Therachia, breve storia di una parola infameTribuno del Popolo
venerdì , 15 dicembre 2017
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Therachia, breve storia di una parola infame

<<Θεραπων, Therapon! Maledetto destino!>> bisbigliava Aristeides il greco mentre al ritmo scandito dal tamburo del vogatore spingeva il suo remo. Alì, arciere della flotta dell’Emirato di Creta, catturato dai bizantini durante un insignificante scontro tra la sua nave e un dromone bizantino nelle acque dell’Egeo, ascoltava la lenta nenia del compagno di sventura, anzi, possiamo dire che essa gli dava il giusto ritmo. Alì Aveva imparato il significato di quella strana parola che pressapoco significava schiavitù o servitù o un qualcosa che si trovava in un punto intermedio tra le due condizioni.

Si, aveva ragione Aristeides il greco – pensava tra sé e sé – la loro condizione era di schiavitù senza scampo: fino alla fine dei loro giorni sarebbero rimasti attaccati a quel maledetto remo. Alì sopravviveva ripensando alla sua giovinezza spensierata ad Alessandria d’Egitto e alle mille avventure come arciere imbarcato, ma soprattutto pensava al suo tentativo di fuga fallito durante una sosta nel porto di Trebisonda. Visualizzava ogni istante di quel tentativo per individuare ogni errore e poter ritentare la sorte – presto o tardi – in un qualsiasi porto dove la nave fosse attraccata.

Preferiva rischiare di morire piuttosto che passare il resto della sua vita incatenato ad un remo su una nave bizantina. Quello era il suo inferno in terra: odiava il suono tremendo di quel tamburo, odiava lo scudiscio dell’aguzzino che sorvegliava gli uomini ai remi ma soprattutto odiava l’odore di urina e di sudore che doveva sorbirsi per ore e ore e che lo intossicava più di qualunque altra cosa. Ogni tanto ripensava – nelle ore di riposo – a quella parola greca, therapon, che ripeteva Aristeides il greco e che effettivamente spiegava perfettamente la condizione dei due tipi di rematori presenti nella nave: gli schiavi, generalmente progionieri di guerra e i buonavoglia, rematori di mestiere che venivano pagati in denaro.

Fu in una giornata come un’altra – uguale a tutte le altre – mentre il dromone seguiva la sua rotta tra le Baleari e la città di Tharros in Sardegna che scoppio una tempesta. Erano vicini alla costa e già l’equipaggio sul ponte vedeva il promontorio che oggi conosciamo con il nome di Capo San Marco, ma la nave veniva sballottata dall’imponenza delle onde come un fusciello da un rusciello in primavera. Il primo a morire fu il boukinator che fu trascinato in mare, mentre tentava di assicurare, con delle cime, dei barili di acqua dolce ed un barile di sardine sotto sale. Poi fu il turno del kentarchos di essere trascinato in mare mentre dava ordini quasi incomprensibili ai protokaraboi. Così l’equipaggio privo del suo comandante entrò nel più completo panico: tutti impartivano ordini non si sa bene a chi, fino a quando, a causa di una folata di vento fortissima, non cadde l’albero maestro della grande vela quadra. Fu allora che scoppiò un panico irrefrenabile: i protokaraboi abbandonarono il timone e la nave ed il suo equipaggio furono in completa balia delle onde e soprattutto del panico.

Sottocoperta, i rematori iniziarono a comprendere il dramma, e tra urla disperate chiedevano all’aguzzino con la frusta di liberarli dalle catene. I buonavoglia, che invece erano liberi, scapparono travolgendo il vogatore. Ma scappavano dove? Sul ponte regnava il più completo panico e innumerevoli erano ormai gli uomini trascinati in mare. Il dromone fu sballottato dalle onde per oltre un’ora quando – ad appena un miglio dalla costa – sbattè su degli scogli che affioravano appena. La chiglia si ruppe e la nave iniziò ad imbarcare acqua fino a quando non affondò appoggiandosi, quasi soavemente, sul fondale marino con quasi tutto l’equipaggio.

Uno dei pochi che riuscì a salvarsi fu Alì, che si ritrovò su una spiaggia con la catena al piede. Per un colpo di fortuna l’asse di legno al quale questa era attaccata si spezzò quando ci fu l’impatto della chiglia con gli scogli.

Alì fu curato da un anziano sardo di nome Barisone che provvide a spezzare la catena. Sapeva bene cosa significava: lo straniero era uno schiavo e lui aveva l’obbligo di consegnarlo ai bizantini. Decise di non farlo, l’uomo gli serviva per governare le sue greggi. Ormai Barisone era troppo anziano per occuparsene e non aveva figli. Quello schiavo era per lui un dono di Dio; lo avrebbe nascosto alle autorità e trattato bene ma avrebbe lavorato per lui garantendogli una vecchiaia serena, senza problemi economici.

Alì – ancora a distanza di anni dal naufragio – mentre governava le pecore del suo interessato salvatore Barisone, diceva sempre la parola imparata ai remi da Aristeides il greco:<<Therapon, Therapon! Maledetto destino, schiavo ero e servo sono diventato>>.

La parola fu appresa da molti e divenne di uso comune in Sardegna. Con il tempo si modificò fino all’attuale therachia che ancora indica sia la condizione dello schiavo ai remi che vorrebbe essere libero sia quella di chi, come il buonavoglia, era un rematore di mestiere. Ma soprattutto è tutt’oggi rimasto vivo il suo significato simbolico: essa racchiude tutto il dolore e la disperazione di Alì d’Alessandria d’Egitto, arciere della flotta dell’Emirato di Creta prima e schiavo ai remi di un dromone bizantino poi.

Fontehttps://zeroconsensus.wordpress.com/2016/04/09/therachia-breve-storia-di-una-parola-infame/#respond

Giuseppe Masala
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