Trans Pacific partnership, chiamala una vittoria a metàTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Trans Pacific partnership, chiamala una vittoria a metà

La notizia è questa: il 5 ottobre gli Stati Uniti e altri 11 Paesi (l’Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam) hanno raggiunto l’accordo per dare vita all’accordo di libero scambio della regione del Pacifico, conosciuto come Trans Pacific partnership.

Al di là delle questioni economiche – l’accordo prevede il generale abbassamento delle tariffe commerciali su mercati che rappresentano il 36% del Pil mondiale soprattutto grazie alla presenza di Usa, Canada, Giappone, Messico e Australia – ad essere rimarcata sulla stampa è la sua valenza strategica nei confronti della Cina, come parte del più ampio “Pivot to Asia”. Così scrive, ad esempio, Marco Valsania sul Sole24ore: “Ancor più, dal punto di vista strategico, forgia un’alleanza per dialogare con forza con la Cina, esclusa dal negoziato e impegnata a creare un proprio patto economico asiatico” (Sole24Ore, Libero scambio, accordo Usa-Pacifico, 6 ottobre 2015). Già nell’aprile del 2014 Tom Donilon, consigliere di sicurezza nazionale tra il 2010 e il 2013, in un intervento sul Washington Post era stato chiaro nel delineare il disegno complessivo nel quale si posizionava il trattato di libero scambio: “Ma il ri-bilanciamento va oltre gli aspetti militari; pone ancora di più l’accento sulla diplomazia e sul commercio.

Il fulcro del riequilibrio economico è la Trans-Pacific Partnership (TPP), il più importante accordo commerciale oggi in fase di negoziazione. Gli obiettivi più importanti del TPP, tuttavia, sono strategici. Un accordo potrebbe solidificare la leadership degli Stati Uniti in Asia e, insieme con i negoziati su un patto di libero commercio in Europa, mettere gli Stati Uniti al centro di un grande progetto: la scrittura delle regole che governeranno l’economia globale per il prossimo secolo. In quanto piattaforma aperta che i paesi possono firmare a condizione che accettino i suoi elevati standard, il TPP potrebbe incentivare la diffusione del libero mercato e principi economici liberali”. (Washington Post, Obama is on the right course with the pivot to Asia, 20 aprile 2014).

Passa un anno e, questa volta sul New York Times, Thomas L. Friedman evidenzia senza mezzi termini come il Tpp possa trasformarsi in una sorta di fronte delle democrazie capitaliste. Ma quale sarebbe la minaccia da affrontare? Non ci sono dubbi: “Il globo si sta dividendo tra mondo dell’ordine e mondo del disordine”. Del primo fanno parte “le nazioni democratiche e in via di democratizzazione, fondate sullo stato di diritto e sul mercato, che costituiscono la spina dorsale del mondo”. A queste spetta il compito di fronteggiare il caos che si sta espandendo in Africa e Medio Oriente. Questa “coalizione democratica” ha la straordinaria opportunità di scrivere le regole base per l’integrazione globale del 21° secolo. Una missione certo non nuova: all’Occidente, in epoca coloniale, era già spettato il “pesante fardello” di esportare la civiltà e, col passare del tempo, anche potenze prima estranee ad esso, come il Giappone, sono diventate stimati membri dell’esclusivo club. Due sono gli ostacoli che si frappongono a questo progetto: la Cina popolare, che “sta cercando di riscrivere unilateralmente le regole internazionali”, e la Russia, impegnata nella “distruzione delle regole”; entrambe, insomma, vogliono portare il mondo dalla loro parte. (New York Times, “On Trade: Obama Right, Critics Wrong”, 29 aprile 2015).

Adesso è il londinese Financial Times a rimarcarne la valenza geopolitica: “Spesso definita la spina dorsale economica del Pivot to Asia promosso dal presidente americano Barack Obama, l’obiettivo per gli Stati Uniti e il Giappone è quello di contenere la Cina, che non è inclusa nel TPP, e creare una zona economica nel Pacific Rim che possa bilanciare il peso economico di Pechino nella regione”. (Financial Times, TPP trade deal: seven things you need to know, 5 ottobre 2015) Obama stesso, subito dopo il raggiungimento dell’accordo, ha ribadito come questo “rifletta i valori americani” e che quando oltre il 95 per cento dei nostri potenziali clienti vivono al di fuori dei nostri confini, non possiamo lasciare che paesi come la Cina scrivani le regole dell’economia globale”, (Washington Post, Deal reached on Pacific Rim trade pact in boost for Obama economic agenda, 5 ottobre 2015).

Una vittoria degli Usa, quindi? Fatto rimarcare che l’accordo dovrà essere ratificato dal Congresso (maggioranza ostile al Presidente) e dai parlamenti degli altri aderenti, va detto che proprio tra quest’ultimi mancano alleati storici nell’area come la Corea del Sud, le Filippine – quest’ultimo il Paese più attivo nelle controversie territoriali con Pechino – e Taiwan. Certo, ci sono Vietnam e Australia, tuttavia il primo mantiene la sua politica estera indipendente e contraria ad ogni alleanza, mentre la seconda ha concluso da poco un trattato di libero scambio proprio con Pechino. Insomma, l’accordo – certo un pericoloso precedente sulla via della liberalizzazione e dell’ulteriore erosione della sovranità nazionale visto la possibilità da parte di privati di citare in giudizio i governi per la perdita di profitti – più che una vittoria sembra più il prodotto della fretta di un’amministrazione che vuole portare a casa un risultato dopo le sconfitte diplomatiche rappresentate dalla costituzione della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB), per opera di Pechino, e dall’intervento russo in Siria nella lotta al terrorismo e a sostegno della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese mediorientale.

 Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

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