Trenitalia. Quando abolire le pause costa 14 milioni di euro | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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Trenitalia. Quando abolire le pause costa 14 milioni di euro

Il Fatto Quotidiano ha pubblicato oggi un’inchiesta sul sistema informativo Ivu  che Trenitalia aveva acquistato per gestire i turni di 16.000 dipendenti. In teoria Ivu avrebbe dovuto garantire maggiore efficienza, ma il suo è stato un sonoro fallimento che ha tolto pause ai lavoratori e creato disagio ai clienti, senza apportare alcun miglioramento al servizio. 

Piove sul bagnato per Trenitalia. Non bastavano la neve, le frane, gli scioperi, la pioggia, a rendere difficoltoso il servizio, ora ci si mette anche il sistema informativo Ivu, un programma commercializzato dalla Ivu Traffic Technologies Ag e acquistato da Trenitalia per la bellezza di 14 milioni di euro. Ivu, almeno in teoria, avrebbe dovuto far recuperare la produttività del “personale viaggiante”, oltre 16.000 tra macchinisti e controllori. In realtà Ivu è stato presentato come un sistema atto a risparmiare, ovvero a tagliare le pause fisiologiche e i tempi morti del personale ferroviario tra un treno e l’altro. L’Ivu in sostanza avrebbe dovuto mandare in pensione il sistema dei turni, sistema che permetteva al personale di organizzare la propria vita sapendo in anticipo gli orari di lavoro per i prossimi mesi. Ma si sa, il capitalismo è una brutta bestia, e con il sistema dei turni i lavoratori, inevitabilmente, perdevano alcune ore non passate fisicamente sul treno. Per questo Trenitalia ha acquistato l’Ivu, programma che in teoria avrebbe dovuto eliminare gli sprechi, disumanizzando la gestione del personale. Come ha ricordato “Il Fatto Quotidiano“, “Fin da subito la novità ha causato frizioni con i dipendenti e i sindacati perché è venuto fuori che il nuovo sistema incideva sui contenuti del contratto in quanto il ciclo dei turni non sarebbe stato più a cadenza semestrale, ma mensile”, con buonapace dei lavoratori. L’empasse però fu superata raggiungendo un accordo integrativo senza aumentare lo stipendio per macchinisti e controllori. L’Ivu però è un programma eccezionale solo se utilizzato in un sistema ferroviario ben organizzato e oliato come quello svizzero (che usa l’Ivu), mentre nel sistema italiano il programma è andato letteralmente in tilt, incapace di gestire i ritardi dei treni regionali. Ivu insomma ha creato il caos, e come spesso accade i disagi maggiori sono stati pagati proprio dai treni pendolari, regionali e locali, meno sui Frecciarossa e Frecciargento. I sindacati, tutti insieme, a quel punto sono insorti contro i vertici di Trenitalia chiedendo a gran voce un rimedio alla situazione insostenibile. Quindi l’Ivu ha impartito una dura lezione al “capitalismo straccione” all’italiana: non sempre conviene tagliare sempre e comunque, spesso chi “troppo vuole, nulla stringe”. E nel caso dell’Ivu è andata proprio così. Trenitalia non ha badato a spese nel tentativo di coordinare e gestire al meglio il personale, togliendo loro le “pericolose” pause caffè, ma alla fine è rimasta vittima del suo stesso zelo, ed è finita per chiedere ai dipendenti costosi straordinari per mettere le toppe alle falle dell’Ivu. Ma l’Ivu ha fatto anche in modo di unire tutte le regioni italiane nel rancore nei confronti dell’amministratore delle Ferrovie, Mauro Moretti, accusato da tempo di ignorare bellamente i treni locali e regionali e soprattutto di “violare in modo marchiano i contratti tra le stesse Ferrovie e le Regioni”. Insomma l’ennesima storia all’italiana di scelte sbagliate che provocano danni che poi bisogna affrettarsi a risolvere.

 

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