THOMAS SANKARA RITRATTO DI UN’IDEATribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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THOMAS SANKARA RITRATTO DI UN’IDEA

L’Africa agli africani!”, urlava a un mondo sordo Thomas Sankara alla metà degli anni Ottanta, uno di quei personaggi di cui pochi, oggi, conoscono l’esistenza.  

In una assemblea delle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, il grido di dolore dell’Africa intera che soffriva a causa di un sistema dittatoriale: “Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.

La sua breve esperienza alla guida dell’Alto Volta, stato dell’Africa occidentale da lui ribattezzato Burkina Faso che, nelle due lingue locali, il moré e il dioula, significa : ‘paese degli uomini integri ‘, è stata troppo rivoluzionaria per l’occidente e sopratutto per il continente. Definirlo un rivoluzionario è troppo riduttivo, egli fu un patriota, un vero uomo integro come amano definirsi i burkinabè.  Egli perseguì gli obiettivi imprescindibili del progresso, dell’indipendenza, del benessere e dell’istruzione per la sua popolazione. Il suo impegno lo portò a divenire un precursore delle istanze come la cancellazione del debito, tema molto complicato per l’epoca e che gli valsero i soprannomi come “il Che Guevara africano”, o “il presidente ribelle”.

Il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa grazie all’agoniata decolonizzazione, ma dopo decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica, il continente continuava a soffrire. Le multinazionali avevano invaso le ricche terre africane, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra un debito estero esoso e le calamità naturali. In quel periodo l’Alto Volta ottiene dalla Francia l’indipendenza e si da subito si trova a essere  una delle nazioni più povere del mondo, con un tasso di analfabetismo pari al 98%, una mortalità infantile altissima ed una aspettativa di vita media che non superava i quarant’anni. La debole economia del paese era insufficiente a sfamarne gli abitanti nonostante l’85% della popolazione era impiegata nel settore dell’agricoltura..

 Dopo l’indipendenza si erano succeduti diversi colpi di stato e tra i governi il denominatore comune erano l’immensa corruzione e l’inadeguatezza a capire e risolvere i problemi del popolo. In questo contesto l’esercito, come nella maggior parte delle nazioni africane dell’epoca, ha avuto un ruolo invasivo, diventando con il tempo un attore attivo, fortemente politicizzato e in seguito in grado di prendere il controllo diretto dello stato.

Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito e giunto al potere con l’unico metodo conosciuto all’epoca: il colpo di Stato. La sua breve esperienza rappresentò per molti africani una speranza nel giovane statista essi intravidero non solo un leader carismatico ma anche un uomo attento e capace di rendere giustizia ed equità. Egli riuscì realmente a tagliare con il triste passato e con deprimente presente, rilanciando il pensiero panafricano, ponendo al centro gli usi, i cosutmi e i prodotti locali contro le regole del mercato mondiale.

La situazione iniziale era disastrosa, questi pochi dati possono illustrare quanto grave fosse la situazione: il  tasso di mortalità infantile era del 187 per mille (per ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), il tasso di alfabetizzazione era del 2%, la speranza di vita era di soli 44 anni e c’era un medico ogni 50.000 abitanti.

 “Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria : “Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”.

Egli nacque nel 1949 a Kaya, nel nord del paese, quando ancora l’Alto Volta era una colonia francese, da una famiglia povera e numerosa. Come molti poveri dovette intraprendere la carriera militare nell’esercito, ma grazie a suo padre che era un piccolo funzionario dell’amministrazione coloniale, potè seguire l’accademia militare e non dovette essere rilegato alla semplice truppa.

In quegli anni, in cui frequentò l’accademia in Madagascar, e qui  incominciò ad avvicinarsi all’ideologia marxista, rimanendone fortemente colpito. Conobbe Blaise Compaoré, un altro giovane ufficiale con il quale instaurò un rapporto di fraterna amicizia.

Essi fondarono il ROC (Regroupement des Officiers Communistes) che riuniva clandestinamente un gruppo di ufficiali che si opponevano al regime e che denunciando le inefficienze della politica del paese.

Negli anni ottannta si susseguirono brevi governi che videro Sankara muovere i primi passi come ministro fino alla notte tra il 16 e il 17 maggio 1983, quando il Consigliere per gli Affari Africani del presidente francese Mitterand, Guy Penne, si recò nella capitale Ouagadougou, per fare arrestare Sankara perchè i francesi guardavano alla corrente di sinistra del giovane capitano come una minaccia visto rapporti che quest’ultimo intratteneva con la Libia e con altri movimenti rivoluzionari.

