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giovedì , 14 dicembre 2017
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Too “Pig” to fail. Come funzionano le agenzie di rating, cosa nasconde la finanza

Breve inchiesta sull’agenzia di rating S&P: la società che detta legge nel campo della valutazione del rischio azionario è legata ad alcuni dei principali gruppi economici americani, ed i favoritismi non mancano.

Fonte: Oltremedianews

Too big to fail – troppo grandi per fallire – è un motto dell’economia di mercato coniato per quelle multinazionali considerate talmente “potenti” da non poter mai fallire.

Enron, Parmalat, Lehman Brothers erano “too big to fail”. Eppure queste tre società sono passate alla storia come tre dei più grossi fallimenti finanziari che si ricordino. Ma le similitudini tra questi ex colossi dell’economia non finiscono qui. In comune hanno anche il fatto di essere state dichiarate, poco prima dei rispettivi crack, “affidabili” da Standard & Poors. S&P è una delle maggiori agenzie di rating internazionali.

Per non dare niente per scontato è bene specificare che l’agenzia di rating è un ente privato e non quotato sul mercato che controlla i bilanci delle società e da una valutazione dei suoi titoli azionistici. Il concetto è semplice: l’agenzia analizza il bilancio, valuta le perdite, i guadagni, i debiti, i passaggi “poco chiari” – cioè ove c’è “odore” di falso in bilancio – econsiglia chi gioca in borsa sull’affidabilità o meno della società, sulla sua tenuta azionaria. Scontato dire che, nel mondo dell’economia finanziaria ove tutto quanto può essere mercificato, compresa una nazione, anche gli Stati, che emettono titoli azionari, vengono valutati da questa ed altre agenzie. E, come è capitato e capita, la valutazione negativa di uno stato o di una società, da parte di un’agenzia di rating, specie da una importante quale S&P, può determinare un crollo della credibilità finanziaria con conseguente crisi non solo economica ma anche politica.

S&P, come altre agenzie di rating, determinano economicamente il bello e cattivo tempo e tutto questo senza alcun tipo di controllo da parte di qualsivoglia autority. La domanda che viene, però è: cosa ne viene ad un’agenzia che, ricordiamo, non è quotata sul mercato, di declassare o alzare il livello di rating di una società (o Stato) piuttosto che un’altra? I suoi criteri di valutazione sono realmente oggettivi o subiscono, in qualche modo, l’influenza dei grandi trust finanziari?Una prima chiarificazione viene dal fatto che, se è pur vero che non è quotata sul mercato, è altresì vero che l’agenzia è privata e come tale può essere comprata da una società quotata sul mercato. Per esempio, ritornando a S&P, quest’ultima fa parte della Mc Graw and Hill, uno dei colossi dell’informazione economica, quotata in borsa ed i cui principali azionisti sono la Capital World Investors e la B.H.I., due delle principali società di gestione del risparmio degli U.S.A. proprietarie anche di Moodys cioè l’agenzia di rating “rivale” di S&P. In pratica le stesse società controllano le due principali agenzie di valutazione della tenuta economica che ci sono al mondo. Non solo: essendo C.W.I.  e B.H.I. società di investimenti, quindi che non “producono” alcun bene o servizio ma comprano e vendono altre società e altri titoli, logica vuole che, controllando le principali agenzie di rating, qualora servisse, possono far abbassare il rating di una società a cui sono interessate per acquisirla con costi minori e farlo rialzare per guadagnare maggiormente dalla vendita delle azioni. Questa non è solo un’ipotesi, se è vero che la SEC (la commissione governativa americana che controlla l’andamento dei titoli in borsa) ha segnalato nello scorso gennaio che le due principali agenzie internazionali di rating (Moodys e S&P) «non hanno specifiche procedure per gestire gli eventuali conflitti di interesse con le società che detengono le loro azioni» (fonte il Sole 24 ore). Ed appare ancor meno un’ipotesi se si da un’occhiata agli investimenti di Buffet, il “grande vecchio” della finanza americana, proprietario di B.H.I.: sarà un caso ma sono in molti ad osservare che Buffet prima cede i suoi titoli di stato USA con un rating A (cioè tra i più alti il che vuol dire che le azioni valgono molto in quanto sicure, quindi costano di più) epoco dopo la cessione S&P e Moodys declassano i titoli di stato USA scatenando, inoltre, l’ira di Obama.

Buffet nel 2012 ha vissuto la sua annata magica, per gli analisti finanziari, grazie al coraggio di investire in titoli declassati proprio da S&P, ma senza volare troppo con la fantasia si potrebbe anche dire che S&P, società controllata anche da Buffet, avrebbe declassato delle società, svalutando sul mercato i loro titoli, “permettendo” a Buffet di acquistarli “al risparmio”, per poi rialzare il rating dei suddetti titoli garantendo nuovi introiti a B.H.I. e al suo padrone. Fatto sta che la società controllata da Buffet ha registrato nel 2012 un +13,9 (fonte Sole 24 ore).

Ma Buffet è solo la punta dell’iceberg, alla base della piramide finanziaria che controlla S&P. Sono in tanti che fanno affari d’oro. Un esempio è Callahan, vice presidente di McGraw & Hill – la società che controlla direttamente S&P – Callahan possiede importanti partecipazioni azionarie in Dean Foods, la quale, nonostante i pesanti debiti che ha dovuto contrarre per contrastare il calo di acquisti, è stata incredibilmente premiata da S&P con una B+ con la motivazione che “Dean Foods sta operando bene per uscire dalla crisi” (fonte S&P 500). I debiti di Dean Foods dal 2009 ad oggi sono aumentati del 29% registrando perdite sul mercato di 3,1 milioni di dollari (fonte Morningstars).

Altro vice presidente di Mc Graw & Hill è Berisford, azionista Pepsi. La società della celebre bibita in lattina ha portato a casa, dall’inizio della crisi, un -2,9% sul mercato (fonte Pepsi Company) tanto da dover continuamente annunciare nuovi tagli di posti di lavoro e di chiusura di stabilimenti (compreso quello italiano), nonostante ciò S&P, dall’inizio della crisi, ha sempre alzato il suo rating, considerandola ad oggi una delle aziende più sicure sulle quali investire con una bella A+. C’è ancora Smyth, terzo vice presidente, azionista del gruppo Heinz che, nonostante la perdita di 1 miliardo di dollari nell’ultimo anno, ha avuto da S&P un out look positivo, vedendo il proprio rating  passare da A- ad A (fonte S&P 500).

A capo di tutto c’è, infine, il presidente, Harold McGraw III. E qui la faccenda si fa anche politica. Mc Graw è storicamente impegnato a fianco del partito repubblicano, grande amico dei Bush tanto da far parte del Transition Energy Advisory Team nominato da Bush (commissione che si occupava di stilare un piano di investimenti economici a livello nazionale nel campo energetico) e membro della fondazione Bush. Dall’elezione di Obama in poi S&P non è mai stata tenera verso le politiche del presidente democratico definendo sempre inefficiente il piano di rilancio dell’economia americana del governo Obama e facendo perdere agli USA la tripla A nel rating, determinando maggiori disinvestimenti nell’economia nazionale. S&P è tutto questo! Ed è forse il caso di incominciare a riflettere se non ci sia bisogno di un mercato maggiormente trasparente, non in perenne odore di conflitto di interessi. Un mercato, magari, senza agenzie di rating, prodotti finanziari, derivati etc. Un mercato che ritorni alla produzione reale di beni e servizi. Un mercato che sia mercato, un economia che sia economia: che sia reale – realmente partecipata, realmente controllata.

 Antonio Siniscalchi

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