grave debolezza del movimento democratico quella di non essere riuscito a far dare alla Costituente anche un potere legislativo. Si ebbe di conseguenza una Costituzione che si limitò a fissare le linee programmatiche, i binari su cui camminare, ma lasciò in vigore tutta la legislazione precedente […]. Purtroppo, malgrado l’opera e l’auspicio dei Comitati di liberazione nazionale e dei partiti democratici di sinistra, la Costituzione è nata monca e contraddittoria. Minata dal compromesso iniziale, è stata poi applicata soltanto a metà e non certo nelle sue parti fondamentali. […] Il risultato di quelle contraddizioni fu che, accanto all’audace affermazione di certi principi democratici, è prevista un’organizzazione statale antiquata, ricalcata sui modelli del passato[4].

L’accelerazione del governo Renzi sul piano delle riforme costituzionali ed elettorali nasce dalla volontà di risolvere le contraddizioni presenti nella Costituzione in senso conservatore, arrivando ad una convergenza sostanziale tra il piano legislativo ordinario, già fortemente proteso verso gli interessi del capitale, e quello costituzionale, in linea con quanto qualche tempo fa è stato enunciato dal colosso finanziario JP Morgan, che evidentemente non esprime una semplice opinione, come farebbe un comune cittadino, ma lancia un potente messaggio ai nostri governanti dettandone la strada da seguire[5]. Tra l’altro va sottolineato che sotto il governo Monti, appoggiato dai fautori delle attuali riforme, è stata introdotta nel testo costituzionale una nuova contraddizione: il vincolo del pareggio di bilancio, infatti, assicura, specialmente se intrecciato all’obbligo della riduzione del rapporto debito/PIL, l’impossibilità per lo Stato di esplicare una spesa sociale adeguata, anzi ne comporta una forte compressione in netto contrasto con quanto prevede la Costituzione (come per esempio bisogna leggere le ultime deprecabili proposte di riforma del lavoro del corpo docente se non come un modo di fare cassa?).

L’altro strumento che contribuirà a trasformare completamente il senso della nostra Costituzione è rappresentato dallalegge elettorale. L’anno scorso Luciano Canfora, mettendo in guardia contro la modifica dell’articolo 138 della Costituzione, rilevava: “L’art. 138, oltretutto, dimostra la illegalità di qualsiasi sistema elettorale che non sia rigorosamente proporzionale. Il dispositivo previsto richiede infatti una maggioranza qualificata dei due terzi dei parlamentari per operare cambiamenti della Costituzione, in modo da garantire che il processo di riforma rispecchi effettivamente la volontà della stragrande maggioranza dei cittadini. Siccome i sistemi maggioritari falsano questo rapporto – un partito che incassa il 30% dei voti può anche ottenere una consistente maggioranza degli eletti in parlamento e fare, in teoria, quello che vuole – ecco che l’articolo 138 viene di fatto calpestato da queste regole elettorali. Di fronte a tale contraddizione sono in molti a pensare – forti della loro radicata tendenza all’illegalità – di procedere direttamente alla cancellazione dell’articolo 138[6]. In sintesi, la modifica della Costituzione spetta al popolo italiano attraverso gli strumenti rappresentativi dei partiti; ma affinché i partiti siano realmente rappresentativi degli orientamenti politici della popolazione è necessaria una legge elettorale proporzionale, senza premi di maggioranza e sbarramenti; altrimenti tutto è falsato. Va anche precisato che il ricorso al referendum non è un’assoluta garanzia di controllo popolare, visto che gli organi dell’informazione, che hanno una potente capacità di orientamento delle masse, sono in larghissima parte in mano a quelle forze politiche e sociali che vogliono la modifica della Costituzione in senso sempre più marcatamente liberale e conservatore.

