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venerdì , 22 settembre 2017
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Tra Medio Oriente e Ucraina: cronache di un’egemonia in declino

Mentre si raggiunge lo storico accordo con l’Iran, continua la demonizzazione di Assad e gli Usa, rassicurando sauditi e israeliani dopo la batosta iraniana, non sembrano intenzionati a mutare strategia mediorientale nei confronti della Siria.

Mentre con Cuba si raggiunge una riappacificazione storica, continua l’aggressione nei confronti del Venezuela bolivariano, asse portante della riscossa continentale della Patria Grande latinoamericana. Continua nel frattempo la guerra civile ucraina, il «ruolo non passivo» [1] della Nato auspicato da Brzezinski si fa sentire e sono in cantiere nuove integrazioni. Il Pivot to Asia contornato dal TPP – che affianca il gemello euro-atlantico TTIP – continua a mettere sotto pressione il dragone cinese, principale rivale geopolitico: qui però la partita è posticipata.

L’egemonia globale della “nazione indispensabile” – che ha rimpiazzato nel Novecento la Gran Bretagna dopo il collasso dell’impero britannico – governata (si fa per dire) dallo zoppicante Obama si trova a gestire (male) una crisi egemonica epocale dalla durata e dagli esiti imprevedibili. Giovanni Arrighi (studioso dei processi di transizione egemonica) ha fatto notare come l’espansione finanziaria della fine del ventesimo secolo sia stata caratterizzata da un’anomalia.

Di fronte a un processo di “ricentralizzazione” dell’economia globale in Asia Orientale (e in particolar modo in Cina) siamo di fronte ad una biforcazione senza precedenti tra potere finanziario e militare che può portare a diversi scenari futuri, in base alla reazione della potenza egemone declinante nordamericana.

Alcuni analisti vedono nell’accordo con l’Iran il perseguimento di quel “balance of power” auspicato da Henry Kissinger nel suo ultimo lavoro “World Order” che dedica ampio spazio – non sempre benevolo – alle strategia americana. Per Kissinger un nuovo “World Order” non può fare a meno dei diversi equilibri regionali in cui gli Stati Uniti – sia chiaro – devono fare da «bilanciere» per garantire in ultima analisi la guida americana [2]. Secondo Germano Dottori l’accordo con l’Iran, malumori israeliani e sauditi compresi, non punterebbe a mutare le alleanze ma a forgiare un nuovo “equilibrio di potenza” in un Medio Oriente sempre più in deflagrazione [3]. Il recente supporto all’aggressività turca colorata di neo-ottomanesimo, il sostegno ostinato ai cosiddetti ribelli ‘moderati’ siriani e l’intransigenza nei confronti di Assad fanno però poco sperare in merito ad una strategia che comprenda il consenso di Iran e Russia (timorosa di allargamenti esplosivi nel Caucaso).

Bene ha fatto notare l’analista Gareth Porter, autore del libro “Manufactured Crisis: The Untold Story of the Iran Nuclear Scare”, come il merito dell’accordo raggiunto vada soprattutto alla diplomazia persiana. L’Iran «aveva a lungo considerato il suo programma nucleare non soltanto in termini di energia e sviluppo scientifico ma anche come un modo per indurre gli Stati Uniti a negoziare la fine della situazione giuridica speciale nella quale l’Iran è stato posto per così tanto tempo» L’accordo sul nucleare mostra l’importanza fondamentale della “distribuzione del potere” e dei rapporti di forza (che consentivano agli USA di guardare l’Iran dall’alto verso il basso) ma anche «la possibilità per uno Stato più debole di ottenere i suoi interessi vitali nelle negoziazioni con la potenza egemone» [4].

Passando al Nord Africa, la non-Libia è immersa nel caos, contesa tra due governi e decine di gruppi armati. Il collasso della Libia è una diretta conseguenza dell’aggressione a direzione franco-anglo-statunitense che Angelo Del Boca, autorevole storico del colonialismo italiano in Libia, non ha esitato a definire «dalle precise connotazioni neo-colonialiste» [5]. In Libia, così come in Egitto, si assiste ad una divisione interna al ‘mondo sunnita’ con Arabia Saudita e Qatar/Turchia schierati su fronti opposti.

