Televisione, cinema e fenomeno mafiosoTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Televisione, cinema e fenomeno mafioso

Televisione, cinema e fenomeno mafioso

“Produzioni come Romanzo Criminale rischiano di mitizzare certi personaggi della mafia, piuttosto di chi lotta contro” ha affermato recentemente Don Ciotti, coordinatore dell’associazione Libera. I Cento Passi e Fortàpasc vanno però nella direzione contraria. Come viene raccontata la mafia in Italia: l’influenza negativa sui giovani è colpa del cinema o della mancata educazione?

Fonte: Oltremedianews

Photo Credit: photo credit: antonio.scardinale via photopin cc

In principio era Aristotele e la sua poetica del verosimile.

Al filosofo greco sembra infatti richiamarsi chi, nell’ambito di polemiche ricorrenti ed animate, difende con energia la rappresentazione cinematografica o televisiva delle dinamiche mafiose. In effetti, negli ultimi anni, le fiction di maggior successo del panorama italiano riguardano proprio bande criminali, associazioni malavitose e cosche camorristiche. E ad ogni plauso caloroso ed entusiasta del pubblico corrisponde, agguerrito e puntuale, il controcanto di motivate diatribe.

“Certe produzioni, come ‘Romanzo Criminale’, rischiano di mitizzare certi personaggi della mafia, piuttosto di chi lotta contro”[1]. Questa la denuncia forte e sicura di don Luigi Ciotti, fondatore del coordinamento di ‘Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie’. Se un attacco tanto forte proviene proprio da chi, dal 1995 ed oltre, persegue l’obiettivo di alimentare il cambiamento sociale, etico e culturale necessario per combattere al meglio i fenomeni mafiosi, vale la pena forse di approfondire il fenomeno del malaffare romanzato e dell’illegalità televisivamente edulcorata.

Giancarlo De Cataldo - autore del romanzo da cui sono stati tratti il film e la serie sulla Banda della Magliana – rivendica l’ autonomia dell’ ispirazione narrativa: “Raccontare la violenza da sempre è una costante di ogni arte: si racconta perché esiste, fa parte della natura umana, ma anche per un valore catartico, educativo, non certo per eccitare gli animi. Non possiamo amputare la nostra libertà fino al punto di rinunciare a raccontare la violenza”[2]. Ma se effettivamente la Capitale negli anni settanta fu abbrutita da sequestri di persona, rapine a mano armata e traffico di stupefacenti, va pur oggettivamente ricordato come la banda di De Pedis  e compagni non fosse costituita di uomini fascinosi e attraenti e non operasse a ritmo di musiche leggendarie, come appare invece nelle travolgenti trasposizioni filmiche.

“La tv riflette quello che c’è in giro, non crea nulla”[3], interviene Riccardo Tozzi – produttore indipendente titolare della Cattleya. E quello che c’è in giro può capitare che sia un quindicenne accoltellato da un coetaneo, come avvenuto nel maggio 2009. Che sia la finzione ad imitare la realtà o che avvenga forse il contrario? Il sindaco di Roma Gianni Alemannonon ha dubbi: “Alcune operazioni culturali come la serie tv ‘Romanzo Criminale’ non aiutano, hanno lanciato delle mode, degli atteggiamenti e dei modi di fare sbagliati”, il che, detto da chi è stato arrestato nel 1981 con l’accusa di aver aggredito a colpi di spranga uno studente di 23 anni – ma l’ex-missino fu poi prosciolto[4]  – non sembra suonare come un rimprovero molto credibile.

Probabilmente a destare maggiore preoccupazione, più che la fiction in sé, è la fortunatissima campagna commerciale di Joe Rivetto del 2010: una serie di t-shirt in edizione limitata, con le stampe degli eroi banditi e delle loro più celebri frasi ad effetto, che ha riscosso un enorme successo di vendita[5]. Segno di quanto Libanese, Freddo e Dandi abbiano trovato un fertile terreno di propagazione.

Una dinamica simile, nel 2009, ha visto interessato il caposaldo della narrativa cinematografica mafiosa: ‘Il Padrino’, diFrancis Ford Coppola. Marlon Brando-Don Vito Corleone ha infatti prestato il proprio volto per una serie di tazze, bandane, maglie e accendini. Gadgets che non hanno incontrato il favore di Rosario Crocetta, l’allora sindaco di Gela e attuale presidente della Regione Sicilia: “Fare business sfruttando la parola mafia o le immagini del Padrino è una delle cose più volgari che siano mai state pensate”[6].