Già nel 1953, in occasione della grandiosa battaglia contro la “legge truffa”, che era scandalosa tanto quanto l’Italicum, sia Palmiro Togliatti che Pietro Secchia, i quali diressero quella lotta, misero in evidenza il legame tra riforma elettorale e modifiche costituzionali:

L’atto che voi qui avete proposto rientra esattamente in questo quadro. Voi siete disposti a tutto pur d’impedire l’avanzata e l’avvento delle masse dei lavoratori alla direzione della vita nazionale. Vi sono delle forme legali stabilite? Non mancheranno mai, nelle vostre file, gli azzeccagarbugli disposti a dimostrare, con un piccolo giro di bussolotti attorno a questo o quel testo regolamentare, la legalità e la costituzionalità del vostro operato. Vi è la lettera e lo spirito della Costituzione? I vostri trecento voti serviranno per seppellire lo spirito e la lettera della Costituzione sotto una pietra tombale. E che contano, infine, l’onestà politica e gli impegni presi, quando si deve lottare contro il comunismo, quando si deve salvare la società dall’idra bolscevica?[7].

Ma vi è un terzo motivo ancora più grave per cui i dirigenti democristiani vogliono avere una maggioranza schiacciante in Parlamento. La DC vuole una maggioranza schiacciante in Parlamento, vuole una maggioranza assoluta da sola per poter rivedere la Costituzione repubblicana, per poterla annullare, per poterla modificare nelle sue parti sostanziali. L’art. 138 della Costituzione prevede sì che la Costituzione può essere sottoposta a revisione, ma stabilisce che queste leggi di revisione siano sottoposte a referendum popolare. Alla condizione però, che una legge di revisione non sia stata approvata dai due terzi dei componenti il Parlamento. […] Orbene i dirigenti clericali vogliono disporre dei due terzi del Parlamento per poter procedere speditamente alla revisione della Costituzione senza il pericolo di dover sottoporre le progettate revisioni al giudizio popolare a mezzo di referendum[8].

L’Italicum renziano, con il suo forte premio di maggioranza (fino al 15%) e i suoi alti sbarramenti (4,5% per i partiti coalizzati, l’8% per quelli che corrono da soli e il 12% per le coalizioni), rappresenta un modo per blindare il Parlamento italiano a favore dei partiti più forti, in larga parte favorevoli al cambiamento più o meno radicale del testo costituzionale e accomunati da una visione sostanzialmente simile dell’economia e dei rapporti internazionali, e impedire la crescita di forze, oggi minoritarie, latrici di concezioni politiche e socio-economiche profondamente diverse e critiche nei confronti dei vincoli economici dell’Unione Europea. Rappresenterebbe insomma un ulteriore vulnus per la democrazia italiana che contribuirà a gettare il nostro Paese nelle fauci del grande capitale nazionale e internazionale.

Il M5S, che taluni pensano sia un argine contro questa riforma elettorale, si è sostanzialmente aperto alle concezioni elettorali del duo Renzi-Berlusconi, in particolare attraverso due delle risposte alle dieci domande poste da Renzi. Se la seconda risposta apre al premio di maggioranza fino al 15% dei seggi, la prima rappresenta una vera e propria camaleontica adesione al sistema antidemocratico dell’Italicum. Infatti, dopo aver previsto un primo turno con il sistema proporzionale senza sbarramenti, i pentastellati affermano che, “nel caso in cui nessuno raggiunga la maggioranza al primo turno”, deve essere “previsto un secondo turno tra i due partiti più votati, al cui vincitore viene assegnato il 52% dei seggi[9]. Visto che è in generale difficile raggiungere la maggioranza assoluta dei voti, specialmente in Italia, fondamentale diventerebbe il secondo turno, che produrrebbe inevitabilmente il premio di maggioranza e gli sbarramenti. Per esempio, qualora un partito di maggioranza relativa raggiungesse al primo turno il 35%, vincendo il ballottaggio si assicurerebbe un premio di maggioranza del 17% dei seggi, che verrebbero necessariamente tolti ad altre forze politiche.

Insomma anche il M5S pensa ad una governabilità costruita mediante la legge elettorale e non attraverso la necessaria mediazione ricercata di legge in legge da forze politiche di diverso orientamento politico e sociale. Siamo in presenza di un incontro quasi inevitabile tra chi vuole avere le mani libere per modificare la Costituzione e far prevalere senza intoppi gli interessi del grande capitale e chi si prefigge l’opposizione urlata ma priva di effettiva concretezza sul piano del governo del Paese.

Giorgio Raccichini, PdCI Federazione di Fermo

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