Lo scontro più pericoloso tra tutte le crisi è quello con la Russia; l’Unione Europea ha svolto un ruolo di prim’ordine nell’escalation della crisi, spinta dagli Stati Uniti, interessati a fiaccare i rapporti euro-russi di quella UE che Brzezinski nel suo “Strategic Vision” del 2012 definisce «un partner geopolitico junior degli Stati Uniti e dell’Occidente semiunificato» [6].

Si rispolvera mutatis mutandis il “Prometeizm”, piano anti-sovietico elaborato dal militare polacco Józef Piłsudski agli inizi del Novecento: lo scopo era quello di «sostenere i movimenti indipendentisti ucraino-georgiani per minare la tenuta della nascente Urss e ricreare la multinazionale Serenissima Res Publica Poloniae implosa nel XVIII secolo» [7]. L’idea di Piłsudski era quella di ricostituire la Międzymorze (Intermarium) tra il Mar Baltico e il Mar Caspio finalizzata alla formazione di una federazione multietnica tra Germania e Russia in memoria della vecchia Serenissima Res Publica Poloniae (confederazione Polacco-Lituana), sostenendo il separatismo etnico delle ‘nazionalità non russe’ nella Russia alle prese con la guerra civile nel 1918. Nell’ambito della dottrina Intermarium spettava un ruolo importante all’Ucraina in quanto un’Ucraina antirussa avrebbe limitato l’accesso della Russia al Mar Nero [8]. La dottrina Intermarium è stata ripresa in forme diverse negli anni successivi e molti analisti hanno fatto notare come oggi la Nato rispolveri il ‘prometeismo’, puntando proprio sui paesi baltici, sulla Romania e sulla Polonia (e sull’Ucraina) per la formazione di una vera e propria linea di contenimento contro la Russia.

In Medio Oriente si gioca una grande partita iraniano-saudita rivestita da un ammanto settario di wahabismo vs sciismo imamita. Uno scontro in cui prevale la dimensione geopolitica e geoenergetica tra due grandi potenze regionali (con relativi alleati) per il controllo del golfo Persico/Arabico. Sarebbe d’altra parte paradossale leggere alla luce del paradigma religioso l’intesa (sottintesa) israeliano-saudita tra due paesi che ufficialmente neanche si riconoscono a vicenda.

Mentre il Medio Oriente (in cui mire geopolitiche si uniscono a contrapposizioni politiche, settarie, tribali e territoriali) va in deflagrazione, la sicurezza europea viene ‘affidata’ a baltici e polacchi con l’altalenante consenso-dissenso tedesco (la Germania ha ampiamente supportato il golpe di Majdan). Nel frattempo si prepara lo scontro con il principale antagonista all’egemonia statunitense a livello globale: la Repubblica Popolare Cinese. La parentesi obamiana – su cui si è sperato velleitariamente troppo – si accinge all’epilogo, destinata ad essere probabilmente ricordata come un intermezzo tra le oligarchie Clinton e Bush.

Note

[1] Z. Brzezinski, After Putin’s aggression in Ukraine, the West must be ready to respond, “The Washington Post”, 03/03/2014. https://www.washingtonpost.com/opinions/zbigniew-brzezinski-after-putins-aggression-in-ukraine-the-west-must-be-ready-to-respond/2014/03/03/25b3f928-a2f5-11e3-84d4-e59b1709222c_story.html

[2] H. Kissinger, Ordine Mondiale, Milano, Mondadori, 2015, p. 169

[3] G. Dottori, Il rompicapo di Obama, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 5/2015.

[4] G. Porter, How a weaker Iran got the hegemon to lift sanctions, “middleeasteye.net”, 15/07/2015. http://www.middleeasteye.net/columns/how-weaker-iran-got-hegemon-lift-sanctions-881135107

[5] A. Del Boca, Gheddafi. Una sfida nel deserto, Bari, Laterza, prima edizione aggiornata 2014, pp.337-338.

[6] Z. Brzezinski, Strategic Vision. America and the Crisis of Global Power, Basic Books, New York, edizione Kindle, 386/3738.

[7] D. Fabbri, Obama non vuole la guerra grande dunque la prepara, in «Limes, rivista italiana di geopolitica» 1/2015 p. 114.

[8] Vedi V. Gulevich, La dottrina Intermarium e l’integrazione dell’Ucraina con l’Europa, tr. it.: http://www.geopolitica-rivista.org/25300/la-dottrina-intermarium-e-lintegrazione-dellucraina-con-leuropa/

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Fonte: Marx21.it

Federico La Mattina

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