Tendopoli e crescita, il nuovo paradigma americanoTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Tendopoli e crescita, il nuovo paradigma americano

Mentre l’esaltazione economicistica del “modello americano” tocca il suo apice coi fasulli dati di crescita del Pil nel terzo trimestre dell’anno, l’orrore del sistema repressivo delle classi dominanti viene totalmente celato agli occhi della società civile, lasciata a cullarsi nei reminescenti sogni consumistici.

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(grafico1: curiosamente notiamo che a dispetto della crescita del Pil i consumi energetici e di elettricità non crescono, anzi)

Ma non sono solo i consumi a languire, infatti da una breve analisi qualitativa dell’occupazione statunitense emerge come il dato sul calo della disoccupazione (già più alta del dato reale, ma ora scesa ufficialmente dal 6,5% al 5,8%) sia tutto costruito ad arte dagli istituti statistici che includono in “piena occupazione” pure coloro che si trovano effettivamente al lavoro per brevi o addirittura brevissimi periodi di tempo (lo stesso Massimo Gaggi sul Corriere della Sera ci ricorda che “questi numeri vanno presi con cautela” e che “la flessibilià degli impieghi rende più dinamico il sistema produttivo, ma ha anche i suoi costi sociali” che sono precisamente quelli che il sistema americano non ha mai inteso ammortizzare mirando così a scaricarli sistematicamente sulle classi dominate ).

Come viene spesso ricordato sotto la politica obamiana il 95% dei guadagni di reddito sono andati all’1% della popolazione (http://www.politifact.com/punditfact/statements/2014/apr/27/neera-tanden/tanden-95-percent-income-gains-last-few-years-have/) , dunque siamo a risultati che farebbero invidia al vecchio Reagan. Si potrebbe anzi dire di più analizzando la ricchezza del ceto medio in chiave comparata, infatti la “middle class” ad oggi resta sensibilmente più povera rispetto al 1989 e il trend, nonostante gli sbandierati risultati economici, non accenna ad invertirsi.

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Un fatto che potrebbe sorprendere coloro che si stanno lasciando incantare dalle narrazioni mainstream è che la maggior parte dei “new jobs” creati e sbandierati come segno di “svolta” sono riassumibili in una manciata di occupazioni: infermieri, assistenti di cura (che noi definiremmo più volgarmente badanti), venditori al dettaglio e lavoratori nel settore alimentare. Tutte professioni che si collocano in settori a bassa retribuzione. L’analisi salariale di questi settori professionali ci riporta ad un’altra data cruciale: l’attuale salario minimo (7,25$ orari) che la maggior parte di questi percepisce ha meno potere d’acquisto del corrispondente salario minimo del 1968 e ciò spiegherebbe anche le perplessità prima rilevate nella ripartenza dei consumi (http://democrats.edworkforce.house.gov/blog/40-americans-now-make-less-1968-minimum-wage-news-day). Da questi dati quali conclusioni si possono trarre? La prima è che la crescita in questo regime economico sembra non aver prodotto altro che guadagni di reddito che il 95% della società non ha percepito, indipendentemente dal loro status di occupati o meno; la seconda, come evidenzia lo studio del “Center for Economic and Policy Research and the Bureau of Labour Statistics”, ci dice che se il salario minimo fosse stato debitamente agganciato alla produttività dei lavoratori esso ammonterebbe ad una quota più che doppia rispetto all’attuale. Per la terza conclusione è necessario integrare le nostre informazioni con un dato che in Occidente raramente emerge: il governo Obama ha recentemente tagliato la spesa sociale, specificamente i buoni pasto, per “investire” (come si dice ora, dopo la riforma dei metodi di calcolo del Pil) in armi, preferendo quindi i cannoni al pane (http://www.huffingtonpost.com/josh-silver/omnibus-budget-deal-2014-5-worst-things_b_6307852.html). Dunque ci troviamo di fronte ad una ben strana politica keynesiana, che sembra assomigliare piuttosto al proseguimento del neoliberismo con altri mezzi. Questa politica infatti si inscrive nella linea reaganiana di attacco frontale alle classi subalterne, incrementando le diseguaglianze a livelli mai visti dal 1929 e polarizzando le ricchezze. Le tensioni sociali presenti ormai da diversi anni si innestano tutte su sacrosante rivendicazioni di giustizia e libertà: dal movimento Occupy Wall Street, che aveva come proprio slogan proprio quel “we are 99%” esemplificativo delle tendenze sopra descritte; alle attuali mobilitazioni in seguito ai fatti di Ferguson, in realtà nate almeno dalla scandalosa sentenza Zimmerman (luglio 2013); fino alle rivendicazioni dei lavoratori dei fast-food che hanno attraversato il Paese. Questa richiesta di libertà e giustizia è attualmente sintetizzata da un movimento che è nato e cresciuto nel cuore della lotta e delle rivendicazioni dei cosiddetti “new jobs” e che esprime l’altrettanto sacrosanta richiesta di aumentare il salario minimo a 15$ l’ora. Il gap tra produttività e remunerazione salariale a cui si accennava prima verrebbe così almeno parzialmente sanato, apportando cospicui incrementi di reddito in grado di riattivare i consumi su basi più solide. Purtroppo attualmente il governo statunitense si sta muovendo in tutt’altra direzione, spingendo la crescita economica su basi sempre più elitarie, al punto che se nella periferia di New York solo nel 2013 era sorta una tendopoli per ospitare le vittime della crisi, oggi a dispetto delle statistiche sulla disoccupazione si vive in una situazione di crescente disagio (http://video.gelocal.it/tribunatreviso/mondo/stati-uniti-una-tendopoli-per-le-vittime-della-crisi/10438/10452). Alle tende protestatarie di Occupy si sono sostituite le tende caritatevoli delle associazioni religiose e in città come Detroit, in cui persino l’illuminazione pubblica è stata tagliata in seguito al default della scorsa primavera, le recenti inchieste giornalistiche dipingono una situazione sempre più preoccupante (http://www.youtube.com/watch?v=a8_0xBBEx_s).

Negli Stati Uniti della “svolta” e della “crescita economica” dopo la devastante crisi del 2008 siamo dunque giunti alle “Tent city”.

Alex Marsaglia

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