Tuttavia il suo arresto non sortì gli effetti sperati a causa delle numerose manifestazioni di protesta sollecitate dalle forze di sinistra e Compaoré, sfuggito all’arresto, riuscì a mobilitare gran parte degli ufficiali progressisti e della truppa, ottenendo ben presto il controllo del territorio dello stato. Ouédraogo venne deposto e al suo posto divene capo dello Stato il trentaquattrenne Thomas Sankara. La sua ascesa al potere avvenne con delle modalità simili a quelle dei suoi predecessori, anche se sull’onda di un vasto consenso popolare.

Nel periodo del suo governo che va dal 1983 al 1987 furono molti i cambiamenti e i risultati positivi raggiunti. Per ridare impulso all’economia decise di contare sulle proprie forze, senza le imposizioni culturali provenienti dall’Europa: “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”. Sui muri delle case si leggeva :“Consumiamo burkinabè”, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il faso dan fani, l’abito di cotone tradizionale, come aveva fatto Gandhi con il  khadi.
Le magre risorse economiche vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine perchè la frequenza nel 1983 era attorno al 15% e per fornire cure mediche ai malati, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro la febbre gialla, il colera e il morbillo. Il suo obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che l’acqua, bene di un valore importantissimo nel continente, finisse nelle solite mani delle multinazionali.
Il paese e il suo governo diventarono un esempio per le altre nazioni che erano governate da solite élite corrotte e supine ai dettami provenienti dagli ex colonizzatori. . La contraccezione fu favorita per evitare il dilagare dell’AIDS, già valutato come fenomeno pericoloso (in anticipo rispetto alla tendenza del periodo). Nel campo agricolo il miraggio era l’autosufficienza alimentare da raggiungere  attraverso la riorganizzazione del lavoro nei campi e con una nuova riforma agraria. Anche la classe politica subì dei pesanti tagli soprattutto sugli stipendi ai dirigenti e le costosissime mercedes vennero sostituite con le più economiche Renault 5, mentre i voli fuori dal paese per motivi diplomatici avvenivano solo più in classe turistica. “Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un paese povero”.

Sul piano della politica estera, il punto cardine che portò l’inquietudine tra i governi occidentali fu uno dei punti centrali del suo governo : il  rifiuto di pagare il debito internazionale.  Tale visione fu espressa in modo lampante nel 1986, in un famoso discorso pronunciato da Sankara al Vertice dell’Organizzazione per l’Unità africana (Oua) svoltosi ad Addis Abeba:

Il problema del debito va analizzato prima di tutto partendo dalle sue origini. Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzati, sono gli stessi che hanno per tanto tempo gestito i nostri stati e le nostre economie; essi hanno indebitato l’Africa presso i donatori di fondi. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito, dunque non dobbiamo pagarlo” e ancora “Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché, se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, possiamo esserne certi; invece, se paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi. Quelli che ci hanno portato all’indebitamento hanno giocato, come al casinò: finché ci guadagnavano, andava tutto bene; adesso che hanno perduto al gioco, esigono che li rimborsiamo. Signor presidente, diciamo: hanno giocato; hanno perso; è la regola del gioco; e la vita continua”.

Ma mentre il Burkina Faso avanzava a passo spedito verso un futuro migliore, la Francia organizzò una fronda interna capeggiatta dall’ ‘amico fraterno’ di Sankara: Blaise Compaorè che portò all’omicidio del presidente rivoluzionario e la fine del sogno burkinabè (15 ottobre 1987).

Compaoré assumeva di fatto il controllo dello stato fino al 31 ottobre 2014. Dopo 27 anni di governo Compaoré si dimette dalla carica di Presidente dopo 4 giorni di proteste di massa per le strade della capitale perchè la popolazione era stanca dei suoi continui sopprusi.

In quattro anni Sankara aveva rinvigorito il sogno panafricano e aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi dell’economia sul ritardo causato da decenni di dominazione coloniale che non era solo economica ma anche culturale, infatti Sankara ricordava soventemente alla sua popolazione: “Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.

 Articolo di Marco Napoli, reporter della eikonassociazione.com

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