Un’altra polemica, più recentemente, si è accesa nell’agro aversano intorno al serial ‘Il clan dei camorristi’. Il sindaco di Aversa, Giuseppe Sagliocco, ha messo in guardia relativamente al rischio di enfatizzare, in questo modo, l’ascesa dei Casalesi. Valerio Taglione – coordinatore del comitato don Peppe Diana – ha invece dichiarato: “ Mi dispiace che Aversa sia accomunata alla camorra, ma non c’è bisogno solo dello sdegno degli aversani, bensì di risposte fatte di azioni concrete, azioni di riscatto come quelle che noi come comitato aiutiamo, per fare in modo che questo territorio da terra di camorra si trasformi sempre più in Terre di don Peppe Diana”[7].

Se il panorama di più o meno legittime apologie potrebbe essere ulteriormente esteso, vanno però anche ricordate alcune straordinarie pellicole che hanno contribuito a diffondere la conoscenza e la memoria di cosiddetti uomini-contro.

Pellicole come ‘I cento passi’ di Marco Tullio Giordana, ‘Fortapàsc’ di Marco Risi o ‘Il giudice ragazzino’ di Alessandro Di Robilant. Film che rendono omaggio alle vittime di mafia e che, soprattutto, rispondono con stile ed acume all’invito di Paolo Borsellino del 1992: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”[8].

In effetti, a voler ricercare i motivi profondi per cui a fare maggiore presa sulla società siano i romanzi criminali piuttosto che i racconti di giustizia, si potrebbe notare come l’appello di Borsellino venga da anni costantemente ignorato.

Ignorato dai telegiornali, che aprono con notizie relative alla malavita solamente in caso di epocali svolte processuali o di attentati di presunta matrice mafiosa – come accaduto il 19 maggio 2012 con l’ordigno davanti alla scuola Morvillo-Falcone.

Ignorato dai giochi politici, che come ha notato Roberto Saviano l’8 aprile a ‘Che tempo che fa’ “sembrano non accorgersi di come ogni giorno di vuoto istituzionale sia un giorno regalato alle organizzazioni” (riferendosi al lungo stallo in cui fino a poco tempo fa ha versato l’Italia).

Ignorato persino dai programmi scolastici ministeriali, i quali fanno terminare l’insegnamento di storia alla nascita della Comunità Europea[9], senza nemmeno sfiorare il fenomeno mafioso, ciò che potrebbe invece costituire un primo passo nel percorso di consapevolizzazione giovanile al fenomeno. D’altronde è proprio a scuola, oltreché nel nucleo familiare, che i ragazzi dovrebbero maturare la capacità di analisi e la lucidità di giudizio necessarie per considerare gli sceneggiati sulla mafia degli utili documenti storico-sociali, non dei modelli cui rifarsi nel quotidiano.

E pensare che Giancarlo Siani e Peppino Impastato - le cui storie sono state raccontate dai film sopra citati ‘Fortàpasc’ e ‘I cento passi’– hanno speso le loro migliori energie e la loro stessa vita proprio nel tentativo di comunicare il marcio, il degradante, il fosco, ma anche la poesia e la bellezza del mondo circostante.

Il primo, giornalista del ‘Mattino’ di Napoli, passò presto dalla cronaca nera alla denuncia attenta e intransigente della camorra, dei movimenti dei boss locali e degli intrecci tra politica e cosche. L’altro, Impastato, nell’aprile 1976 curò presso il Circolo di Musica e Cultura l’apertura di Radio Aut, da lui stesso definita “momento di sintesi rispetto all’esigenza di apertura a tutte le realtà di base presenti in zona (Collettivo Femminista, Cons. di quartiere, comitato di disoccupati) e quindi momento d’intervento e di amplificazione politica”[10].

Credere dunque che l’assenza di critica e la mono-dimensione prospettata da Marcuse si siano materializzate nella giovane generazione solamente a causa di fiction e film potrebbe essere miope e poco obiettivo.

Probabilmente invece la mafia continua a prendere terreno con l’addestramento quotidiano e costante alla mentalità intrallazzina.

Con gli applausi tributati ad un ultranovantenne accusato di “partecipazione all’associazione per delinquere Cosa Nostra” e salvatosi dalla condanna solamente grazie alla prescrizione[11].

Infine con un neo-presidente della Commissione Giustizia al Senato che fa visita in carcere ad un uomo accusato per associazione esterna al Clan dei Casalesi.

Ma questa volta quelli veri, non televisivi.

 Claudia Dellacasa

Note: 
[1]  Liberainformazione.org
[2]  Larepubblica.it
[3]  Larepubblica.it
[4]  Gomez Travaglio, “Se li conosci li eviti”, Chiarelettere, 2008
[5]  Iltempo.it
[6]  Magazine.excite.it
[7]  Liberainformazione.org
[8]  Tramefestival.it
[9]  Edscuola.it
[10]  Peppino Impastato e i suoi compagni, “Radio Aut, materiali di un’esperienza di controinformazione”, Edizioni Alegre, 2008

[11]  Diritto.net
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