Tripoli, bel suol d’amore!Tribuno del Popolo
domenica , 26 marzo 2017
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Tripoli, bel suol d’amore!

I Paesi dell’Unione Europea, come sa chi presta un po’ di attenzione alla politica internazionale, sono assai bravi a parlare di pace, mentre preparano la guerra. Sono i campioni nel mettersi in bocca le belle, ma anche piuttosto vaghe, parole di libertà, democrazia, diritti e così via, mentre pongono in atto i loro squallidi piani neocoloniali. La gente guarda la mano che reca il ramo d’ulivo, ma dovrebbe stare attenta all’altra che impugna di nascosto l’arma omicida.

C’è poi tra questi uno Stato che si illude di avere un ruolo internazionale, ma che è lo zimbello di tutti e non a torto: si tratta dell’Italia, che per la seconda volta sta per essere coinvolta, nella ormai defunta Libia, in una guerra neocoloniale contraria ai suoi stessi interessi nazionali.

C’era poi una volta la Libia, il Paese africano con il più alto indice di sviluppo umano, che utilizzava le proprie risorse naturali allo scopo di sviluppare sé stesso e il continente africano, governata da un uomo che, nel bene e nel male, avevo reso la Tripolitania e la Cirenaica realmente indipendenti dopo decenni di misfatti perpetrati dal colonialismo italiano e da quello britannico. Quest’uomo di cui parlo era tra l’altro andato al potere anche con il sostegno del Bel Paese, quando ancora questo aveva una sua propria politica estera capace di salvaguardare gli interessi nazionali e allo stesso tempo di essere improntata ad una reale cooperazione internazionale. Tuttavia questo rapporto tra la Libia e l’Italia non piaceva agli amici di quest’ultima: Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, in maniera quasi continua tentarono di rovesciare il “dittatore”, ricorrendo all’assassinio più o meno mirato, e a destabilizzare la Libia, facendo leva sulla sua complessa e difficile composizione etnica e tribale. In ogni Paese, come si sa, si trovano gli scontenti, gli sprovveduti e gli avidi di denaro. Il “dittatore”, grazie al pugno di ferro, ma anche ai suoi buoni rapporti con l’Italia, riuscì ad evitare l’implosione del suo Paese, fino a quando l’amico italiano non perse qualsiasi parvenza di indipendenza dalle altre potenze internazionali e l’imperialismo statunitense, francese e britannico non si sentì in grado di forzare la mano e portare al successo il cambio di regime in Libia auspicato da decenni. Certo, il vituperato “dittatore” credeva di avere ancora nell’Italia un’alleata, poiché il Presidente Berlusconi aveva con lui stipulato un buon accordo nel 2008. Tuttavia la piccola Italia tradì l’amicizia e si accodò a quell’impresa militare che – come era prevedibile a chiunque fosse dotato di un briciolo di buon senso – avrebbe generato il caos che ora abbiamo di fronte. A spingere il governo Berlusconi erano, oltre a fazioni interne dell’allora PDL, il PD, il Presidente Napolitano e buona parte delle forze politiche a sinistra del PD. Lo rammentiamo a loro eterno disonore.

Tutti coloro che, per accaparrarsi il petrolio libico e gli appalti per la ricostruzione della Libia, hanno provocato il disastro che abbiamo di fronte ora – a sentirli parlare – vorrebbero rimediare con un’altra guerra. Insomma, c’è davvero da stare tranquilli!

L’Italia dovrebbe avere un ruolo di primissimo piano, addirittura di coordinamento delle operazioni militari. E di fronte a questa attenzione internazionale quasi si emoziona e si inorgoglisce, ma finisce per fare la figura della ragazza vanesia che si invaghisce di vecchi marpioni che la circuiscono per deflorarla: i nostri presunti alleati solleticano l’italico orgoglio dando all’Italia un ruolo di primo piano in un’ulteriore guerra che molto probabilmente sarà per lei disastrosa.

L’attuale caos libico non favorisce gli interessi predatori delle compagnie petrolifere occidentali, che puntano quindi all’instaurazione di un governo fantoccio di unità nazionale; pertanto si capisce l’interesse di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti a spingere sull’acceleratore della guerra. Sembra invece che il nostro Paese abbia mantenuto forti interessi petroliferi in quella parte di Libia, la Tripolitania, in cui si è insediato un governo islamista non riconosciuto dalla comunità internazionale. Un’eventuale guerra sarebbe vantaggiosa per le altre potenze e sicuramente non per l’Italia, perché rimetterebbe ancora una volta in discussione la spartizione del petrolio libico.

Qualche italiano potrebbe giustificare l’intervento sostenendo l’esigenza di fermare l’ISIS. Daesh, com’è noto, rappresenta un esercito di tagliagole creato dagli alleati mediorientali dell’Occidente per destabilizzare l’Iraq e la Siria; in Libia quest’organizzazione non sembra invece molto forte e rappresenta più che altro il pretesto che le potenze occidentali cercano per giustificare un loro intervento militare. I governi di Tobruch e di Tripoli potrebbero mettere da parte disaccordi importanti, ma secondari rispetto all’esigenza di porre sotto controllo i territori occupati dall’Isis, da tribù ribelli e signori della guerra, e condurre a tal fine uno sforzo militare interno congiunto e indipendente da dirette ingerenze straniere o magari sostenuto sul piano dei rifornimenti da quei Paesi che non hanno avuto nulla a che fare con la guerra scatenata nel 2011.  L’intervento di Francia, Gran Bretagna, Usa e altri non sarebbe quindi funzionale all’eliminazione di Daesh e anzi potrebbe favorirne un maggiore radicamento.

L’Italia, guidando un’eventuale coalizione militare, non solo andrebbe contro i suoi interessi economici nazionali, ma di fatto si esporrebbe maggiormente ad eventuali ritorsioni. Libia ed Italia sono tra l’altro terribilmente vicine.

Che dire quindi? Se l’imperialismo è vergognoso e va sempre combattuto, quello esercitato contro i propri interessi è addirittura stupido e insensato; ma – chissà – forse la guerra che sta per sopraggiungere ci mostrerà i grandi patrioti dell’Italietta del XXI secolo intonare nelle piazze “Tripoli, bel suo d’amor”, ma – beninteso! – in francese o in inglese.

Giorgio Raccichini, segretario PCdI Fermo

Fonte: Pcdi.it

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